C’è un punto oltre il quale il silenzio diventa complicità. Sul riconoscimento dello Stato di Palestina, quel punto è stato ampiamente superato. A destra e a sinistra, i grandi partiti continuano a giocare con le parole mentre ogni giorno, nei Territori, la realtà si misura in vite spezzate, case demolite, bambini senza futuro.
La destra, spesso, si trincera dietro il dogma della “sicurezza di Israele”, trasformandolo in un alibi per ignorare la sicurezza dei palestinesi. Nessuno mette in dubbio il diritto di Israele a vivere senza la minaccia del terrorismo, ma quando questo diritto diventa scudo per giustificare colonie illegali, check-point soffocanti e bombardamenti indiscriminati, allora la parola sicurezza perde senso e si trasforma in dominio.
La sinistra, invece, non esce meglio dal quadro. Troppo impegnata a dividersi in mozioni e dichiarazioni di principio, non ha il coraggio di andare oltre le condanne formali. Teme di perdere consenso internazionale, di urtare equilibri delicati con Washington, di spaventare i moderati. E così si rifugia in un pacifismo di facciata, fatto di appelli e conferenze che non cambiano nulla per chi vive sotto occupazione.
Non si tratta di scegliere una bandiera o un’altra, ma di riconoscere che senza dignità e Stato per i palestinesi non ci sarà mai pace né per loro né per Israele. Continuare a rimandare il riconoscimento significa rendere eterno un conflitto che ogni anno aggiunge pagine al suo libro di sangue.
Si può discutere di tempi, di modalità diplomatiche, di strategie negoziali. Ma non si può restare zitti davanti a migliaia di civili uccisi, davanti a città ridotte in macerie, davanti a generazioni cresciute nell’odio perché non hanno conosciuto altro.
A destra e a sinistra, l’Europa e l’Italia devono guardarsi allo specchio: cosa resta della retorica sui diritti umani se non siamo capaci di difenderli quando costa davvero qualcosa? Il riconoscimento dello Stato di Palestina non è una concessione: è il minimo sindacale della giustizia.
Il tempo delle mezze verità è finito. Continuare a tacere significa scegliere di essere complici.
