Falce, Corano e strategia del caos

L’annuncio di Macron della scorsa settimana, con cui ha sorpreso il mondo dichiarando che la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina entro settembre, non è stato dettato da velleità umanitarie né, tantomeno, da un moto emotivo di solidarietà verso un popolo oppresso. Come sempre, si tratta invece di un calcolo politico fondato esclusivamente su logiche di potere — interne ed esterne — e su dinamiche di alta finanza: consenso elettorale, soldi e armi.

Nel dettaglio, va ricordato che alle elezioni presidenziali del 2022 i principali avversari di Macron, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, ottennero rispettivamente il 23% e il 22% dei voti al primo turno. In quell’occasione, Mélenchon riuscì a conquistare ben il 69% dei voti degli elettori musulmani. Ora, con un elettorato musulmano in costante crescita e le prossime presidenziali fissate per il 2027, il riconoscimento dello Stato palestinese assume un evidente valore strategico, nel tentativo di intercettare quel bacino elettorale.

Tutto legittimo, se non fosse che — come ebbi già modo di osservare all’epoca dell’exploit de La France Insoumise (letteralmente: “La Francia Indomita”) — giocare con le istanze dell’islam politico non è sempre “potabile”. Anzi, alla lunga, i valori laici e secolari della nostra civiltà occidentale, che già oggi faticano a convivere con le istanze religiose islamiche, rischiano di diventare orpelli scomodi e inconciliabili.

In un simile scenario, qualora un partito islamista dovesse accedere al potere attraverso libere elezioni nel Vecchio Continente, è inevitabile che finirà per imporre la propria visione del mondo, comprimendo — se non annientando — le libertà, i diritti e l’identità delle comunità autoctone. È un esito tutt’altro che inverosimile: è quasi matematico, anzi scontato.

Ed è proprio per evitare questo che, già all’epoca, proposi non di bandire gli islamici o l’Islam — giacché oggi i cittadini di religione islamica non sono più stranieri, ma in moltissimi casi nostri concittadini, ed è giusto che vedano garantita la libertà religiosa come chiunque altro — bensì di istituire un Ministero del Culto. Un organismo che si occupi dei rapporti tra lo Stato e le varie comunità religiose, e che possa, nello specifico, giungere a un concordato anche con l’Islam italiano.

Poiché l’Islam non possiede una gerarchia centrale, lo Stato italiano — così come quello britannico o francese — dovrebbe avere il coraggio di fondare un proprio Islam, l’unico legittimato sul piano istituzionale: un Islam in cui i diritti delle donne siano garantiti, le prediche vengano pronunciate nella lingua nazionale, le assemblee si svolgano secondo principi democratici, e gli imam siano formati dallo Stato.

Un tentativo in tal senso è stato avviato recentemente in Albania dal Primo Ministro Edi Rama, il quale, nel settembre 2024, ha previsto la creazione di un micro-Stato sovrano in stile “Vaticano islamico”, della grandezza di 11 ettari nel centro di Tirana, dedicato alla comunità Bektashí: un ordine sufi islamico moderato, con radici secolari nei Balcani.

In questo modo — come nella migliore tradizione occidentale — potremmo finalmente separare l’istanza religiosa da quella politica. Solo così l’Islam potrà davvero integrarsi nel tessuto democratico delle nostre società, senza snaturarle.

Ma anziché ragionare in questi termini, c’è chi, sulla scia di Mélenchon, come Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, senza porsi troppe domande né guardare alle prospettive di lungo periodo, ha pensato bene di unirsi a una deputata sospesa dal Labour, Zarah Sultana — di origine pakistana e di religione islamica — per fondare, alla sinistra del Labour, un nuovo soggetto politico che coniughi Marx e il Corano: Falce e Corano, una simbologia che avevamo già visto incrociarsi nelle rivoluzioni del Novecento, ma mai — fino ad oggi — a queste latitudini.

Ebbene, con i sondaggi che danno il nuovo soggetto politico ben oltre il 10%, risultato chiaramente eroso a scapito di Starmer — che deve guardarsi anche da Farage, il quale, con il suo Reform Party, sottrae consensi da destra ai Tory e agli stessi Labour — ecco che il partito che un tempo era considerato il più vicino a Israele, proprio i Labour, poche ore fa, dopo anni di ambiguità, cambia posizione. E così, come già annunciato dalla Francia, anche la Gran Bretagna — per bocca di Keir Starmer — ha comunicato che a settembre riconoscerà ufficialmente lo Stato di Palestina.

Dunque, in questo contesto, la causa palestinese si trasforma in uno strumento geopolitico cruciale, usato per contenere il dissenso interno e rimanere aggrappati all’equilibrio globale.

Non è un caso se il collasso della presenza militare francese in Africa dimostra plasticamente i limiti delle risorse disponibili. Parigi, negli ultimi anni, ha perso le basi in Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Senegal e Costa d’Avorio. E la Gran Bretagna non se la passa meglio: tra gli scossoni interni e un Donald Trump che scalpita per sottrarle influenza anche sul Canada, fino alla Scozia — dove si concentrano quasi tutte le risorse energetiche del Regno Unito, oltre all’arsenale nucleare — che presto potrebbe divorziarne del tutto.

