Una prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che il cosiddetto “vecchio continente” abbia perduto la sua spinta propulsiva di crescita è il come si sia svolta e conclusa, per ora, la vicenda italiana del centri per l’immigrazione in Albania.
Perché sosteniamo questa tesi? Perché sappiamo che una civiltà in crescita procede per obiettivi; mentre una civiltà in decadenza procede per processi. Nel primo caso, infatti, ritroviamo l’entusiasmo di costruire e di intraprendere, la manualità artigianale, la creatività: basta una stretta di mano e i dettagli rimangono tali, dettagli. Nel secondo caso, invece, prende il sopravvento il sofisma, il perfezionismo, la cura ossessiva del dettaglio, la farraginosità dell’abuso delle norme, la vanità del contare, la prepotenza della posizione sociale.
E’ la solita solfa della concretezza della “sostanza” contrapposta alla aleatorietà della “forma”. In questo dibattito dicotomico, spunta sempre qualche improvvido “moderato riformatore centrista”, con un piede in due staffe, che giunge a sostenere che “la forma è sostanza”. Non si è mai sentito dire, però, il viceversa; che “la sostanza è forma”.
Fatta la premessa socio storico filosofica, vediamo cosa è successo.
La CGUE, la Corte di Giustizia Europea, il 1° agosto 2025, ha sentenziato, sul tema dei centri di immigrazione italiani in Albania, che la classificazione di “Paese d’Origine Sicuro” deve essere sempre verificata da un giudice. Addirittura, la Corte concede che l’Italia, come ogni Stato della EU, possa pubblicare la propria lista dei “Paesi sicuri”, persino con una legge. Tuttavia, la lista governativa non vale nulla: deve sempre essere verificata, controllata, approvata dal giudice. In altri termini il giudice non si limita a valutare il caso specifico del singolo richiedente; ma classifica, urbi et orbi, la qualità di sicurezza del Paese d’origine. Ora, ogni giudice diventerebbe Governo; ogni giudice avrebbe questo potere. E’ lecito chiedersi cosa succederebbe se due giudici classificassero in maniera diversa lo stesso Paese di origine?
Ma non è finita qui. Le fonti di informazione usate dallo Stato per definire la propria lista dei “Paesi sicuri” debbono essere disponibili e intellegibili ai giudici, e anche ai richiedenti asilo, per consentire a tutti di valutare la correttezza della classificazione governativa.
Non significa, forse, che lo Stato lavora mentre giudici e richiedenti asilo gli fanno le pulci? La graduatoria emergente è, in ordine di importanza, “giudici – richiedenti asilo – Stato”. Caos a non finire, soprattutto se si considera che la valutazione del “Paese sicuro” è, comunque, soggettiva.
Come si chiama questo privilegio dei richiedenti asilo? Dovremo introdurre qualche altro aggettivo … ci rivolgeremo all’Accademia della Crusca.
Ma, poi, questo giudice chi è? Mandrake? Ormai, tutto è di sua competenza, persino la politica internazionale essendo rigorosamente irresponsabile, insindacabile, invalutabile, senza bandiera. E’ un signore che, laureato e vincitore di concorso su norme e procedure, ha il potere della onniscienza; se perde, poi, l’equilibrio istituzionale, può tracimare ovunque, senza curarsi di ordinamenti, organizzazione, ruoli… indisturbato.
Soprattutto, senza temere perdita di prebende e senza rischiare sanzioni.
La Giorgia Meloni non è riuscita a stare in silenzio e ha scritto: “Ancora una volta la giurisdizione, questa volta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche”.
Tralasciando le beghe politiche sollevate dalla arrabbiata opposizione (non sono di nostro interesse) notiamo solo che questa sacrosanta storia del “rispetto dei diritti” può essere usata come “alibi” per favorire alcuni e, nel contempo, privare altri dei propri diritti.
Alla fine, però, ci ritroviamo con uno Stato in stallo: tipico di una civiltà in declino.
Ma la responsabilità non è tutta dei giudici. Ad esempio, chi ha introdotto l’istituto di “Paese d’origine sicuro”? Naturalmente la politica, questa volta quella europea.
Il concetto di “paese sicuro” sembra sia nato perché i giudici potessero gestire in modo più efficace le domande di protezione internazionale: invece ha creato caos e stallo. I criteri per definire un Paese sicuro sarebbero: il rispetto dei diritti umani, l’esistenza di un sistema democratico, la non presenza di guerre e di conflitti generalizzati.
E’ tutto chiaro … a parole. Ma come si fa a misurare, in questo senso, la sicurezza di un Paese? Sembra, questa, una domanda da “cento milioni”, di quelle senza risposta. Basti chiedersi se l’Italia sia da considerare un Paese sicuro. Per fare un paragone, l’istituto di “Paese sicuro” è pari all’istituto dei “LEP” (Livelli essenziali delle prestazioni) introdotti dal governo Amato. E’ chiaro a tutti ma, nel concreto, nessuno sa cosa siano i LEP, come si gestiscano e, soprattutto, come si misurino.
Ecco che dilagano le interpretazione soggettive, i dibattiti sul nulla, tanto tempo perso, dispersione di energie … uno Stato in stallo.
Nei punti oscuri della norma, pubblicata dal potere legislativo, ecco che si intrufola un altro potere, quello giudiziario.
Quest’ultimo, invece di chiedere lumi al potere che ha introdotto la norma, decide per conto suo. Infatti, dice la CGEU: “un Paese non può essere considerato sicuro se non lo è per tutti i suoi abitanti e in tutte le sue aree”.
Pensate che la questione sia risolta? Macchè, si complica di più perché si dovrebbero sguinzagliare spie per tutto il Paese in esame. Un esempio è proprio l’Italia dove non appare che diritti, democrazia e conflitti generalizzati siano equipollenti in tutto lo Stivale.
Pensate che la commedia sia finita qui? Assolutamente no. La CGEU ha precisato che la sentenza vale fino all’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla procedura d’asilo (già pubblicato), previsto per il 12 giugno 2026. Esso spiega che si può considerare sicuro un Paese superando l’attuale requisito di sicurezza generale.
Ma è facile prevedere che ci saranno altri intoppi.
La telenovela continua mentre la decadenza procede inesorabile.
