Il 25 luglio, qualche giorno fa, + stato l’anniversario della deposizione di Mussolini e della fine del connubio Savoia–Fascismo. Come prevedibile, iniziano le trasmissioni sulla “notte più lunga” del Gran Consiglio, i film a tema e le interviste che celebrano la sacralità dell’antifascismo e l’importanza ancora oggi di dichiararsi “anti”.
Ma io, da testa calda e libero pensatore quale sono, mi sento subito di dissentire. Perché a mio avviso la nostra non è una Repubblica fondata sull’antifascismo, ma sulla furbizia, sull’opportunismo e sull’imboscamento.
A questo punto, qualcuno potrebbe chiedermi, inviperito: “Ma perché dici simili bestialità?”
Semplice: perché i fatti mi danno ragione. E ne ho le prove, anche attraverso la mia piccola ma significativa storia familiare.
Mio nonno Aldo, classe 1914, fu chiamato alle armi il 4 aprile 1934 e inviato in Libia, presso la Divisione “Trento”, fino al 22 agosto 1936, per contrastare gli ultimi scampoli della resistenza senussita, dalla Tripolitania alla Cirenaica, sconfinando fino alla città di Sollum, in Egitto. Rimase sotto le armi per ben 16 mesi.
Sposatosi il 13 dicembre 1940, esattamente un anno dopo nel dicembre 1941 fu nuovamente richiamato, mentre suo fratello minore Luigi (classe 1920) era già impegnato, fin dall’entrata in guerra dell’Italia, prima sul fronte francese e poi su quello greco-albanese. Aldo fu inviato in Jugoslavia, presso il 259° Reggimento di fanteria “Murge”, con il compito di occupare e presidiare l’Erzegovina.
Durante la battaglia della Neretva (febbraio 1943), il suo reparto fu quasi completamente annientato circa mille morti senza contare lo stillicidio quotidiano di vittime per mano sia dei partigiani titini che dei cetnici monarchici. Il 27 settembre 1943, mio nonno fu fatto prigioniero dai tedeschi a Spalato, insieme all’intero comando del “Murge”, e da lì deportato in Germania, nella città di Wuppertal, dove restò internato e sfruttato come operaio in una fabbrica di bulloni fino al 10 settembre 1945.
Stessa sorte toccò al fratello più giovane, Argento (classe 1923), inviato ad Atene nel febbraio ’43 come autiere, e lì catturato dagli ex alleati.
Tre fratelli, tre contadini, che come il loro padre nella guerra di Libia del 1911 e nella Grande Guerra del 1915-18 si trovarono, volenti o nolenti, a imbracciare le armi, come fecero d’altronde anche i loro antenati nel 1866.
L’unico a salvarsi dalla prigionia fu Luigi, che, travestito da prete, riuscì rocambolescamente a tornare in Abruzzo, a piedi, nell’inverno del ’43. Si diede alla macchia e fu renitente sia al bando Graziani del 18 febbraio 1944 che prevedeva l’arruolamento nella RSI sia al bando luogotenenziale dell’11 novembre 1944, che prevedeva la ricostituzione del Regio Esercito nelle zone liberate, sia infine agli inviti a collaborare con la Brigata Majella o altre formazioni partigiane locali.
La sfiducia o forse il disgusto verso ogni potere e ogni classe dirigente era tale che Luigi non voleva più saperne nulla, né di guerre né di atti eroici.
E mentre i fratelli Valloreja, in Patria o in Germania, pativano fame, freddo, caos e sopraffazione, c’era chi prima, durante e dopo il Ventennio riusciva a mangiare bistecche a pranzo e cena, ingrassava e faceva carriera, anche grazie a quel regime che poi avrebbe pubblicamente disconosciuto e abiurato. E non pago, quando i suoi vecchi protettori che magari l’avevano favorito o salvato dal fronte cadevano in disgrazia, aveva perfino la faccia tosta di non muovere un dito per aiutarli.
Ebbene: questi, secondo me, sono i peggiori. E non so come né perché abbiano avuto l’onore di essere considerati “Padri della Patria”.
Uno di questi fu Benedetto Croce, che pur essendo autore del Manifesto degli intellettuali antifascisti grazie alla protezione di Giovanni Gentile non subì alcuna ritorsione: non gli fu torto un capello, né fu privato della libertà personale. Anzi, continuò a pubblicare con Laterza e, poiché senatore del Regno, fu persino risparmiato dall’umiliazione di dover giurare fedeltà al regime obbligo imposto invece a quasi tutti i suoi colleghi universitari.
