La democrazia del futuro

L’architrave fondante della democrazia è un assunto che difficilmente ci si permette di contestare: ognuno è in grado di decidere meglio di ogni altro quello che è meglio per lui e quindi solo lui sa quello che vuole. Se poi dovesse sbagliare non potrà prendersela con nessuno visto che le decisioni di cui si lamenta sono le sue.

 Questo assunto ha portato piano piano al suffragio universale coinvolgendo progressivamente, poveri, analfabeti, donne, giovanissimi,…che in un primo momento non erano ritenuti all’altezza di comprendere una cosa così difficile come è la individuazione del proprio interesse. Così siamo arrivati ad oggi quando è evidentissimo che i pensieri di moltissimi sono ampiamente manipolabili e quindi il consenso non si basa più sulla libera determinazione individuale ma sulla pressione dei potenti sulla massa degli incolti. E anche qualora il voto dovesse indicare chiaramente una scelta individuabile perfettamente, gli intrighi di Palazzo portano a realtà e a scelte opposte. Cosa che accade anche in economia ove pochi decidono quello che devi comperare anche se chiaramente quella scelta è contraria alla volontà più intima del consumatore financo nel cibo. Non solo: alcune minoranze culturali riescono agevolmente ad insinuare nella cultura dominante e nei convincimenti degli opinion maker modelli di comportamento specifici di socialità non proprie e spesso opposte ai propri interessi. La tecnologia aiuta moltissimo in questa operazione di rimbambimento collettivo che sposta i comportamenti come i veri potenti vogliono. Il potere vero quindi si è insediato in questi che sanno, mentre nelle Istituzioni vanno personaggi che pur scelti, non sanno.

 Risultato è che tutti se ne vanno perché scontenti della condizione attuale: i poveri verso aree ritenute più ricche, i ricchi verso alti lidi ritenuti più promettenti, moltissimi vanno sotto i ponti o nelle roulottes o nelle barche,..… tutti comportamenti che denunziano uno scontento generale ma, secondo noi, scappano dal fallimento (o ritenuto tale) di se stessi e del proprio modello di vita attuale che ha sostituito quello originario ritenuto superato. Questi esodi vengono giustificati dalla libertà in un mondo globalizzato di tendere al meglio buttando alle ortiche il proprio passato, la propria cultura, la propria identità per la propria ambizione il più delle volte indotta. Quindi la gravità di tale comportamento generale viene totalmente nascosta ai più.

 Cioè oggi la democrazia liberale -prodotta dalla libertà, dall’uguaglianza, dal concetto di stato separato dalla persona del sovrano …- ha fallito macroscopicamente il suo compito mentre nessuno in questi anni si è peritato di immaginare come sostituirla; anche solo immaginare come sostituire il voto come modello di consenso è percepito come rispondente agli interessi della minoranza di governo e non certo a quelli degli elettori.

 Il fatto che quella libertà introdotta per togliere potere all’ancien regime ha distrutto la famiglia, ogni forma di regola e di autorità, nell’idea di conferire al singolo cittadino la maggiore possibile libertà di manovra ha prodotto persone sole e prive di una idea sul come usare quella libertà se non assecondando lusinghe altrui e debolezze proprie. L’uguaglianza ha prodotto dei cloni che come tali vengono trattati dai potenti e dai loro computer che governano le collettività; computer che, programmato da chi ne sa più di tutti ti fa pensare e fare quello che ESSO decide essere meglio per ognuno e per tutti. Il risultato è un mondo di eguali come uguali sono le auto dello stesso modello e come tali saranno trattate.

 Che si fa?

 A ben guardare questa non è cosa nuova; nelle tribù di ogni dove i singoli erano tutti uguali verso l’unica autorità che imponeva perché si riteneva sapesse più e meglio di tutti quale è il bene di ognuno e di tutti. E quindi comandava anche sulla tua vita che era indirizzata a piacimento del capo. Quindi siamo alle solite: da un lato il modello tribale quindi dittatoriale (recentemente il nazismo, ma anche il soviet, il kibbutz,…) e dall’altro la perenne ricerca del modello plurale, dialogante cosciente del fatto che nessuno sa più di un altro quello che servirà e serberà il futuro. Ma se vogliamo questo secondo modello come lo facciamo se la democrazia liberale uscita dalla rivoluzione francese ha fallito? se nessuno ha una idea di dove vuole andare? se il sapere e il capire sono appannaggio di pochi che così giocoforza potranno farti fare quello che vogliono? le religioni perché lasciano che tutto questo accada senza profferire verbo? cosa c’è dietro?

 C’è la omologazione planetaria imposta dalle tecnologie che pretendono e inducono a credere che essendo tutti uguali dobbiamo consumare e credere tutti la stessa cosa, vedere tutti lo stesso film, sentire tutti lo stesso sentimento indotto dalla televisione…perché nessuno ha una identità propria degna di nota. Tutti non sono altro che numeri di codice fiscale o di iban .. altro, (secondo loro, i famigerati mondialisti) non v’è. E invece le identità vi sono. La nostra è particolarmente complessa. Ci dicono che siamo greco-latini-cristiani-giudaici ma nessuno ha pensato a definire la sintesi di queste influenze. Il fatto che per secoli queste identità hanno convissuto in ognuno di noi e in tutte le varie identità italiche (ma anche mediterranee, francesi, teutoniche, anglosassoni…) non toglie che qui prevalgono certune mentre a qualche centinaio di chilometri prevalgono altre; non è meticciato, non è un pasticcio ma va compresa la natura di questa nostra realtà.

La nostra famiglia cristiana come la nostra religione ricordano la latinità cosa che probabilmente è la ragione della guerra che dobbiamo subire in questo campo. Ma anche l’economia da noi è meno competitiva e meno accumulativa di quanto accade altrove; serve solo lasciare che ogni identità svolga il proprio ruolo di ispirazione e regolazione delle persone che vi si ritrovano. È da qui, dalla identità, che inizia il futuro di tutti e di ognuno non dall’individualità ormai schiacciata dalle tecnologie dai poteri forti.

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