L’Italia ha bisogno di cultura ma, anche di legalità e giustizia e meno ipocrisia

Ho atteso qualche giorno per riportare questa personale riflessione, riguardo la esecuzione dello sfratto giudiziario del centro sociale denominato Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito.

Tante le tappe che hanno segnato la vita di questo centro sociale storico, che parte dalla prima occupazione a ottobre 1975 di un piccolo stabile di via Mancinelli ad opera di alcuni “comitati di caseggiato”, dei collettivi antifascisti, Avanguardia Operaia, e di qualche esponente dei movimenti Lotta Continua e Movimento Lavoratori per il Socialismo.

Mentre il luogo atto dello sfratto, la ex cartiera in via Watteau, in zona Greco è diventata sede del centro dal settembre del 1994 a seguito del sgombero dalla prima sede.

Ovviamente il centro ha vissuto, nel bene e nel male, tutte le vicende politiche e sociali dell’Italia di questi 50 anni

La famiglia Cabassi proprietaria dell’immobile e della superficie, per alcuni anni non richiese lo sgombero dell’immobile, anche perché lo stesso si trova in un’area sottoposta a vincolo di destinazione industriale e quindi di minor valore (meno appetibile) rispetto a quella di via Leoncavallo oggetto del primo sgombero operato proprio per riacquisire l’utilizzo.

Questa situazione, di calma apparentemente, è andata avanti fino al 1999 anno in cui la famiglia proprietaria della struttura di via Watteau torna a chiedere di rientrare in possesso dell’immobile.

Negli anni successivi viene più volte annunciato lo sfratto e lo sgombero, si attuano parecchie azioni e trattative,  con la mediazione delle amministrazioni comunali nel tempo succedutesi in funzione di “garanti”, tra le quali la famiglia Moratti, Giuliano Pisapia e quasi tutti gli altri sindaci, aventi come unico punto all’ordine del giorno il pagamento di un fitto e la regolarizzazione della legalità della presenza del centro ma, tutte le iniziative hanno sempre portato ad nulla di fatto.

Stesso atteggiamento che aveva portato all’accumulo già di 30 sfratti per la sede precedente a partire dal 1975, mentre prima del atto di sgombero attuale sull’area della cartiera si sono accumulate 31 anni di occupazione illegale di cui ben 22 dalla sentenza esecutiva e 133 avvisi di sfratto.

Questa la sintesi della storia, senza entrare nella validità della iniziativa e dei suoi contenuti, la mia riflessione parte proprio dalla perplessità che destano, almeno in me, questi numeri e questi spazi temporali.

Ad esempio se un normale cittadino italiano locatario non paga l’affitto, dopo 2 mesi riceve la lettera del proprietario o del suo legale, dopo 6 quella del giudice del tribunale e dopo 2 anni si trova, con le sue cose, in mezzo ad un strada, oltre a dover comunque sostenere il peso del debito accumulato nelle more e le spese della causa.

Ho visto con i miei occhi intere famiglie lavoratrici e per bene, vivere nella loro auto, furgone o altro mezzo negli spazi antistanti i centri commerciali.

Ho potuto osservare guardare il mattino, per le vie delle città, uomini lavoratori dormire, con le loro cose, nella macchina parcheggiata anche nei pressi  della loro vecchia abitazione, perché avevano lasciato le loro famiglie e non erano in grado di sostenere le spese di una nuova casa. Vedo persone indigenti costrette a vivere per strada, dormire nei colonnati nei porticati, o anche nelle rientranze dei portoni e mi vengono dei pensieri che non voglio commentare.

Lascio a chi avrà voglia e pazienza di leggere la riflessione personale su queste realtà che partono dalla stessa base di difficoltà o morosità ma, che sono molto diverse come risultato finale.

Ho letto che si è parlato di blitz, di mancanza di dialogo e di confronto dopo 22 anni dalla sentenza e dopo 133 tentativi e questo mi lascia stupito. 

Resto perplesso anche delle parole riportate da famosi giornalisti ed editorialisti sulla perdita inflitta alla cultura nazionale e internazionale, personaggi famosi che oggi parlano di violenza verso il luogo in cui loro si sono formati e da cui è partita la loro remunerativa carriera e mi viene spontaneo pensare ma, allora tu dal 1975, sapevi che persisteva questa forma di illegalità e non hai fatto nulla?

Ritengo che tutte queste persone, che oggi piangono la scomparsa del luogo avrebbero potuto, in quasi 50 anni, partorire un idea, un progetto, una raccolta fondi, una fondazione e visto che sono tutte le persone più che danarose, sarebbe stato relativamente facile trovare anche cifre importanti.

Anche dai personali proventi non strettamente professionali come quelli provenienti dall’essere testimonial, ad esempio della candeggina.

