In Ucraina la guerra pericolosa, di tutti

Questa benedetta guerra Russia/Ucraina è cominciata a febbraio 2014 con l’occupazione russa della Crimea. Nel contempo è scoppiato il  conflitto nel Donbass tra le forze separatiste del Donbass, sostenute dalla Russia, e le forze governative ucraine. Ma, poi, invece della pace, tutto è degenerato: il 24 febbraio 2022, Mosca ha avviato la fase della “operazione speciale” sul territorio ucraino. Da quel momento sono trascorsi oltre 3 anni e mezzo; e oltre 11 anni dalla annessione russa della Crimea. E non si vede luce in fondo al tunnel. Quante occasioni di armistizio sono state perse? La domanda è: chi ha voluto che si perdessero?

Mentre i leader politici giocavano alla guerra, i popoli, quello ucraino ma anche quello russo, pagavano finanche con la vita.

Lungi dal voler assegnare colpe e responsabilità (il che ci porterebbe in un inutile  campo minato di pro e contro, senza soluzione), a noi tutti interessa cosa potrebbe riservarci il prossimo domani. E’ la questione più importante.

Quali sono gli attori in gioco? Questo sembra chiaro: USA, Russia, Europa e, sullo sfondo, acquattata, la Cina.

Basta questo per capire che non si tratta di una semplice guerra locale; si ha a che fare con una partita politica globale che ha come posta in gioco un nuovo assetto mondiale.

Questo scenario è l’esito, prevedibile, della globalizzazione, praticata dagli USA con le sue multinazionali, che ha trasformato le economie del mondo. La Cina, ad esempio, è diventata la “fabbrica del mondo”. Questo processo, strategico e continuo, di esternalizzazione della produzione si basava su di un presupposto socio economico rivelatosi profondamente sbagliato, dedotto da ignoranza delle dinamiche sociali. Il presupposto era: “noi ci garantiamo la intellighentia, il governo e il controllo gestendo direttamente le high level activities (creatività, ricerca, strategie); possiamo  demandare a terzi le low level activities (manifattura e produzione)”.  

In sostanza: da un lato lo spirito, dall’altro la materia.

E’ appena il caso di osservare che, in una impresa, in generale in ogni iniziativa umana, il reale potere è nella fabbrica: nel know how, che una volta si chiamava “manualità”, “saper fare”. Tutto il resto, che si può assimilare a “funzioni di servizio”, cresce se la produzione si sviluppa e invade il mercato. La Scienza delle dinamiche sociali dice che dalla manualità si può risalire alla teoria; tutt’altra cosa è discendere dalla teoria alla manualità.

Un esempio è lo scenario di un Occidente in crisi.

Come mai è in crisi se funzionava così bene? E’ in crisi perché la sua civiltà si è “burocratizzata”; è diventata “convenzionale e normata”. Nel gergo della “gestione delle risorse” si dice che è “orientata al processo piuttosto che all’obiettivo”.

Questo significa depauperamento della qualità, perdita di creatività, incapacità di iniziativa e di pensiero prospettico, dequalificazione della ricerca.

Cioè, dispersione proprio di quei fattori che si pensava essere il centro del potere e, quindi, del controllo globale; quei fattori che l’Occidente credeva di tenere per sé.

E’ la rivincita della materia sullo spirito. Dal punto di vista di un ecosistema vuol significare che un operaio è più “resiliente” di un laureato in giacca e cravatta: quello, l’operaio, stile “nature”, ha una capacità di sopravvivenza maggiore di questo, il laureato, omologato e political correct.  

La storia del complesso di superiorità delle civiltà mature è roba vecchia.

Della ineluttabilità di un nuovo assetto mondiale sono ben coscienti Trump, Putin e Xi; molto meno l’Europa.

Ma, allora, questa guerra? Non finirà! Non finirà finché i giocatori sono ancora in partita. Purtroppo i tempi della partita sono lunghi, molto lunghi; anche se in fase di accelerazione.

Trump la vuol finire con le guerre per risparmiare ma, soprattutto, per riportare il gioco sul terreno a lui più congeniale: quello della trattativa e del business. Lo fa cercando di utilizzare i rimasugli del potere USA: la diffusione del dollaro, la presenza globale, il mercato più grande del mondo. Ma tutto questo ha un prezzo molto alto che gli USA non possono più permettersi.

Anzi, dei quattro attori citati, Trump è il più debole sia perché gli USA sono in fase decrescente sia perché ha tre fronti aperti: Russia, Cina e addirittura l’Europa. Ma è anche questione di tempificazione: forse Trump è arrivato troppo tardi.

Putin, sa bene che la guerra è il tallone d’Achille di Trump. Ha quindi tutto l’interesse a continuarla fino ad esaurire le ultime risorse occidentali e la resistenza della tempra di Trump. Per questo ha cementato, con grande intelligenza politica, le relazioni con la Cina e altri Paesi popolosi come l’India. Da un lato dispone di un vastissimo territorio ricco di materie prime e dispone anche di tempo da spendere nell’attesa. Dall’altro, le alleanze e BRICS gli consentono di farsi beffe delle sanzioni e delle limitazioni ai commerci e ai pagamenti.