Infatti, quando dodici accademici, su oltre 1.200, si rifiutarono formalmente di giurare fedeltà al Re e al Duce, vennero sospesi, licenziati, radiati o costretti all’esilio.
Stranamente, a Croce non accadde nulla.
E quando il 20 marzo 1944 scrisse il proemio della Critica, denunciando la censura imposta dalla RSI pur senza nominarli, opponendosi a quegli studiosi che piegavano la cultura alla violenza ideologica condannò moralmente, e in parte anche materialmente, il suo vecchio amico Giovanni Gentile.
Infatti, esattamente un mese dopo il 15 aprile 1944 Gentile fu assassinato da un commando dei GAP. Anche perché nel 1938, nella sua opera La storia come pensiero e azione, aveva scritto:
“Perfino la pena di morte può essere diretta a questo scopo e si può reputare non vana, se ha dato, o ridato al colpevole un giorno, un’ora, o un istante di quella vita umana, di quel contatto con l’infinito, che egli aveva perduto”.
Dunque, Gentile morì anche perché Croce non mosse un dito — o meglio, una penna — per salvarlo.
Secondo la studiosa Emma Giammattei:
“La pietà e l’orrore del sangue versato non possono nascondere la netta, recisa e dura verità che egli è caduto vittima di quelle forze alle quali aveva dato l’anima sua, di quelle violenze che generano violenze, di quelle ingiustizie che provocano a selvagge ingiustizie. […]”.
Ma se questo è accaduto con Croce, il peggiore fu a mio modesto parere Piero Calamandrei, ancora oggi celebrato come uno dei “Padri nobili” della Repubblica. Ma quanto è corretta questa narrazione?
Nel 1931 Calamandrei firmò il giuramento di fedeltà al regime, a differenza dei dodici docenti che si opposero. Non si iscrisse mai al PNF, è vero, ma era protetto da Giuseppe Bottai membro del Gran Consiglio del Fascismo, Ministro delle Corporazioni e poi dell’Educazione Nazionale che nel 1940 gli affidò la redazione del Codice di Procedura Civile, approvato il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma.
Un incarico di grande prestigio. E non solo: grazie a Bottai, Calamandrei non fu richiamato alle armi nel 1940, pur essendo in età utile. Aveva 50 anni ed era stato congedato come capitano d’artiglieria. Al contrario, Filippo Tommaso Marinetti, classe 1876, partecipò alla campagna di Russia nel 1942, a 66 anni, come soldato semplice.
E l’elenco di chi si è sacrificato non finisce lì:
Gianni Agnelli combatté in Russia e in Nordafrica;
Bruno Mussolini morì in volo;
Mafalda di Savoia morì in un campo di concentramento nazista;
Amedeo di Savoia morì prigioniero in Kenya;
Il figlio di Stalin morì in un campo di concentramento nazista;
Padre Pio combatté nella Prima guerra mondiale.
Troppo comodo, quindi, per Calamandrei dire dopo il 1945:
“Quel giuramento fu per tutti noi un peso; per tutta la durata del fascismo lo sentimmo come una colpa che avremmo un giorno dovuto espiare”.
Troppo comodo fondare il Partito d’Azione nel 1942, quando ormai il regime stava crollando, facendo finta di nulla di fronte a leggi razziali, soppressione dei partiti e dichiarazioni di guerra.
E peggio ancora, di pessimo gusto, non muovere neanche un dito per salvare chi come Bottai gli aveva garantito vent’anni di onorata carriera.
Churchill disse:
“In Italia prima dell’8 settembre si contavano 45 milioni di fascisti, e dopo si contarono 46 milioni di antifascisti… però a me non risulta che gli italiani siano 91 milioni”.
Molti di questi “convertiti” ricordano il Santo Uccelletto nel Decameron di Pasolini: un ladro che, morendo, finge di essere santo e viene venerato per bugie che suonano bene.
La storia d’Italia l’hanno scritta spesso i pentiti dell’ultima ora, ma a essere dimenticati sono sempre quelli che hanno pagato davvero.
Ecco perché certi “Padri nobili” non li chiamerò mai “Padri della Patria”. Per amore della verità.