Leggo le dichiarazioni di giovanissimi rapper, anche coivolti in pesanti indagini giudiziarie che lamentano la forma, la modalità, la perdita di libertà e allora perché non pensano di devolvere una parte del loro bilancio a 6 zeri a questi giovani sfrattati e alla causa della cultura.

Mi diverte, il fatto che da luogo simbolo di avanguardia operaia e lotta continua, sembrerebbe le chiavi del luogo le ha riportate a bordo del suo suv, un’attivista che era, giustamente, in vacanza in toscana.

Dicevo che ho atteso qualche giorno proprio per vedere se qualcuno e qualcosa si muovesse concretamente… , invece il nulla solo parole, commenti per ricevere consenso e  visibilità gratuita, sfruttare anche questa occasione per ottenere solo plauso e ammirazione personale.

Tutti anche i responsabili della struttura attendono passivamente, e convenientemente, la decisione dell’ente pubblico per ricevere gratuitamente un altro luogo in cui svolgere le loro attività.

E le persone normali invece…

Il mio pensiero va a queste ultime, va alla giustizia che ultimamente è scesa in campo e si è sentita ferita per l’eventuale perdita di un suo privilegio.

È proprio a questa giustizia “come e quando vogliono loro” che andrebbe fatta un’analisi attenta quanto spietata.

La storia di questo sgombero, dopo 22 anni, è la cronaca di come la giustizia non sempre sia applicata come viene scritto a grandi lettere in tutte le aule dei tribunali: “La giustizia è uguale per tutti”.

Come crederle, come riporre fiducia in essa, quali i retroscena, i veri motivi di questa inefficienza:!paura, ambiguità, complicità, connivenza …

ciò che emerge è l’immagine di una giustizia zoppa, forse succube di una politica a fare da sfondo, inclinarsi e tollerare  l’illegalità per decenni. 

Ci sono voluti ben 22 anni dalla richiesta della proprietà e il numero record di ben 130 rinvii. 

A questo punto la domanda, si diceva, sorge spontanea, perché la legge non è stata applicata con la stessa solerzia riservata ad altri casi? 

Lo Stato, è diventato nel tempo, complice della creazione di una zona franca, legittimando di fatto, decenni di occupazione abusiva, con la legalità sospesa a tempo indeterminato, a seconda della convenienza politica del momento.

Mi vengono in mente situazioni, ambienti che nulla hanno a che fare con la cultura ma, con situazioni tragiche che ancora viviamo e per le quali si sono anche sacrificati magistrati e forze dell’ordine, ma resta solo una mia opinione, un pensiero perché la cronaca riesce anche ad andare oltre.

Lo stato, o meglio il governo che oggi è accusato da una parte dei media e della popolazione di un uso politico della situazione, di un atteggiamento di censura, di chiusura per non volersi confrontare o di aggressività e parzialità viene ulteriormente beffato da un paradosso finale che ha del grottesco.

La vicenda dal punto di vista economico, fiscale oltre che legale, seppur  lentamente è andata avanti e la famiglia Cabassi, proprietaria dello stabile, ha ottenuto una sentenza di risarcimento a fronte del danno subito, per la mancata disponibilità del proprio immobile per 30 anni.

I giudici hanno condannato a pagare non il centro sociale, come reale debitore, ma bensì il Ministero dell’Interno perché hanno riconosciuto lo Stato “inadempiente” per non aver eseguito lo sfratto. 

Una beffa per lo Stato ma, soprattutto per i cittadini, non tutti ma,  i soliti “fessi” contribuenti che dovranno risarcire, i proprietari con oltre 3 milioni di euro di soldi pubblici.

Sembra vivere una specie di corto circuito,  i giudici che osservano il problema non nella sua interezza, il sindaco Sala offeso solo perché non avvisato, non perché anche lui non aveva fatto nulla.

Non c’è molto da aggiungere, penso che ognuno al di là della propria fede politica si sia fatto un idea.

Perché in fondo vorrei osservare il comportamento e l’atteggiamento di tutti i politici, personaggi famosi, attori, cantanti, scrittori e giornalisti che oggi si mostrano offesi, indignati, che si strappano le “bibliche vesti” come novelli Scribi e Farisei, se si trovassero nella situazione che i loro locatari, conduttori o inquilini ignorassero dolosamente il pagamento delle quote di affitto per anni, per decenni ma, io ritengo anche solo per qualche mese.

Secondo voi come avrebbero agito?

Parlando di cultura mi piace concludere ricordando che in greco antico, scopro sempre di più che la Grecia già prima dell’avvento di Cristo era veramente avanti, la parola “ipocrita” “hypokrit?s” indicava originariamente un “attore” o un “simulatore”, era l’equivalente di persona che recitava una parte sul palcoscenico, insomma uno che simula, che finge. (Foto: La Stampa)

Buona riflessione.

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