Xi vede molto di buon occhio questa strategia di Putin perché funzionale ai propri obiettivi. La sostiene, consolida l’alleanza e, intanto, sornione e apparentemente disinteressato, costruisce, costruisce e, ancora, costruisce. Basta una occhiata allo sviluppo strutturale e infrastrutturale del Paese per rendersene conto, e per rimanere allibiti.

Ma, ora, ecco l’accelerazione; siamo ad una svolta: la Cina esce allo scoperto: è il momento, il mondo deve sapere cosa sia diventato quel Paese.

E l’Europa? Affogata nella sua presunzione, pilotata da poteri finanziari che sembra si stiano rifugiando nella city londinese, senza statisti, irretita nelle sue “transizioni” e nella sua burocrazia, priva di ogni spinta propulsiva, stranamente non capisce che sarebbe la prima beneficiaria della fine della guerra.  l’Europa dovrebbe volere arrivare, il prima possibile e a qualunque costo, all’armistizio di una guerra che ha voluto cavalcare, con le artificiose bandiere della lotta alle autocrazie e della salvaguardia della democrazia. Servirebbe all’Europa, anche, un progetto fattibile di rinascita e di riposizionamento; ma questa è un’altra storia.

Invece, che fa l’Europa? Dà spazio agli individualismi dei leader e alle sovranità nazionali. Parla di unione ma si crogiola in una mancata integrazione; parla di compattezza ma la vorrebbe ottenere con il superamento  artificioso della “unanimità”. L’Europa si atteggia a Stato, come un giullare da avanspettacolo. Manca, invero, la consapevolezza dei politici, degli opinionisti, della intellighentia nostrana che Trump, Putin e Xi la vedono per quello che è: un Trattato monetario, commerciale e normativo del tutto privo di strategie politiche.

Sarebbe da chiedersi chi ci sia dietro l’Europa! Ma evitiamo la domanda per non cadere nel campo del “complottismo”: finiremmo a parlare di BlackRock, Rothschild, Bloomberg, Soros, Gates e similia.

Osserviamo, invece, la realtà dove emergono le individualità e gli individualismi.

Merz, privo dei liberali e al carro dei Dem, è interessato a costruire l’esercito più grande d’Europa per rilanciare la produzione tedesca e per dare vitalità al suprematismo teutonico;

Starmer, erudito ma insignificante a detta dei suoi elettori, cerca di rinverdire politiche coloniali nei confronti della Europa. Il suo riavvicinarsi alla Europa è visto, fantasiosamente, come un pentimento della Brexit;

Macron, ormai privo di consenso, per frenarne la frana fa molto “moto browniano” nella speranza di poter dare le carte e in ossequio alla grandeur;

Meloni, alle prese con un Paese fermo da 50 anni, socialmente ed economicamente debole, “fa surf” con maestria e con neutralità politica, con la consapevolezza che l’Europa fallisce se fallisce Trump.

In tutto questo, l’unica politica europea che emerge è il sostegno alla Ucraina. Infatti, la Ursula dirotta capitali ed energie verso Zelensky: ed è proprio il contrario di quello che si dovrebbe fare. Perché mai? Ma per quello che si è sostenuto finora: la guerra è un atout vincente per il nuovo assetto mondiale e l’Europa dovrebbe ormai aver capito che non ne sarà uno dei protagonisti. L’immagine di ancella del nobile (USA) non le giova.

Domandiamoci, però, come si fa a pretendere l’armistizio quando si denigra l’avversario; quando lo si accusa di delitti contro il genere umano; quando gli si invia un mandato di cattura internazionale; quando si promuovono sanzioni, al suo Paese e ai suoi cittadini, come se si fosse una autorità indiscussa; quando si propone di inviare militari europei in Ucraina; quando si definisce la Russia uno Stato di terroristi; quando Putin sarebbe un assassino?

Altro esempio? Macron e il gruppo dei “volontari” dice: “inviamo militari in Ucraina una volta ottenuto l’armistizio”; Putin risponde: “i militari europei in Ucraina prima dell’armistizio sono obiettivo di guerra. Dopo l’armistizio sono inutili”; Zelensky: “no, inviamoli subito, non ci fidiamo di Putin!”.

Questo Zelensky non manca mai. Il fatto è che Putin non lo considera alla sua altezza e ne definisce la illegittimità del ruolo, non importa a nessuno.

Questo semplice scambio di battute ci rimanda l’immagine di un Putin con il sangue agli occhi e che non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello di sedersi ad un tavolo di pace con un signore dal nome Zelensky che si atteggia, con superbia e maestro di morale, da emissario della Europa.  

L’Europa è la Cenerentola della guerra perché i suoi leader si comportano da comici: non si capisce a che gioco stiano giocando e su quale scacchiera. Quella vera è in un altro posto, lontana dalle loro postazioni.

Quindi, speriamo di sbagliarci ma il pronostico è facile: questa guerra continuerà e, sembra, che stia diventando molto pericolosa. Non c’è’ dubbio che sia molto difficile giocare la partita con un Occidente diviso, un Trump inviso e deriso dai suoi stessi partner, una Europa ostinata nel suo passato e molto debole nei suoi membri più siginificativi.

“Io, speriamo che me la cavo!”

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