Oggi alla Knesset, a Gerusalemme, è andata in scena la più grande vittoria politica e militare dell’era Trump e, forse, per certi versi, superiore persino allo sgancio della prima atomica americana sul Giappone, che diede per quattro anni e ventitré giorni l’esclusiva assoluta agli Stati Uniti nel dominio nucleare sul mondo intero.
Perché dico questo? Semplicemente perché, così come ad Anchorage diede lustro a Putin, riammettendo la Russia nel novero della comunità internazionale — come se il conflitto in Ucraina non fosse mai esistito —, qui, in Palestina, ha candidamente ammesso di aver acceso e spento il conflitto a Gaza grazie all’incredibile arsenale americano:
«Posso dirvi che abbiamo armi che nessuno ha mai nemmeno immaginato. Spero soltanto che non dovremo mai usarle. Ho ricostruito le Forze Armate e ne sono orgoglioso. Ma alcune cose ho detestato farle. Ho detestato certe armi, perché il livello di potenza è enorme. Sono così pericolose, così terribili. Ma dobbiamo fare ciò che dobbiamo fare.»
E in questo passaggio, come si direbbe in Italia, ha parlato a nuora perché suocera intenda — cioè alla Russia. Poi ha continuato: «Noi produciamo le migliori armi al mondo, ne abbiamo molte e ne abbiamo fornite molte a Israele… e voi le avete usate bene. Bibi mi chiamava così tante volte: “Puoi procurarmi quest’arma, quell’arma, quest’altra arma?” Alcune non le avevo nemmeno mai sentite, Bibi. E le ho fatte. Però le portavamo qui, giusto? E sono le migliori… Serve anche saperle usare, e voi ovviamente le avete usate molto bene… così tante che Israele è diventato forte e potente, e questo alla fine ha portato alla pace.»
Non il dialogo, non il rispetto reciproco, ma la forza e il terrore nel suo impiego hanno garantito la pace.
In altri termini, un’esaltazione del pensiero del giurista Hobbes: homo homini lupus — l’uomo è un lupo per i suoi simili. È, in altri termini, la legge del più forte.
Ma il vincitore, il sovrano potente, deve anche essere magnanimo. Rivolgendosi direttamente al premier Netanyahu, dopo l’intervento del leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid, Trump ha detto: «Voi avete persone che amano davvero Israele… e io sono uno di loro. Bibi è un brav’uomo. È intelligente, sa quello che fa, giusto? Beh, vedi, adesso puoi essere un po’ più gentile, Bibi, perché non sei più in guerra. Hai portato Israele alla vittoria. Hai reso il tuo Paese forte. Ora è tempo di essere magnanimo, di essere un uomo di pace. Io so quanto sia difficile: quando combatti per così tanto tempo, è complicato smettere di combattere. Ma a volte è proprio la vittoria che ti dà la forza di fare la pace.»
E quello del tycoon non è soltanto un consiglio a Bibi, ma un vero e proprio avviso di sfratto, preludio a un cambio di governo alla guida di Israele. Netanyahu è ormai ingombrante. E parlando del suo oppositore, Trump ha aggiunto: «Sapete, mi piace Yair Lapid. È un oppositore molto gentile. È un brav’uomo — molto intelligente. Bibi, è un brav’uomo! Voi due potreste anche andare d’accordo, chissà? Ma Bibi è un vincente e ha fatto un grande lavoro per Israele.»
Dunque, tutto è pronto per la nuova stagione della Palestina, che vedrà la trasformazione di Gaza nella Miami del Mediterraneo, ivi compresa l’amnistia per Netanyahu: «E a proposito, signor Presidente Herzog, so che è qui da qualche parte — dov’è? Eccolo. Un grande uomo. Avete un grande uomo, gente. È un uomo di saggezza. Sapete, potreste fare qualcosa di molto bello per il nostro amico Bibi. Ne ha passate tante. È un eroe per il suo popolo. Forse è tempo di un po’ di perdono. Forse una grazia, giusto? Penso che sarebbe una cosa molto popolare. È stato trattato in modo molto ingiusto.»
