Il fatto che Putin, Xi e Modi abbiano disertato l’Assemblea generale dell’Onu non è stato messo nel giusto risalto dalla stampa occidentale, troppo intenta a parlare dell’intervento di Trump e di tutti gli altri leader vicini agli Stati Uniti. Dal contestato Netanyahu a Erdogan, da Meloni a Macron, persino Al Sharaa, Presidente della Siria del dopo Assad, ha preso la parola e ne è stato dato ampio risalto.
Essere sul podio dell’Onu, infatti, non significa soltanto esprimere la posizione del proprio Paese, ma anche mostrarsi come interlocutore diretto davanti alla comunità internazionale. Dunque, non essere lì, come già scritto in un mio precedente articolo, è l’ennesima manifestazione di volontà di riscrivere le regole che hanno garantito i rapporti internazionali per oltre settant’anni. Anche perché sono gli stessi Stati Uniti, per volontà del Presidente Trump, a voler chiudere l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ritenuta ormai un organo ininfluente e inutile.
Da segnalare anche l’assenza del potentissimo Mohammed bin Salman, Capo del Governo e Principe ereditario del Regno dell’Arabia Saudita, che proprio in questi giorni – in risposta agli attacchi israeliani di qualche settimana fa in Qatar – ha stretto un patto d’acciaio con l’unica potenza nucleare del mondo islamico: il Pakistan. I termini dell’alleanza prevedono che, qualora uno dei due Paesi venisse attaccato da chiunque, entrambe le Nazioni si considererebbero in guerra, fornendosi reciproca copertura militare con ogni mezzo, dunque anche con l’atomica. Et voilà: chi semina vento raccoglie tempesta. Così lo sciagurato attacco dell’IAF a Doha ha già portato i suoi frutti, compreso lo strappo definitivo tra Riad e Washington.
Questo perché i Paesi che non sono satelliti degli Stati Uniti non si fidano più dell’ombrello americano: non tanto per i modi di Trump, quanto perché – udite udite – gli USA e i loro alleati, in Ucraina, al di là delle chiacchiere, hanno perso malamente. Quarantasette democrazie, armate e ben organizzate, che hanno fornito tutto il possibile a un esercito motivato, coraggioso e disciplinato come quello ucraino, non sono riuscite a piegare un Paese come la Russia che, al di là dei droni iraniani e dei soldati coreani, ha affrontato quel blocco praticamente da sola.
In Africa, come in Asia e altrove, questo lo hanno visto chiaramente. E, come sempre accade, da chi perde ci si allontana per avvicinarsi a chi vince. Il fatto che India e Cina abbiano inviato all’Assemblea Generale delegazioni non di altissimo livello è un messaggio preciso: “Fate come vi pare… a noi non interessa più!”.
A questo punto Erdogan potrebbe davvero “fare il pazzo”, pur di non pagare dazio. E così, anche se non ha nulla da temere da Israele, mettendosi come si è messo a paladino della Palestina, potrebbe dichiarare di non fidarsi più della Nato e di sentirsi minacciato proprio dall’attivismo di Tel Aviv. Di conseguenza, potrebbe decidere di dotarsi autonomamente dell’arma atomica. Sarebbe una marea di guai per la Francia, ma soprattutto per noi italiani: verremmo praticamente cacciati dal Mediterraneo. In altri termini, per dirla ancora più chiaramente, potrebbero ripresentarsi le stesse conseguenze che si ebbero con la battaglia della Meloria, quando la Repubblica di Genova impose alla Repubblica di Pisa di togliere le catene dal porto, provocandone l’insabbiamento e la fine di tutte le attività portuali.
Il Medio Oriente, dunque, più che l’Ucraina, si conferma cruciale per l’Italia, la cui vocazione non è continentale, cioè europea, ma mediterranea. Per questo, tutte le risorse spese per Kiev sarebbero dovute essere dirottate in Medio Oriente, tra Libano, Siria e Palestina.
Di questo la nostra reticente classe politica è ben cosciente, anche se non può dirlo apertamente. Forse è proprio per questo che, stranamente, nelle ultime ore, da Mattarella a Meloni, tutti si sono uniti nel biasimare la “Sumud Flotilla” per la violazione delle acque territoriali israeliane. Perché, di fatto e di diritto, la Striscia di Gaza non possiede acque territoriali, e violare il blocco navale imposto da Netanyahu potrebbe essere diplomaticamente e militarmente pericoloso. La situazione è molto più fluida e complicata di quanto appaia.
Infatti, Israele, al di là della sua apparente graniticità, è sull’orlo di una guerra civile, divisa com’è tra più fazioni in lotta fra loro. La stessa Sumud Flotilla è finanziata dalla finanza ebraica dissidente, con Soros in testa. In questo contesto, a mio modesto parere, è stata una vera e propria leggerezza del Vaticano tentare una mediazione diplomatica tra la Flotilla e lo Stato d’Israele per la distribuzione degli aiuti, mediazione che è stata vergognosamente rigettata.
Quindi, oggi più che mai, conviene ammettere la sconfitta in Ucraina e chiudere lì, per poi concentrare gli sforzi in Medio Oriente. Diversamente, le variabili che potrebbero scaturirne rischiano di diventare davvero ingestibili e pericolose.
