La mia riflessione di oggi parte dalle immagini del giubileo dei giovani, in particolare al raduno di domenica a Tor Vergata più di un milione di giovani, con tutti i disagi e problemi prima e dopo ma, ho visto giovani arrivare felici da tutte le parti del mondo con il sorriso e una speranza nel futuro, nonostante fossero ben coscienti e consapevoli dei tempi che stiamo vivendo.Non c’erano artisti, cantanti, attori, personaggi famosi del mondo della stampa e dei media e soprattutto non c’erano politici a pilotare messaggi: bellissimo!Il tema della riflessione non è la facile polemica in raffronto con i raduni politici strumentalizzati, i rave party, le manifestazioni di protesta o di pryde tutte riunioni divisive, quando non istigatrici di violenza sarebbe banale; non mi interessa non sarò io a negare la libertà che ci ha concesso Lui.Il tema della mia riflessione è ancora “la felicità” che sembrava avesse spinto tutti questi ragazzi a radunarsi e che avevano dipinto sul volto, con un obiettivo semplice, nulla di complicato e concettuale, anche se sentito profondamente.La felicità secondo i filosofi prima e gli psicologi oggi, può essere classificata e quindi suddivisa in due tipologie “edonica” ed “eudaimonica”.L’etimologia è evidentemente antica e contraddistingue la prima come sinonimo di piacere, vero godimento la seconda invece da “avere un buon Demone” cioè ovvero essere abitati da divinità capaci di assicurarci una vita autentica prospera e duratura.Oggi sia la “psicologia positiva” che “l’economia sociale” concordano sul cosiddetto “paradosso della felicità” un fenomeno psicologico ed economico che descrive la tendenza degli individui a tornare a un livello stabile di felicità nonostante le variazioni nelle condizioni esterne o nei risultati ottenuti. A tutti di noi sarà capitato, seppure a livelli diversi, di inseguire un desiderio, di raggiungerlo, e di scoprire che la soddisfazione dura solo un attimo, prima che emerga un nuovo obiettivo da rincorrere.Da questo ciclo di desiderio e insoddisfazione nasce il termine “tapis roulant edonico”: più desideri soddisfiamo, più ne sorgono altri, portandoci a correre senza sosta verso una felicità che sembra sempre fuori portata. La similitudine con il tapis roulant simboleggia e rende benissimo l’immagine, la corsa per restare sempre lì fermi, il movimento continuo senza progresso reale verso un obiettivo di felicità duratura.Lo si può notare nelle grandi e nelle piccole cose, ad esempio una auto di lusso o sportiva o all’opposto anche una bicicletta in entrambi i casi si potrebbe provare una felicità iniziale per l’acquisto, ma col passare del tempo, quella soddisfazione tende a svanire.Questo esempio non riguarda solo i beni materiali, ma anche quelli più strettamente personali tipo fare un viaggio o una vacanza, permettersi un divertimento o uno svago o anche lo sballo. Anche le cose più drammatiche ed eccitanti del mondo possono diventare routine e banali attraverso la ripetizione. Un altro esempio può riguardare il successo professionale nell’ambito lavorativo; un individuo che ottiene una promozione può sentirsi molto soddisfatto, ma con il tempo, la gioia si attenua e la persona può iniziare a desiderare ulteriori successi o riconoscimenti.Da qui il termine “tapis roulant edonico” in cui l’ottenimento di beni materiali o cercare successi professionali non porta a un incremento duraturo della soddisfazione personale. Il tapis roulant edonico: passiamo così tanto tempo e impegno a cercare quella cosa che ci renderà felici, solo per ritrovarci al punto di partenza una volta che l’abbiamo ottenuta e verremo riportati ad un livello di felicità simile a quello precedente. Sembra che qualunque cosa abbiamo, tendiamo nel tempo ad abituarci a questa, non importa quanto possano essere fantastiche le nostre vite, o quali cose meravigliose entrano nelle nostre vite, comunque il piacere che esse forniscono gradualmente diminuisce.Tutti noi conosciamo il detto “i soldi non fanno la felicità”, francamente io sono del parere che comunque aiutano, ma la psicologia sociale e gli economisti sociali hanno studiato il fenomeno dell’arricchimento e sono arrivati a stabilire che sì la felicità aumenta con l’aumento delle possibilità, della ricchezza ma, superato un livello discretamente accettabile di reddito, i soldi non impattano più sulla nostra felicità.Il “paradosso di Easterlin” o della felicità afferma che quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino a un certo punto, ma poi comincia a diminuire, seguendo una curva a forma di parabola con concavità verso il basso.Gli studiosi hanno realizzato grafici che evidenziano come nazioni povere come quelle del terzo mondo, le linee della felicità puntino decisamente verso l’alto all’aumentare del reddito mentre quelle più ricche del nord Europa, Canada, Australia raggiunto