La fisica della politica: da Doha a Washington: trame, azioni e reazioni

Questa volta Netanyahu, con l’attacco aereo in Qatar volto a eliminare i vertici di Hamas, l’ha fatta davvero “fuori dalla tazza”: un’azione che costerà molto cara sia a lui sia allo Stato d’Israele, perché ha superato la soglia di non ritorno, facendo sì che l’opinione internazionale si schieri apertamente e con decisione contro i messianici al potere.

Ora, però, bisogna tentare di capire se ciò sia avvenuto per cinque minuti di follia, uniti a un forte delirio di onnipotenza degli israeliani, oppure se una simile mossa sia stata indotta da altri per creare il cosiddetto casus belli politico, in grado di provocare la destituzione dell’ingombrante Netanyahu.

Se è vero che dietro Hamas ci sono senz’altro i qatarini, che fino a oggi hanno finanziato, armato e utilizzato il movimento, e che la famiglia Al Thani, nel Golfo, è l’unica monarchia a dialogare con l’Iran, è altresì vero che l’illuminato Emirato del Qatar, Sheikh Al Thani, è riconosciuto a livello internazionale – sia dagli Stati Uniti sia dalla Russia – come un leader pragmatico e affidabile. Ha saputo modernizzare il proprio Paese, diversificando l’economia oltre al petrolio e al gas, promuovendo infrastrutture, istruzione e progetti internazionali.

Non ultimo, il Qatar si è fatto carico di organizzare le passate trattative di pace tra americani e talebani e, ora, tra Hamas e israeliani. In un certo senso, è anche artefice delle trattative tra russi e ucraini in Turchia, visto che il Qatar è uno dei maggiori finanziatori della Turchia di Erdogan. Ha dunque un ruolo determinante nella regione, riconosciuto anche da Tel Aviv, che ha accettato la mediazione di Doha.

Certo, Al Thani, a differenza degli emiri di Dubai e del Bahrein, non ha sottoscritto gli “Accordi di Abramo”. Neanche l’Arabia Saudita, il Kuwait o l’Oman lo hanno fatto. A differenza di questi ultimi, tuttavia, il Qatar si è astenuto non tanto per motivazioni ideologiche, quanto per mantenere buoni rapporti con il vicino Iran, con cui condivide il più grande giacimento di gas naturale del mondo (North Field/South Pars). Al netto di questo, bisogna ricordare che il Qatar ospita pur sempre la più grande base americana della regione.

Dunque, com’è possibile che quindici aerei con la stella di Davide si siano alzati in volo da Israele, sorvolando prima i cieli della Giordania, poi quelli dell’Iraq, successivamente il Kuwait e infine lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, percorrendo in totale circa 1.800 km senza che nessuno se ne accorgesse?

Questa ipotesi appare poco credibile, perché gli aerei in dotazione allo Stato d’Israele – F-15, F-16 e F-35 – hanno un raggio d’azione massimo di 1.000 km. Per percorrere distanze maggiori necessitano obbligatoriamente di aerei cisterna per il rifornimento, oltre a velivoli radar per il supporto della missione. Inoltre, i missili che dovrebbero essere sganciati non supererebbero la gittata di 300 km, quindi ben al di sotto dei 1.800 km del tragitto complessivo.

Ed è per questo che mi viene il dubbio che a dare l’ok a Netanyahu, se non addirittura a spronarlo nell’azione, non sia stata proprio l’attuale amministrazione Trump, al fine di defenestrarlo.

D’altronde, gli americani non sono nuovi a questo tipo di strategie. Come non ricordare, a tal riguardo, le dichiarazioni di Saddam Hussein, il quale affermò che, prima di invadere il Kuwait, il Rais avesse debitamente informato l’allora Presidente Bush senior, che gli avrebbe dato il suo assenso verbale?

E senza andare a scomodare la storia del secolo scorso, come non ricordare la dichiarazione ufficiale di poche ore fa, con la quale si faceva sapere al mondo che gli americani erano stati informati?

Quindi sia Saddam sia il Comando dell’Idf hanno mentito? Io credo di no: molto più semplicemente, sono stati usati. Ma, come in matematica, “cambiando gli addendi il risultato non cambia”.

Dunque, parafrasando gli autori musicali Ruccione e Marchesi: “la fine dello strapotere di Israele in regione inizia da Doha”. È matematico, o se preferite, pura fisica: la Terza Legge della Dinamica di Newton afferma che “ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria”. Nulla capita a caso, tutto ha una finalità, e l’attacco di Israele a Doha rientra in questo schema.

Così come non possono essere casuali due eventi avvenuti a 9.200 km di distanza l’uno dall’altro: l’omicidio dell’attivista filotrumpiano Charlie Kirk, presso la Utah Valley University il 10 settembre scorso, e l’attentato di poche ore fa a Roma, nel quartiere Garbatella, al centro sociale “La Strada”, per colpire chi, come l’ex penta stellato Di Battista, è ritenuto dagli ambienti filoisraeliani “una puttana di Hamas”. Due eventi apparentemente scollegati, ma che si sono verificati in due Paesi a governo sovranista e particolarmente in sintonia tra di loro. Ciò richiama alla mente la cosiddetta “strategia della tensione”, proprio a cinquant’anni esatti dal “compromesso storico”.

Qualcuno tra di voi mi accuserà di essere un complottista o un visionario? Non lo so, ma siccome la guerra è prima di tutto menzogna, bugia per bugia, anche queste informazioni con i relativi fatti concreti potrebbero, molto probabilmente, significare e causare tutt’altro rispetto a ciò che potrebbe sembrarci a prima vista. È un dato di fatto. Come è un dato di fatto che, al di là delle dichiarazioni, degli allarmi e delle invocazioni dell’articolo 4 della Carta Atlantica, una ventina di droni russi abbiano violato lo spazio aereo polacco, non per pochi metri, ma per ben 300/400 km, senza che le forze di interdizione aerea polacche fossero in grado di abbatterli.

Ciò significa che i polacchi, nonostante tutti i soldi spesi in questi anni in armi e addestramento, non sono capaci di fermare un bel niente, ed è questa la vera ragione dell’invocazione dell’articolo 4, più di ogni reale attacco, giacché la Federazione Russa si è resa subito disponibile per chiarire questo strano incidente.

Dunque, dal Qatar al confine polacco, passando per gli Stati Uniti e l’Italia, il messaggio è uno solo: chiaro e perentorio per tutti: “uomo avvisato, mezzo salvato”.

Lorenzo Valloreja

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