Di fronte a questi scacchi geopolitici, le due ex potenze coloniali si sono nuovamente strette l’una all’altra, nel disperato tentativo di restare rilevanti. Ma due zoppi che si sorreggono a vicenda, per quanto illudano di camminare, non fanno un Usain Bolt.

Così Parigi ha pensato bene di legarsi anche a Riad ed insieme ad essa co-presiedono la “Conferenza internazionale di alto livello per la risoluzione pacifica della questione palestinese”, inizialmente prevista per giugno 2025 ma rinviata per le tensioni Iran-Israele.

D’altronde l’Arabia Saudita ha fatto della questione una priorità strategica fondamentale.

Il progetto Vision 2030, lanciato nel 2016 da Mohammed bin Salman, punta a svincolare il Regno dalla dipendenza dal petrolio e a trasformarlo in un hub globale di servizi, tecnologia e turismo. Con investimenti già superiori ai 1.000 miliardi di dollari, questo piano ha bisogno di un contesto pacificato e il conflitto israelo-palestinese resta una delle principali fonti di instabilità e un ostacolo alla piena realizzazione di mega-progetti come Neom, la città futuristica da 500 miliardi di dollari.

Ora gli attacchi Houthi contro navi mercantili, inclusi l’uso di droni navali esplosivi e missili, hanno duramente colpito le rotte marittime strategiche per l’export saudita e il commercio globale. Un’instabilità che ha danneggiato seriamente la reputazione dell’Arabia Saudita come hub logistico affidabile, aumentando i costi assicurativi e operativi per le compagnie di trasporto, minando di conseguenza la fiducia degli investitori internazionali.

A differenza degli Emirati Arabi Uniti, che hanno già normalizzato i rapporti con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, Riad sceglie di usare la questione palestinese come leva per ottenere condizioni migliori, consapevole che la propria leadership religiosa e simbolica nel mondo islamico non può essere compromessa da un accordo con Israele privo di contropartite visibili. Il Regno fonda infatti parte della sua legittimità sul ruolo di “Custode delle Due Sante Moschee”, una posizione che non solo rafforza la sua influenza religiosa su 1,8 miliardi di musulmani, ma genera anche ritorni economici concreti, dal turismo religioso agli investimenti nei paesi a maggioranza islamica. Sostenere i palestinesi rafforza questa immagine di guida del mondo musulmano, mentre un avvicinamento unilaterale a Israele rischierebbe di minarla.

Ma anche Macron ha bisogno di un Medio Oriente pacificato per concentrare le limitate risorse militari e diplomatiche francesi sul fronte europeo, in particolare contro la Russia. La Francia non è strutturata per sostenere impegni simultanei su più teatri: le sue forze armate, ridimensionate negli ultimi decenni, non reggerebbero un nuovo coinvolgimento mediorientale.

Ecco dunque perché Macron prima e Starmer poi puntano sullo Stato Palestinese.

Eppure la fame a Gaza, le stragi, i neonati che muoiono per mancanza di latte – sì, tutto questo è reale. Ma viene strumentalizzato da ogni fronte. Israele commette eccessi inaccettabili? Certamente. Ma Hamas, con il cinismo del potere, usa il proprio popolo come scudo e moneta di scambio. Intanto, nei nostri salotti progressisti, ci si divide tra chi appoggia la Palestina per fede e chi lo fa per posa.

Ciononostante, nel cuore di questo dramma, l’Occidente continua a evitare l’unica domanda che conta: chi siamo diventati?

Siamo passati, in pochi decenni, da un’Europa che esportava diritti, cultura e civiltà, a una che importa tribalismi, tensioni religiose e modelli comunitaristi. La sinistra, un tempo laica e razionalista, si è trasformata in un miscuglio di retorica postcoloniale e islamopolitica militante. L’alleanza tra falce e Corano non è un accidente: è la nuova ideologia del rancore. Un odio organico verso tutto ciò che ha costituito l’anima dell’Europa.

Intanto la comunità ebraica britannica, 300mila persone, si sente abbandonata. La terza ondata di antisemitismo, cominciata nel 2015 con Corbyn, oggi trova nuove giustificazioni, nuovi alibi, nuove platee osannanti. Il multiculturalismo malinteso ha prodotto ghetti ideologici, non convivenza. E ora si raccolgono i frutti amari di una società che ha smarrito la sua identità storica, cristiana, illuminista e persino socialista.

Gaza è una tragedia. Ma è anche il pretesto perfetto per rifondare una sinistra illiberale, autoritaria, tribale. E il progetto di Corbyn e Sultana è solo l’inizio. Un’avanguardia ideologica pronta a sostituire l’Occidente con una narrazione altra, con simboli che non gli appartengono, con una visione del mondo che non lascia spazio al dissenso, né alla libertà.

Lorenzo Valloreja

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