La Garibaldi, prima portaerei dell’Italia repubblicana, sarà ceduta all’Indonesia per 450 milioni di dollari.
Ecco: questa è la classica notizia che mi fa girare letteralmente gli zebedei, perché dimostra non solo che tutta l’attuale politica del riarmo è una presa in giro, ma anche che siamo governati da una classe politica e dirigenziale che, nella migliore delle ipotesi, è composta da imbecilli; nella peggiore, da corrotti.
Infatti, con un bilancio per l’anno 2025 di circa 31 miliardi di euro, la vendita della storica portaerei a Giacarta apporterebbe alle casse del Ministero della Difesa un beneficio di poco più dell’1%: nulla, rispetto al danno che si causerebbe all’Italia.
Una Nazione che, per chi ancora non lo sapesse, è immersa nel cuore di uno dei principali mari del mondo, il Mediterraneo — crocevia di interessi geopolitici ed economici enormi — dovrebbe avere una visione strategica e puntare a essere una talassocrazia; invece, una classe politica completamente cieca l’ha resa succube e a traino tanto delle principali potenze continentali (Francia e Germania) quanto di quelle d’oltreoceano (Stati Uniti).
Può mai uno Stato che ha circa 7.900 km di costa avere soltanto: una portaelicotteri (Trieste), una portaerei (Cavour), tre navi da sbarco (classe San Giorgio), quattro cacciatorpediniere, otto sottomarini (classe Sauro), quattordici fregate (Fremm) e non avere nemmeno un incrociatore né una porta-droni?
Un Paese come il nostro, per tutelare i propri interessi, dovrebbe invece avere almeno il quintuplo dei sottomarini, oltre a incrociatori e porta-droni a iosa.
D’altronde, sapete cosa farà l’Indonesia della nostra vecchia portaerei? La trasformerà in una porta-droni — uno strumento quanto mai indispensabile, come abbiamo imparato dagli ultimi conflitti in Ucraina e in Medio Oriente — capacità che allo stato attuale possiedono in modo operativo solo Turchia e Iran, mentre Cina, Portogallo e appunto l’Indonesia si stanno attrezzando.
Il Portogallo, poi, dovrebbe essere preso a modello: con la sua Nrp D. João II, attualmente in progetto e prevista entro il 2026, sarà in grado di trasportare droni aerei, navali e sommergibili. Sono tecnologie che, ben impiegate, potrebbero ribaltare gli equilibri strategici se ci si attrezzasse a dovere. Ma, come al solito, Roma guarda a Bruxelles piuttosto che a Istanbul. E pensare che proprio la Garibaldi è figlia della volontà di affrancare il nostro Paese da determinate logiche soffocanti.
Correva il Governo Moro quando l’allora ministro della Difesa Arnaldo Forlani fece varare la cosiddetta “legge navale del 1975” per aggirare il Trattato di Pace del 1947, che imponeva forti limitazioni militari all’Italia: tra queste, il divieto di possedere, costruire o acquisire portaerei, e i limiti sulle dimensioni e sull’armamento delle unità di superficie. A quell’epoca il Mediterraneo era in piena turbolenza geopolitica — Medio Oriente, Libia di Gheddafi, Guerra Fredda — e la NATO aveva tutto l’interesse a rafforzare il fianco sud. Così gli americani chiusero un occhio, anche perché gli aerei li avremmo comprati da loro, e il Parlamento italiano mise in atto un “camuffamento” giuridico approvando una legge finanziaria che autorizzava la costruzione di una nuova “unità di scorta portaeromobili”: ufficialmente un “incrociatore a ponte lungo”, e non una portaerei.
Infatti, era di gran lunga più piccola di una qualsiasi portaerei, non aveva catapulte per aerei convenzionali ma solo ponte di volo e ski-jump per elicotteri e aerei a decollo corto/verticale (come gli AV-8B Harrier); inoltre, come gli incrociatori, era dotata di armamenti propri quali missili, cannoni e sistemi antiaerei.
Insomma, un vero e proprio gioiellino. E l’Italia di oggi che fa? Se ne disfa, la svende a un Paese, l’Indonesia, che saprà meglio di noi come valorizzarla.
E pensare che il riadattamento della Garibaldi a nave porta-droni ci sarebbe costato veramente pochissimo, dato che Fincantieri — azienda a controllo statale — è una delle prime realtà al mondo per questo tipo di lavori. E se non avessimo voluto utilizzare la nostra vecchia portaerei per trasportare droni, avremmo comunque potuto riconvertirla in piattaforma di lancio per satelliti: facilmente posizionabile all’equatore, in acque internazionali, ci avrebbe consentito di lanciare i nostri satelliti, garantendoci un’autonomia degna di una Nazione sovrana.
Ma d’altronde, chi è cagion del suo mal, pianga se stesso, e non accusi gli altri.
Se l’Italia non fa l’Italia, di chi è dunque la colpa?
Lorenzo Valloreja