un apice tendono addirittura a scendere.Da questo deriva che la vera felicità, quella duratura, non l’euforia, la paranoia, può venire solo da dentro, perché tutte le influenze esterne sono soggette al tapis roulant edonistico.Seneca scriveva già 2000 anni fa “Non è povero chi ha poco, ma chi desidera di più”, nelle sue Lettere a LucilioCioè:- non siamo infelici per ciò che ci manca, ma per la nostra continua sete di avere di più;- che i desideri materiali non solo non portano alla felicità, ma spesso aumentano la nostra insoddisfazione;- la vera libertà non risiede nell’accumulo, ma nella capacità di vivere con poco e di apprezzare ciò che già possediamo. Per Seneca questo tipo di desiderio è una prigione mentale: “L’abitudine di desiderare rende l’anima schiava”, dipendere dal prossimo desiderio per sentirci soddisfatti ci fa diventare diventiamo schiavi di ciò che non abbiamo ancora e soprattutto incapaci di apprezzare ciò che è già nostro. Questo ciclo vizioso nel quelle possiamo includere anche le dipendenza come il fumo, l’alcool, la droga, il sesso, il potere, sono tutte cose che ci rendono vulnerabili e infelici, perché la felicità appare come qualcosa di esterno, legata a una lista interminabile di obiettivi.Seneca, con la sua visione profonda e sempre attuale sulla natura umana, ci insegna a liberarci da questa spirale infinita e trovare una felicità autentica e duratura.Come? Non dobbiamo smettere di desiderare ma, bensì coltivare un desiderio più nobile: quello di essere in armonia con noi stessi e con il mondo. Per Seneca e per gli stoici dobbiamo desiderare ciò che dipende da noi, concentrarci su ciò che possiamo controllare, ossia la nostra virtù, la nostra integrità e la nostra serenità interiore.In altre parole dobbiamo apprezzare quello che abbiamo, trovare soddisfazione nel presente, così possiamo scoprire un senso di abbondanza che non può essere scosso dalle circostanze esterne e aspettative perenni; uscendo dalla trappola di beni esterni a noi del “sempre di più” pilotata anche dalla società dei consumi. Questo, a mio parere, non significa rinunciare a tutti i piaceri della vita, ma piuttosto ridimensionare le nostre aspettative e riconoscere che il vero benessere dipende dal nostro atteggiamento interiore, non solo dai beni materiali.Quando ci troviamo sempre a desiderare qualcosa di più grande o più nuovo, siamo come dei corridori su un tapis roulant: corriamo senza avanzare, sempre impegnati a raggiungere un obiettivo che si allontana continuamente.Mi piace l’immagine di quel viaggiatore che aggiunge sempre più peso al suo zaino da portare sulle spalle, pensando che queste cose gli saranno utili e sperando che lo facciano stare più comodo e felice e invece non lo faranno più muovere e non solo volare come era il suo desiderio.Il tapis roulant edonico è un concetto moderno, ma è già tutto dentro nelle osservazioni di Seneca sul desiderio umano, scendere dal tapis roulant edonico non significa negarsi il piacere o rifiutare ogni desiderio, ma riconoscere che la vera felicità non dipende solo da ciò che possediamo. Dobbiamo riscoprire il valore delle cose immateriali, i beni intangibili che possediamo: le relazioni, le esperienze, le capacità e le conoscenze che, tra l’altro, sono sempre a nostra disposizione e possono essere proprio queste a portarci la vera felicità e senso di realizzazione.Imparare a desiderare ciò che già abbiamo è un atto di saggezza e di libertà perché come afferma Seneca la virtù è eterna mentre il possesso è instabile e fragile.Focalizziamoci sull’essere, non sull’avere, sulla nostra identità, il nostro carattere e la nostra saggezza unite alla salute e alla pace interiore sono il vero tesoro e la vera felicità non legati a ciò che possediamo ma, a chi siamo e a come decidiamo di vivere. Essere semplici nella nostra complessità, più autentici e completi per il semplice fatto già solo di “essere”.Io sono, dunque penso. Chi mi conosce sa che non sono un bigotto ma, il mio pensiero era partito dai ragazzi del giubileo.A me hanno dato un immagine di semplicità, non di complessità precostruita a tavolino per ottenere benefici personali, di visibilità, di popolarità, di gruppo o di partito, tutti i discorsi sono stati focalizzati sulla pace, la vicinanza e il cammino condiviso, sottolineando l’importanza della responsabilità collettiva e di dialogo con tutti, senza riferimento a rivalità e confronto che portano soltanto, come abbiamo visto, alle divisioni alle guerre che impattano solo sulle spalle degli ultimi, degli indifesi, dei meno felici, dei più semplici, gli altri quelli si salvano sempre, scappano sempre dopo aver parlato, dopo essersi fatti ammirare, immortale così tanto “impegnati”.A tutti noi un ultimo pensiero: trasforma i tuoi «saro’ felice solo quando …» in «sono felice ora perché …».Buona riflessione
Roberto Kudlicka
