Una nuova e provocatoria interpretazione di antiche iscrizioni scoperte in una miniera di turchese nel Sinai egiziano sta scuotendo il mondo dell’archeologia e riaccendendo una delle domande più spinose della ricerca storica: Mosè è realmente esistito? Secondo l’archeologo indipendente Michael S. Bar-Ron, la risposta potrebbe essere incisa nella roccia. Dopo quasi un decennio di studi condotti con l’ausilio di scansioni 3D e immagini ad alta risoluzione messe a disposizione dal Semitic Museum di Harvard, Bar-Ron afferma di aver decifrato due frasi in quello che identifica come antico ebraico: “zot mi’Moshe” (“Questo è da Mosè”) e “ne’um Moshe” (“Un detto di Mosè”).
Se confermata, la scoperta rappresenterebbe la più antica menzione extra-biblica del profeta dell’Esodo, anticipando di secoli i testi ebraici più antichi e persino l’alfabeto fenicio. Le incisioni – spiega un articolo di “Archaeology Magazine” – fanno parte di un insieme di scritte note come “proto-sinaitiche”, rinvenute per la prima volta dall’archeologo britannico Flinders Petrie nei primi anni del Novecento nel sito minerario di Serabit el-Khadim, nell’attuale penisola del Sinai. Si ritiene che siano state tracciate da operai semitofoni durante il regno del faraone Amenemhat III, attorno al 1800 a.C., rendendole tra i più antichi esempi di scrittura alfabetica noti.
Bar-Ron va oltre l’interpretazione tradizionale. In una tesi ancora in fase di redazione, ipotizza che molte di queste iscrizioni siano opera di un singolo scriba semitico, esperto sia nei geroglifici egiziani che nella nuova forma alfabetica proto-sinaitica. Secondo lo studioso, lo stile poetico e il tono personale degli scritti indicherebbero un’unica mano, e, forse, un intento religioso.
Non è solo la possibile menzione di Mosè a rendere il sito affascinante. Alcune iscrizioni vicine evocano il nome di El, l’antico dio ebraico, mentre altre celebrano Ba’alat, divinità semitica associata alla dea egizia Hathor. In alcuni casi, il nome di Ba’alat appare graffiato o cancellato, suggerendo un conflitto religioso. Altre incisioni parlano di “sorveglianti”, “schiavitù” e una possibile esortazione a partire – “ni’mosh”, che Bar-Ron traduce come “partiamo” – elementi che evocano le narrazioni dell’Esodo.
A ciò si aggiunge la scoperta di una tempio bruciato dedicato a Ba’alat e altri indizi di tensioni culturali e religiose tra i lavoratori semitici e la religione di Stato egiziana. Alcuni ritrovamenti, come la Stele di Reniseneb e un sigillo appartenuto a un funzionario asiatico-egiziano, sembrano confermare una presenza semitica di rilievo nel sito. Bar-Ron spinge persino il paragone fino alla figura di Giuseppe, suggerendo un parallelo con il visir semita Ankhu, attivo sotto lo stesso faraone Amenemhat III.
Non tutti però sono convinti. Il professor Thomas Schneider, egittologo presso l’Università della Columbia Britannica, ha dichiarato al “Daily Mail” che le affermazioni di Bar-Ron sono “completamente infondate e fuorvianti”, avvertendo che “identificazioni arbitrarie delle lettere possono distorcere la storia antica”. La scrittura proto-sinaitica, infatti, è ancora in gran parte indecifrata, e gli studiosi invitano alla cautela contro interpretazioni troppo soggettive.
Il lavoro di Bar-Ron non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria, ma ha ricevuto il sostegno del suo supervisore accademico, il professor Pieter van der Veen, che lo incoraggia a proseguire nelle sue ricerche.
Che le iscrizioni si riferiscano davvero a Mosè o meno, il sito di Serabit el-Khadim si conferma un crocevia cruciale per comprendere la presenza semitica nell’antico Egitto. I testi proto-sinaitici, le tracce di culto sincretico e la possibile eco di uno scontro teologico contribuiscono a delineare un quadro complesso e affascinante.
Se le ipotesi di Bar-Ron trovassero conferma, potremmo trovarci di fronte a una delle scoperte più significative dell’archeologia biblica moderna. In attesa di ulteriori analisi, resta un interrogativo destinato a far discutere: e se Mosè fosse davvero inciso nella pietra?
