Riflettevo si sente parlare di giovinezza come di un periodo sempre più invidiato, mentre trascorre il tempo della vita.
Ma, cos’è la giovinezza e quando finisce?
Per il poeta Giacomo Leopardi, Silvia è il simbolo della giovinezza:
“Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?”
Una visione poetica, nostalgica, malinconica che tocca l’animo ma, per essere un po’ più concreti, come sempre, partirò dalla definizione.
Per GIOVINEZZA si intende:
L’età intermedia tra l’adolescenza e la definitiva maturità, intesa come età adulta antecedente e contrapposta alla vecchiaia.
Nelle statistiche delle Nazioni Unite, può variare a seconda del contesto, ma generalmente si riferisce all’età che va da circa 15 a 24 anni.
Eurostat invece indica una fascia di età che va tra i 15 e 30 anni.
Altre classificazioni definiscono la fase come del “giovane adulto” che copre l’età compresa tra i 18 e i 30 anni, resta sempre comunque, un periodo di transizione tra l’adolescenza e l’età adulta matura.
Il discorso varia secondo i contesti infatti a livello di sviluppo, la giovinezza è spesso considerata la fascia d’età che va dai 16 ai 24 anni, mentre quella che va dai 18 ai 25 anni è chiamata “giovane adulto”, un periodo di maturazione e crescita che, attualmente, può prolungarsi anche oltre.
Gli psicologi considerano la fine dell’adolescenza (e l’inizio della giovinezza) intorno ai 18-20 anni, estendendola fino ai 24-30 anni.
Anche per la “fine” della giovinezza non c’è un età precisa, perché questa dipende da diversi fattori: biologici, sociali e culturali.
Riguardo la prospettiva biologica e scientifica, uno studio della Stanford University indica che cambiamenti biologici cellulari significativi, legati all’invecchiamento, iniziano dopo i 34 anni, portando ad una progressiva diminuzione della massa muscolare e una maggiore suscettibilità a determinate malattie.
In riferimento alla prospettiva psicologica e sociale la sensazione di quando si smette di sentirsi giovani è molto variabile in quanto strettamente dipendente e correlata alla percezione personale.
La Doxa, in collaborazione con il network Win, ha svolto un sondaggio mondiale sul tema “Eterna Gioventù”.
Il sondaggio “quando finisce la giovinezza” ha coinvolto ben 31.890 persone di 41 Paesi diversi.
Dai dati raccolti è emerso che il quarantesimo compleanno è il momento in cui, in media, le persone di tutto il mondo smettono di sentirsi giovani.
Tuttavia ci sono grandi differenze tra i vari Paesi riguardo l’età in cui avviene questo cambiamento di percezione.
Genericamente nel mondo occidentale la
percezione è più tardiva; nelle Filippine, ad esempio, si smette di sentirsi giovani a 29 anni, gli italiani invece ritengono che la giovinezza finisca a 59 anni.
Insomma in Italia, paese che ci vede direttamente coinvolti, in media, un 59enne non è che ‘non si sente ancora vecchio’ – no anzi – un 59enne si sente ancora giovane!
Ovviamente, al di fuori delle statistiche e dei sondaggi ognuno ha la propria storia, conosce la strada che ha percorso per scelta o perché è stato costretto a percorrere, per il fato, il fatal destino o a causa dell’intervento di qualcuno dall’esterno e quindi ognuno avrà un pensiero e una percezione strettamente personale.
Per cui anche la stagione della giovinezza per alcuni, non è stato il periodo più felice, intenso, caldo e acceso come l’estate ma, anzi viene ricordata come la più atroce e amara e quindi, per nulla rimpianta.
Ogni età, ogni stagione va vissuta essenzialmente a pieno e bisogna accettare, ed essere disposti ad accedere, al termine biologico, a quella successiva anche per scoprirne i suoi segreti.
Come non ricordare i famosi versi:
“Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.”
Sono tratti da “Il trionfo di Bacco e Arianna” dei Canti carnascialeschi di Lorenzo de Medici detto “il magnifico”, un’esaltazione del carpe diem oraziano, il cogli l’attimo, goditi il momento senza pensare al futuro; un’esortazione a godere pienamente delle gioie della giovinezza: la bellezza, l’amore, tutti i nostri sensi nella consapevolezza della loro fugacità.
E i “giovani” di oggi come si collocano nell’attuale clima intellettuale, culturale, etico, politico e sociale quello che gli amanti dei “romanticismo”, nella filosofia idealistica, chiamarono con un unico termine “zeitgeist”?
Zeitgeist è un termine, estremamente musicale, coniato dai tedeschi che tradotto letteralmente significa “spirito del tempo” ed è usato per indicare il complesso di tensioni ideali che caratterizzano il clima intellettuale, culturale, etico e politico dominante di un determinato periodo storico.
Il concetto dello zeitgeist è l’insieme di idee, pensieri e tendenze culturali, intellettuali, morali e spirituali che caratterizzano un’epoca specifica e definiscono l’essenza di un’intera società.
Lo zeitgeist è un pensiero, creato nella sognante epoca del romanticismo, forse difficile per la retorica ufficiale e molto distante dal consumismo culturale attuale, per questo poco praticato e conosciuto.
Lo zeitgeist afferma che per definire l’essenza di un’epoca, superando le mode passeggere e i gusti effimeri, occorre ricorrere alla sua anima, al suo spirito, ai suoi ideali.
