Un secolo fa è stato effettuato a Bari un significativo investimento per dotare la Puglia e il Sud di una Fiera Campionaria; cioè di un posto dove i produttori pugliesi e più in generale meridionali potessero presentare i propri prodotti al mondo intero con particolare riguardo all’oriente verso cui la Puglia è naturalmente protesa.
Oggi quella idea sembra profetica perché nonostante la burocrazia, il fisco, la concorrenza sleale di tre quarti del mondo, nonostante l’Europa Unita, l’euro, la scarsità del credito, i sindacati, il caro energia, le guerre, le sanzioni,… nonostante tutto, le Pmi baresi e più in generale meridionali oggi producono in ogni settore di attività ben più di quanto riescono a vendere in loco e quindi hanno bisogno di presentare i loro prodotti in modo che questi vengano venduti fuori dal loro territorio.
Negli anni della ricostruzione postbellica la Fiera ospitava enti nazionali come l’Iri, le ferrovie, le banche,…che non erano produttori locali ma pagavano profumatamente gli spazi che occupavano alimentando il bilancio della Fiera; quindi il sostanziale fallimento della gestione della Fiera -già allora ampiamente evidente- era rimandato avanti negli anni. Poi anche questa manna è finita e siamo ai giorni d’oggi in cui la maggior parte delle Fiere del mondo ha problemi di bilancio e quindi chiunque è ben venuto purchè paghi la locazione degli spazi. Cionondimeno le esigenze del bilancio della Fiera non vengono bastevolmente soddisfatte dai proventi della locazione degli stand e quindi servono soldi freschi che vengono spesso dalle tasche del contribuente.
È di facile intuizione che gli spazi maggiori e migliori sono appannaggio dei più solidi mentre le piccole e microimprese sono strutturalmente escluse. Questo significa che locando gli spazi -implicitamente e forse inconsapevolmente- la Fiera favorisce gli imprenditori più facoltosi e solidi mentre esclude i più deboli in contraddizione rispetto alla sua condizione di erogatore di servizio pubblico (visto che è emanazione di enti pubblici e quindi dovrebbe ospitare tutti nella stessa maniera); quanto meno per non falsare la concorrenza… Non solo, essendo benvenuti anche espositori di altre aree nazionali ed estere, si favorisce involontariamente il produttore anche d’oltralpe che viene qui a vendere i suoi prodotti in concorrenza a quelli delle imprese locali e sottraendo ai nostri produttori anche parte del mercato locale. Un autogol!
Questo significa che mentre l’idea era ed è quella giusta, trasformando la Fiera in una organizzazione di gestione e quindi locazione di immobili non si è favorita l’economia locale quando non la si è danneggiata. E questo non ha bisogno di essere dimostrato.
Che si fa?
Serve modificare il contratto di adesione all’iniziativa fieristica in modo da eliminare il rischio di discriminazione a danno di talune imprese e a favore di altre. Il rapporto con l’espositore deve divenire molto più collaborativo. Non è difficile ma non è neanche facile specie per chi pensava di continuare con modelli di gestione rigidi e antichi.
Nel nuovo millennio la Puglia si è scoperta poter essere leader mondiale nel turismo, nell’enogastronomia, nella produzione di energie rinnovabili, nel mobilio … tutti settori che avrebbero bisogno di una vetrina che la Fiera può e deve essere; tutti settori che costituiscono una promessa per l’economia locale e per il futuro della Fiera.
In sintesi: tutto potrà rimanere com’è ma il servizio che la Fiera potrà offrire al Territorio sarà molto modesto; se invece si vuole maggiormente lanciare le nostre imprese, la futura Fiera non potrà essere simile al passato in moltissimi dei suoi elementi fondanti. Serve rimboccarsi le maniche e con grande umiltà bisogna progressivamente rivedere un po’ tutto avendo negli occhi le piccole e micro imprese locali con le loro debolezze e necessità. Le Pmi sono le uniche che creano ricchezza mentre le società grandi e quelle pubbliche consumano ricchezza molto più di quanta ne producano.
Inoltre si è scoperto che il mondo globalizzato che credeva che il web avrebbe soppiantato le Fiere oggi si ritrova incapace di rispondere alle richieste dei consumatori senza un contatto fisico tra il venditore e l’acquirente: è la nuova modernità post tecnologica di cui nessuno si è accorto che stiamo concretamente vivendo; in attesa che qualche grande filosofo ce lo dica, noi cerchiamo di andare incontro alle esigenze delle imprese meridionali interpretando i segnali che vengono dal mercato e assecondando le imprese che sono state capaci di andare controcorrente quando si diceva che le Pmi sarebbero state sostituite dalle grandi e che le Fiere sarebbero presto divenute inutili.
La Fiera di Bari e le nostre imprese possono vincere questa sfida.
Canio Trione
