La sfiducia certificata a François Bayrou con il voto del Parlamento francese sembra essere stata assorbita piuttosto bene dai mercati. Tant’è che sia il Cac?40 sia lo Stoxx?600, all’indomani dello schiaffo politico, hanno registrato piccoli rialzi. Addirittura, i rendimenti dei titoli decennali dei nostri cugini d’Oltralpe sono scesi dal 3,58% al 3,40% circa: un segnale, questo, che la situazione non è percepita come disastrosa dagli operatori finanziari.
Un po’ perché la caduta di Bayrou era già stata scontata dai mercati, un po’ perché Macron appare determinato a evitare elezioni anticipate, anche attraverso il varo — a breve — di un nuovo esecutivo tecnico, presieduto e composto da figure terze, riducendo così il rischio di un terremoto istituzionale più ampio.
Ma se tutto ciò può soddisfare le élite europee, basterà davvero a placare il malessere popolare che ormai serpeggia in Francia?
Macron, infatti, registra un indice di gradimento tra i più bassi nella storia della Quinta Repubblica: appena il 15%, secondo i sondaggi. Inoltre, ha collezionato ben quattro cadute di governo in poco più di tre anni: un autentico primato negativo, se si considera che la Quinta Repubblica (nata nel 1958) ha visto in media un governo ogni 2,5 anni — ma mai, prima d’ora, uno all’anno.
Marine Le Pen, conscia dei sondaggi che la danno al 36% in vista delle presidenziali del 2027, morde il freno. Ma non le conviene che il “piccolo Napoleone” cada adesso: per chi lo avesse dimenticato, è ancora sottoposta a una condanna in primo grado all’ineleggibilità per cinque anni, in seguito all’accusa di uso improprio di fondi UE. Il relativo appello sarà discusso tra gennaio e febbraio 2026, con sentenza prevista per l’estate dello stesso anno.
Dunque, se si candidasse prima della sentenza definitiva, la sua candidatura verrebbe rigettata dagli organi preposti. E anche se riuscisse a presentarsi, qualunque ricorrente potrebbe facilmente annullare il risultato elettorale, creando un vulnus istituzionale gravissimo per la Francia.
Le Pen, quindi, ha tutto l’interesse a lasciare Macron logorarsi lentamente, guadagnando ulteriore terreno nei sondaggi.
Forse è anche per questo che i mercati si sono mostrati clementi: c’è bisogno di logorare Macron e la sua compagine fino allo sfinimento, ma senza “ammazzarlo”, perché una sua caduta prematura non converrebbe a nessuno. Tanto meno agli Stati Uniti, che — piaccia o non piaccia — restano il vero dominus dell’Occidente, in grado di fare e disfare Stati e governi a piacimento. Il tutto dopo aver convinto per quasi un secolo le proprie “vittime” che ciò non sia vero, e che tra Washington e i suoi accoliti esista un rapporto davvero egualitario e paritario.
Ma non è così.
Infatti, al di là della prosopopea e della spocchia di Macron, dei vaneggiamenti di Mertz, e degli ululati di Zelensky, l’Unione Europea è praticamente finita, non solo a causa delle immense divergenze interne, della sua elefantiaca burocrazia, della propria impotenza politica e della sua visione antistorica e irrealistica, ma anche perché, in un possibile Con-dominio globale russo-americano, l’Ue è diventata un elemento non più utile, se non addirittura di disturbo, per il mantenimento degli equilibri tra queste due superpotenze.
Ecco perché, paradossalmente, il destino dell’Ue è oggi più legato ai desiderata di Putin di quanto non si voglia ammettere.
Infatti, se quanto dichiarato da Putin a Robert Fico, Primo Ministro slovacco, durante l’ultima visita ufficiale in Cina — «Per quanto riguarda l’adesione dell’Ucraina all’Ue, non ci siamo mai opposti» — fosse sincero, allora si potrebbe concludere che la più grande clausola di salvaguardia per l’Europa sia proprio la Russia. Perché, a Mosca, farebbe comodo avere quell’organizzazione al proprio confine.
Diversamente, Trump avrebbe già abbassato la leva per smaltire Macron e fare entrare anche la Francia nel novero delle Nazioni guidate da forze sovraniste. Ma se ciò non è ancora avvenuto — e anzi, i mercati continuano a segnalare “bonaccia” — è solo perché in Alaska, qualche settimana fa, è stato deciso così…
Ora vedremo, al prossimo bilaterale, se i due massimi leader, lontano da telecamere e microfoni indiscreti, decideranno diversamente.
Fatto sta che il countdown è già iniziato.
E Macron inizia a puzzare di carogna.
Lorenzo Valloreja