L’espressione zeitgeist sarebbe, quindi, una delle parole più belle ed evocative di tutti i tempi, descrive l’atmosfera generale e il clima dominante di un periodo storico incorniciandolo come una fotografia temporale e quindi, insieme all’età di ciascuno di noi impatta, incide, e collabora alla formazione del carattere delle persone.
Ogni individuo elabora la propria appartenenza alla collettività sua coetanea attraverso un processo che lo porta, tendenzialmente, ad identificarsi in essa.
Ma, tornando con i piedi per terra, tutti noi, o almeno la stragrande maggioranza per fortuna, ci formiamo in una famiglia quindi il primo modello, il primo esempio sono i genitori, subito dopo la scuola: gli insegnanti, i professori, i docenti che possono incidere pesantemente almeno quanto ambiente e famiglia.
Il mio parere, la mia opinione è che sempre più spesso i genitori non riescono per incapacità o volontà a svolgere il loro compito fondamentale e primario, e quindi spetterebbe, quasi interamente, alla scuola educare i giovani: una responsabilità forse troppo grande.
Educare è un compito estremamente difficile complesso, deriva dal latino EDUCERE, che significa “trarre fuori”, la radice è ex (fuori) + ducere (condurre, guidare).
Il significato, l’etimologia definisce con estrema precisione l’obiettivo, che è quindi quello di estrarre ciò che è già dentro l’individuo, come talenti, capacità e risorse,.
Un modello educativo basato non sulla imposizione dall’alto e dall’esterno di conoscenze, cognizioni, principi, fondamenti, rudimenti, basi, informazioni e concetti, spesso anche influenzati e viziati da personali idee, preconcetti e pregiudizi.
Un approccio che invece crea spazi e condizioni affinché l’individuo possa esprimersi e svilupparsi autonomamente, facendo emergere oltre alle potenzialità innate, le proprie personali idee.
Non un semplice “addestramento”, non una “immissione” quindi ma, un “tirare fuori” dalle menti, fare cultura, “coltivare” quell’insieme complesso che include tutte le conoscenze come l’arte, l’etica, il costume, scienze.
Accompagnare il giovane nello scoprire e sviluppare le proprie risorse interiori, come talenti, capacità, emozioni e consapevolezza.
Cosa non semplice, io l’ho sperimentata personalmente e non è andata così, ascolto e vedo che per moltissimi non è ancora così.
Resta la speranza, la fiducia soprattutto ed essenzialmente nei giovani!
A questo proposito voglio riportare quella che per me, e a mia conoscenza è la migliore definizione di giovinezza.
Non viene da uno scienziato, un docente, un poeta, uno storico, un filosofo o filologo ma, bensì da un militare.
Si un militare, categoria oggi bistrattata da una certa cultura e società.
Il brano che riporto testualmente è il discorso tenuto dal generale Douglas MacArthur ai cadetti di West Point del 1945, in cui spiegò alle reclute cosa fosse la giovinezza, riuscendo a descriverla perfettamente e con estrema efficacia.
“La giovinezza non è un periodo della vita, essa è uno stato dello spirito,
un effetto della libertà,
una qualità dell’immaginazione,
un’intensità emotiva,
una vittoria del coraggio sulla timidezza,
del gusto dell’avventura sull’amore del conforto.
Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni.
Si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale.
Gli anni aggrinziscono la pelle, la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima.
Le preoccupazioni, le incertezze, i timori, i dispiaceri sono i nemici che lentamente ci fanno piegare verso terra e diventare polvere prima della morte.
Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,
che si domanda come un ragazzo insaziabile: e dopo?
Che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.
Voi siete così giovani come la vostra fiducia per voi stessi, così vecchi come il vostro scoramento.
Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi.
Ricettivi di ciò che è bello, buono e grande, ricettivi ai messaggi della natura,
dell’uomo e dell’infinito.
E se un giorno il vostro cuore dovesse esser mosso dal pessimismo e corroso dal cinismo,
possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi.”
Insomma c’è da pensare, c’è da riflettere.
Questo disse MacArthur fissando ognuno di quei volti imberbi nella guerra appena terminata.
Parole che mi fanno meditare, che qualcuno più bravo di me è riuscito a pronunciare, a formalizzare quello che oscuramente avevo forse sempre pensato.
Un discorso sulla conoscenza dell’essere umano, sulla ricerca, la profondità e la condivisione della vita.
Accostando immagini di rara forza evocativa, una condizione non fisica ma metafisica della vita, dove il tempo non appartiene al chrònos ma, a quello che i Greci chiamavano kairòs: un “tempo giusto” o meglio un “tempo fuori dal tempo” dove tutto è possibile.
Per MacArthur, la giovinezza non finisce in un punto preciso dell’esistenza, dopo una manciata di primavere, ma quando si abbandona quello che chiama “il proprio ideale”, e questo vale sempre più oggi, dove si inseguono mode futili, conformismo mediocre e comodo o potere della prepotenza e violenza ed è poi ciò di cui la nostra attuale società avrebbe bisogno.
Quindi la giovinezza può non non essere solo una stagione, l’estate la stagione più bella ma, uno stato permanente.
Forse questo il segreto dell’eterna giovinezza!
Come ha scritto Albert Camus: “la vera estate è invincibile perché riposa nell’anima”.
Il segreto della giovinezza risiede nell’anima, perché la giovinezza, non è un periodo transitorio ma, uno stato permanente dell’essere.
Non una quantità ma una qualità, un’attitudine che può durare fino alla fine.
Buona riflessione.
