Tacito soleva dire dei Romani: «Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant», che tradotto significa: «Dove fanno il deserto, lo chiamano pace». Ed è proprio ciò che è accaduto a Gaza. Tuttavia, indubbiamente, è meglio una pace ottenuta al prezzo di un deserto che una guerra infinita che mieta decine, se non centinaia, di migliaia di vite. Ed è questa la speranza a cui aspira tutto il mondo, dopo che ieri notte gli americani hanno imposto la pace a israeliani e Hamas.
Si tratta di una Pax Amerikana imposta in extremis, giusto in tempo per candidare Trump al Premio Nobel per la Pace. Poche ore dopo, però, è emerso che il riconoscimento della Corona Norvegese era stato assegnato, come previsto, non al Tycoon, ma a María Corina Machado, storica oppositrice di Nicolás Maduro. Benché Machado abbia dedicato il premio al popolo venezuelano e a Trump, questo non rappresenta tanto il trumpismo in Sudamerica quanto un’epigona degli apparati statunitensi. Quello stesso “deep state” che ha attraversato trasversalmente tutte le stagioni politiche degli Stati Uniti, da Obama a Trump, e che ha elaborato i venti punti attribuiti al “genio vulcanico” del Tycoon.
Alla fine, diciamocelo: in un mondo dominato dalla partigianeria, dove nessuno fa nulla per nulla, il Premio Nobel è ormai inflazionato. Ha perso credibilità da quando, negli Stati Uniti, fu assegnato “sulla fiducia” a Obama, senza che costui avesse fatto nulla se non coniare il motto «Yes We Can», rimboccarsi le camicie e buttare via le giacche.
Trump, invece, per quanto antipatico possa sembrare, qualcosa l’aveva fatta. Secondo fonti ben informate, prese in disparte Netanyahu a margine del vertice bilaterale del 29 settembre scorso e, mantenendo la cornetta in mano, lo obbligò a chiedere scusa telefonicamente ad Altani per il bombardamento israeliano su Doha del 9 settembre 2025. In quell’attacco, l’IDF aveva tentato invano di eliminare alcuni alti funzionari di Hamas, tra cui Khalil al-Hayya, coinvolti nei negoziati per un cessate il fuoco mediato dal Qatar.
Così qatarini, turchi ed egiziani si sono rimessi al lavoro, insieme agli onnipresenti sauditi. Tutti, come già scritto in un mio precedente articolo, cercavano di spartirsi qualcosa e, allo stesso tempo, raggiungere la tanto agognata pace. La stessa pace che ha fatto scendere in strada quel che resta di una derelitta umanità – senza letto né casa, senza cibo né acqua – che corrisponde al nome di palestinesi, per festeggiare il ritorno alla tranquillità e alla speranza. Segno, questo, che a tutte le latitudini, anche gli uomini più determinati e vendicativi non cercano la “Janna”, il paradiso dell’aldilà, ma desiderano il paradiso in questa vita.
E il paradiso in questa terra è tale se chi lo agogna realizza i propri desideri e soddisfa i propri bisogni. Dunque chi, come gli Stati Uniti, a Gaza realizzerà i propri desideri trasformando la riviera palestinese nella Miami del Mediterraneo, ha vinto. Così come ha vinto la BP, che sfrutterà i giacimenti di gas al largo della Striscia, e, di vittoria in vittoria, anche la Meloni ne percepiva l’odore. Per averne una fetta, pensò di fornire armi alla causa israeliana, o perlomeno così appare stante l’esposto indirizzato alla CPI da Rifondazione Comunista, nella persona del Segretario Maurizio Acerbo, che segnala Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Guido Crosetto e Roberto Cingolani come colpevoli di “concorso in genocidio”.
Chissà se quest’ultima querelle, che dati i presupposti si risolverà probabilmente in un nulla di fatto, farà cambiare idea alla nostra Premier rispetto alle accuse mosse dalla CPI verso Putin e Netanyahu, e più in generale rispetto alla natura stessa della Corte Penale Internazionale. Nessuno, per ora, può saperlo. Fatto sta che “pace fatta capo ha!”.
Ora, al di là di tutte le implicazioni, speriamo solo che la riviera di Gaza non si trasformi nella Cuba di Batista del 1958 – quando i rivoluzionari del Che si facevano saltare per aria all’interno di alberghi e casinò, creando tensione e spianando la strada a Fidel – cioè riducendo una pace da definitiva a semplice tregua, foriera di una terribile guerra civile.
E mentre il mondo osserva, la sabbia di Gaza brucia sotto i piedi di chi pensa di camminare sulla pace.
