Il dragone che fa paura: mafie, banche segrete e commissariati fantasma

In un mio precedente articolo ho parlato della concorrenza sleale dell’India. Oggi torno ad affrontare quella cinese, perché la questione — a giudicare dai dati in nostro possesso — appare ancora più grave e pericolosa di quanto sembri.

Un tempo ci furono la guerra dell’oppio e le concessioni extraterritoriali imposte alla Cina dalle potenze occidentali, nel tentativo di limitarne la sovranità. Poi arrivarono le stazioni occulte della polizia segreta del regime fascista — l’OVRA — che, molto attive, ad esempio in Francia, giunsero persino a eliminare antifascisti come i fratelli Rosselli.

Oggi, nel 2025, tutto sembra tornare indietro, quasi fosse una punizione karmica. O, se preferite, è la Cina a non inventare nulla di nuovo: si limita ad applicare strategie tipiche di una potenza giovane e in ascesa. Ieri fu l’Italia. Oggi è la Cina.

So bene che qualcuno, leggendo queste considerazioni, potrebbe storcere il naso o addirittura sentirsi offeso. Potrebbe chiedersi come sia possibile paragonare una nazione proletaria e comunista, erede di Mao, all’Italia imperialista e fascista di Benito Mussolini. Eppure rivendico questo parallelo, perché — come Machiavelli insegna — il potere segue logiche proprie, che vanno ben oltre la morale comune.

Le ideologie, in fondo, sono solo orpelli: strumenti per distinguere i contendenti, dare nobiltà alla propria causa e fornire slogan ai sottoposti. Alla fine, ciò che davvero conta è se un sistema riesce o meno a garantire stabilità, benessere ed espansione alla propria nazione. Se ci riesce, ha ragione. Se fallisce, ha torto. Il resto sono chiacchiere. E tifo da bar.

La Cina di Xi — l’ultimo Stato etico esistente al mondo — è un regime totalitario che pervade ogni aspetto della società. Essendo sopravvissuta al tracollo del nazismo, del fascismo e del comunismo sovietico, ha appreso dai loro errori. Ha capito, cioè, che per continuare a vivere e prosperare non deve ripeterli.

Non si lancia in guerre di conquista; non segue il motto gentiliano “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato” — lo stesso che spinse il regime fascista a scontrarsi con i poteri profondi della penisola: la criminalità organizzata (si veda l’azione del prefetto Mori e poi il successivo aiuto della mafia italo-americana durante lo sbarco in Sicilia), o la Chiesa (basti pensare alla chiusura delle associazioni scout, dell’Azione Cattolica e alla censura della stampa cattolica, che portarono il mondo cattolico ad appoggiare la Resistenza dopo l’8 settembre 1943).

La Cina, invece, ha teorizzato e costruito un’organizzazione capillare chiamata Fronte Unito: il braccio politico e ideologico (non militare) del Partito Comunista Cinese. Ne fanno parte — formalmente o informalmente — tutti i cittadini cinesi, in patria e all’estero: dagli operai agli imprenditori, dai diplomatici ai criminali, dagli intellettuali ai funzionari. Tutti sono chiamati alla fedeltà e alla collaborazione per la grandezza della Cina.

Il dragone, nella sua conquista del “posto al sole”, ha imparato ad andare a braccetto con le triadi e con le mafie in genere.

Una lezione già impartita, a suo tempo, dall’amministrazione Roosevelt — e che, in seguito, è stata messa in pratica anche dalla Repubblica Italiana. Al netto dei soliti benpensanti che si scandalizzano, il nostro Stato ha sottoscritto più di una trattativa con la mafia. E questo non lo dico io: lo dicono le deposizioni di imputati come Brusca, Ciancimino, Spatuzza, Sinacori, e lo riconosce la stessa Corte d’Appello di Palermo, che — pur ribaltando la sentenza di primo grado — non nega l’esistenza di un dialogo tra alcuni ufficiali dei ROS e uomini di Cosa Nostra.

Oggi sappiamo che la Cina — oltre al controllo diretto:

  • del 67% del porto del Pireo;
  • del 24% del terminal 3 di Amburgo;
  • del 51% dei terminal container dei porti di Valencia e Bilbao;
  • del 40% del terminal container di Vado Ligure e del porto di Trieste,

tramite la conglomerata Cosco Shipping Lines, può garantire alle proprie aziende una totale libertà d’azione nei traffici intercontinentali. Inoltre, grazie alla diffusione globale delle Overseas Chinese — cioè le comunità cinesi all’estero — Pechino riesce a infiltrare gruppi etnici, religiosi, economici, intellettuali e politici, gestire la diaspora, indebolire o dividere l’opposizione ed estendere il proprio soft power in modo silenzioso e indiretto.