Trump, insomma, come un novello imperatore romano per gli occidentali e come un redivivo Dario per gli ebrei, divide et impera: disfa e ridisfa la tela dei confini, delle alleanze, delle relazioni.
Come Caligola, può fare senatore un cavallo — cioè nominare ministri e collaboratori anche i più improbabili, purché fedeli e zelanti — e, come Nerone, ha libertà assoluta di parola, o meglio, un preludio a ciò che vorrebbe imporre non solo alla platea internazionale, ma anche alla dialettica nazionale.
Infatti, nel successivo summit pomeridiano a Sharm el-Sheikh, in Egitto, per la pace a Gaza, rivolgendosi a Giorgia Meloni ha detto: «È una bellissima giovane donna. Se lo dici negli Stati Uniti è la fine della tua carriera politica, perché non sei autorizzato a dire che una donna è bella, ma lo dirò comunque perché è vero. Giorgia, non ti offendi se ti dico che sei bella, vero?»
E la Meloni, ringraziando con le mani, fa no con la testa. A quel punto il tycoon, per non mettere alla berlina la sua alleata — perché oggettivamente nella Meloni, senza offesa, non è la bellezza la prima delle sue doti —, corregge il tiro e dice: «Meloni è molto rispettata ed è una politica di grande successo.» Questo sì, un vero complimento, che serve a rimarcare che sotto il suo “regno” egli può dire quello che vuole, anche cose politicamente scorrette o fuori luogo come il discorso sulla bellezza, perché egli è l’unico vero dominus della situazione: tutto gli è dovuto, tutto gli è perdonato e nessuno può obiettare o contestare.
Neanche i due deputati di Hadash–Ta’al, Ayman Odeh e Ofer Cassif, che nella mattinata, durante l’intervento di Trump alla Knesset, avevano mostrato cartelli con la scritta “Recognize Palestine” e per questo immediatamente placcati ed espulsi dall’aula.
Insomma, tutto è pronto per insediare il “procuratore” Blair, che dovrebbe, alla fine del mandato fiduciario, consegnare alla Palestina una nuova classe dirigente più preparata e occidentalizzata rispetto alla precedente. Ma io sono convinto — non per mia “gufaggine” o pessimismo, ma per insegnamento della storia — che non riuscirà a governare per molto.
Perché poi, come i manuali ci insegnano, subito dopo la fine delle amministrazioni fiduciarie i regimi artificialmente costruiti vanno sempre in crisi. È stato infatti così per la Somalia, per il Camerun, per il Ruanda/Burundi, per la Papua Nuova Guinea, per Timor Est e anche per il Kosovo… Dunque, perché non dovrebbe essere così anche per la Palestina?
Per una terra che, al di là delle buone intenzioni affaristiche — che, volenti o nolenti, creano sempre economia e posti di lavoro — non potranno mai accontentare il cento per cento di questa popolazione sofferente.
Veramente credete che, su due milioni di abitanti di Gaza, in un futuro non ben precisato, non ci saranno dieci, venti, cento persone disperate e piene di rancore disposte a farsi saltare in aria per vendicare ciò che è stato fatto in questi due anni di guerra? Io credo di no, perché alla follia non c’è mai termine.
Dunque, pace sì! Ma non millenaria, come dice Trump. Comunque, sempre meglio questa pace del massacro che c’è stato finora.
Ma al di là di questo mi sento sinceramente in dovere di ringraziare il presidente Trump per una cosa per me importantissima: il fatto di aver dimostrato che non sono un pazzo né un visionario.
Infatti, prima del tycoon, chi come me credeva che la storia non fosse finita e che la pace fosse garantita esclusivamente dal terrore anziché dalle belle parole, era visto come un mentecatto, uno squilibrato. E invece non era così. Io conoscevo la verità.
E oggi, che gli Stati Uniti si sono tolti la maschera e hanno mostrato la reale natura del loro operato, sono più sereno, perché so di non aver perso il mio tempo in sciocche elucubrazioni.
E ricordate: ciò non significa che sia tutto finito, perché è sempre la verità e la conoscenza a renderci liberi e vincenti — e non l’inganno e la comodità.
