Non c’è l’intesa, cala il sipario sul terzo mandato

 Cala il sipario sul terzo mandato.

«Senza accordo tra Lega e Fi» Fratelli d’Italia, che pure aveva fatto ripartire il tormentone con una apertura a sorpresa al partito di Matteo Salvini, fa sapere che l’ennesimo emendamento leghista non può avere il suo sì.

A questo punto manca solo l’ultima formalizzazione di un voto, in Senato, che potrebbe anche slittare a inizio della prossima settimana ma che metterà la parola fine a quella che oramai era diventata quasi una saga.

Per il centrodestra, certo, ma che ha tenuto sulle spine fino all’ultimo anche il centrosinistra.

Forza Italia è rimasta sempre granitica, contrari al terzo mandato dall’inizio alla fine:

«E’ una questione di principio, abbiamo sempre detto che non avremmo votato», chiarisce per l’ennesima volta Antonio Tajani, puntualizzando che «il centrodestra non si fonda sul terzo mandato». Matteo Salvini, con poca passione, si era limitato a dire subito dopo che bisognava vedere “il voto in commissione”. Un voto calendarizzato per giovedì mattina, sempre che la commissione Bilancio dia il suo parere. Altrimenti, causa regolamenti, la conta sarà rinviata. E poteva diventare un redde rationem dagli esiti incerti, dati i numeri sul filo in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama. Qualcuno, tra i meloniani, aveva pure accarezzato l’idea di dare voto favorevole, in coerenza con l’apertura pubblica avanzata da Giovanni Donzelli venti giorni fa. Con la Lega, l’esponente di Azione, e magari anche il sì di Noi Moderati (“avevamo dato la nostra disponibilità a discuterne all’interno del centrodestra”, dice Maurizio Lupi che pure, di base, non era favorevole), si sarebbe anche potuto materializzare un colpo di scena. Che avrebbe, però, spaccato la maggioranza. Ma “l’unità della coalizione” resta il faro, come precisa sempre Donzelli, lanciando nel campo degli alleati la responsabilità di avere fatto fallire il tentativo di prolungare i mandati dei governatori. «Abbiamo sempre detto che eravamo pronti a parlarne” ma “via stampa abbiamo scoperto che Lega e Forza Italia non erano d’accordo», alza le mani il responsabile organizzazione di Fdi. La cui mossa iniziale, quella di concedere un quinquennio in più ai governatori, avrebbe rimesso in pista in un colpo solo non solo Luca Zaia in Veneto ma anche Vincenzo De Luca in Campania e Michele Emiliano in Puglia, per stare solo alle Regioni interessate dalla tornata elettorale d’autunno.

    Ora che il progetto è naufragato – vera apertura o bluff tattico che sia stato – resta intatto il nodo che il centrodestra, da mesi, non riesce a sciogliere. A chi spetterà la successione del “doge” Zaia? La Lega rivendica continuità, Fdi il peso elettorale, Forza Italia sta alla finestra. I partiti sul territorio ribollono, le tifoserie restano divise tra chi è convinto che alla fine la spunterà Matteo Salvini, con la candidatura del poco più che trentenne Alberto Stefani, che è già suo vice, deputato leghista e pure segretario della Liga veneta. Sempre che Giorgia Meloni decida di lasciare il Veneto ai leghisti (puntando, in quel caso, sulla Lombardia).

 L’ultimissima parola la dovranno mettere i leader. Quando, e se, si siederanno al tavolo. (ansa)

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