A questo si aggiungono:

  • stash house (case nascoste dove broker cinesi riciclano denaro proveniente anche dalla criminalità organizzata, trattenendo una commissione);
  • commissariati di polizia occulti, operanti in incognito per perseguire dissidenti e dirimere contenziosi tra connazionali;
  • tribunali penali occulti, in cui si gestiscono i casi più gravi direttamente in loco.

In sintesi, ciò che accadeva nelle concessioni extraterritoriali di Shanghai e Tientsin all’inizio del ’900, oggi si ripete — in forme nuove ma con effetti simili — in Italia, a New York, a Madrid: uno Stato dentro lo Stato, che spesso conta più di quello ufficiale.

????? Le denunce

Chi ha lanciato l’allarme?

Per primi sarebbero stati gli Stati Uniti. Secondo il Brookings Institute, uno dei think tank più autorevoli d’America, le quattro principali banche statali cinesi (ICBC, CCB, ABC e Bank of China) avrebbero riciclato, in un solo anno, circa 22 trilioni di dollari ed euro. Una massa monetaria colossale, convogliata nei caveau di Hong Kong e Shanghai per sostenere la penetrazione economica cinese in Occidente.

Nei primi dieci mesi del 2024, la Cina ha venduto beni per un valore di 5 trilioni di dollari a livello globale. Ha bisogno di approvvigionarsi di valuta forte, come l’euro e il dollaro, e tutto ciò che produce in Europa e negli Stati Uniti è funzionale a questo scopo.

La guerra dei dazi avviata da Donald Trump è stata la risposta più netta a questa strategia. E sì, è possibile che i dati forniti da Washington siano parziali, falsati o gonfiati. Ma anche al netto della propaganda, i fatti e le cronache giudiziarie confermano molte delle accuse mosse contro Pechino.

Dal 2018 in poi, la rete antinarcos americana ha scoperto che a New York esiste una rete di riciclatori cinesi ben strutturata, utilizzata anche dai cartelli messicani. Questi consegnano il denaro sporco a broker cinesi, ricevono un codice identificativo, e lo trasmettono a un altro sodale in patria. In Messico, il codice permette di ritirare il denaro riciclato, senza che esso si sia mai mosso fisicamente: una forma evoluta di compensazione internazionale, con costi bassissimi e tempistiche rapidissime.

Secondo il governo statunitense, anche le banche statali cinesi parteciperebbero a queste operazioni, canalizzando la massa monetaria verso Hong Kong e Shanghai.

?? Il caso italiano

In Italia, la cronaca giudiziaria non è da meno: secondo alcune stime, esisterebbero almeno 400 banche occulte e numerosi commissariati occulti.

Questi non vanno confusi con gli 11 “centri di servizio” ufficiali, istituiti a seguito di un accordo del 2017 tra il ministro Alfano (governo Gentiloni) e le autorità cinesi. Quei centri, dislocati in città come Milano, Roma, Bolzano, Venezia, Firenze, Prato e in Sicilia, servirebbero a supportare le forze dell’ordine italiane nella prevenzione del terrorismo e nella lotta all’immigrazione clandestina.

Fatto sta che a Roma, in Piazza Vittorio, il 4 ottobre 2023, la Guardia di Finanza ha scoperto una rete di riciclaggio internazionale: 33 cittadini cinesi arrestati, un retrobottega trasformato in filiale bancaria clandestina, oltre 50 milioni di euro riciclati.

Nel settembre 2023, i vertici di queste banche occulte si sarebbero riuniti a Padova per cambiare strategia: via i retrobottega, troppo rischiosi; avanti con villette bunker, anonime e super sorvegliate. Una di queste è stata scoperta nell’ottobre 2024 vicino a Civitanova Marche: al suo interno, riciclati 3 miliardi di euro.

???? Crimine tollerato?

Tutto ciò non significa che Xi Jinping non reprima la criminalità cinese. Ma gli interventi di Pechino sono selettivi: colpiscono chi supera le “linee rosse”. Per il resto, regnano omertà e polizia occulta.

Nella puntata di Report del 6 luglio 2025, un collaboratore di giustizia cinese ha mostrato la foto di un tribunale clandestino cinese. Due uomini dietro a un tavolo, una donna in piedi (forse imputata), bandiera cinese a destra, bandiera italiana a sinistra.

Chi sa leggere i simboli capisce subito: non è un tribunale così segreto se accanto al vessillo cinese c’è quello italiano.

Allora la domanda è: ci sono clausole segrete nell’accordo del 2017?
Siamo già una colonia cinese?
Come si può pensare di trattare con la Cina alla pari, se la partita è truccata?
E ancora: quanto fu genuina l’apertura dei vari Prodi & Co. verso Pechino? Quanto invece fu frutto della pressione del Fronte Unito?

Con questi presupposti… davvero la Russia si fida della Cina?

A queste — e a molte altre — domande sarebbe necessario trovare risposta. Perché ne va della nostra incolumità politica ed economica.

Lorenzo Valloreja

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