Mentre l’Occidente grida alla concorrenza sleale della Cina, un altro colosso asiatico continua a sfondare mercati globali senza quasi che nessuno batta ciglio: l’India.
Sì, perché se da Pechino ci si aspetta protezionismo e dumping, da Nuova Delhi si finge ancora di credere che sia la più grande democrazia del mondo a combattere in “pari condizioni”. Niente di più illusorio. L’India ha una delle politiche doganali più protezionistiche del pianeta: in certi settori strategici, i dazi all’importazione possono arrivare anche al 100%. Avete letto bene: cento per cento. E chi vuol vendere i propri prodotti nel subcontinente si ritrova davanti una muraglia di tasse che manco la Grande Muraglia cinese.
Dall’automotive all’agroalimentare, passando per l’elettronica, il motto è semplice: se vuoi entrare in India, devi produrre in India. È la filosofia del “Make in India”, lanciata ufficialmente nel 2014 dal governo Modi: una strategia industriale che punta tutto sulla produzione locale incentivata, spesso a scapito della libera concorrenza. Altro che WTO.
Ed ecco che tante aziende europee, anche italiane, pur di non affondare, aprono stabilimenti a Bangalore, Pune o Hyderabad. Producono lì, godono di fortissimi incentivi e, come se non bastasse, ricevono un altro regalo: le esportazioni non vengono tassate. Zero. Nada. Niente.
Risultato? La pasta prodotta da una nota azienda italiana, ma impacchettata in India, arriva senza dazi in tutto l’Estremo Oriente. Altro che made in Italy: è il “make in India” a fare la differenza, con buona pace di Bruxelles e dei patti commerciali.
E mentre l’Europa si interroga sulla transizione ecologica e l’equilibrio del mercato globale, Nuova Delhi macina numeri, industria, e consenso internazionale. Il tutto con un pragmatismo che, in confronto, il protezionismo di Trump sembra poesia da campus universitario.
Già, perché diciamolo chiaramente: Trump non ha inventato nulla. Il suo “Make America Great Again” è stato uno slogan efficace, ma tardivo e reattivo. Mentre lui tuonava contro l’invasione dei prodotti stranieri, India e Cina avevano già divorato il pranzo, il dolce e pure il conto.
Modi ha lanciato “Make in India” già nel 2014. E Pechino è da trent’anni che costruisce, produce, esporta e chiude i porti solo quando gli conviene. La verità è che l’America arriva dopo, mentre gli altri si sono già presi il meglio.
E qui, lasciatecelo dire con un antico proverbio abruzzese: “Chi si magn’ le nùc, e chi si pìj li vùc”. (Traduzione: “C’è chi si mangia le noci e chi si prende solo le colpe.”)
L’Occidente piange sulle nocciole, mentre India e Cina esportano container di profitti. E ora che Trump torna in scena, tutti gridano allo scandalo: isolazionismo, dazi, populismo. Ma l’unica vera guerra commerciale è quella che non si è voluta combattere quando era il momento.
E così, mentre a Bruxelles si scrivono regolamenti, a Nuova Delhi si stampano successi industriali.
La prossima volta che vi parleranno di “concorrenza sleale”, fatevi una domanda: davvero la colpa è solo di Pechino? O semplicemente, come spesso accade, c’è chi si è svegliato troppo tardi?
