Oikofobia: Italiani che non amano l’Italia

Riflettevo osservando il comportamento, leggendo commenti e articoli di come, ormai in Italia, si ama sempre di più ciò che non è nostro.

Dagli anni 70-80 si è diffuso il fenomeno della “esterofilia”, all’inizio soprattutto nei ragazzi e i giovani, avevano talvolta una esagerata simpatia o preferenza per le idee, i costumi, i prodotti, i vocaboli stranieri da una parte e dall’altra un senso di avversione, un sentimento di forte antipatia, quando proprio arrivare a ostilità, ripugnanza, e rifiuto nei confronti in tutto ciò che era Italia.

Il sinonimo più utilizzato di “esterofilia” è “xenofilia”, entrambi i termini descrivono la simpatia e l’attrazione, l’amore verso ciò che è straniero, un interesse esagerato per tutto ciò che si fa o si pensa all’estero, proviene dall’estero o da culture diverse dalle proprie.

Tra i contrari di “esterofilia” troviamo invece termini come esterofobia, sciovinismo e xenofobia, che indicano invece l’avversione e il timore verso lo straniero, spesso una visione distorta della vita politica, con conseguenze potenzialmente negative.

Un vecchio proverbio afferma che “l’erba del vicino è sempre più verde” ed è proprio questo che osservo, soprattutto ultimamente, qualsiasi cosa venga solo pensata o riportata da qualche media, anche fazioso e di parte, ecco che scatta l’esaltazione del genio, e di tutte le sue virtù bravura, umanità, carisma rispetto a quanto offre, di contro, il panorama nostrano.

In pratica una sorta di sudditanza psicologica, da una parte e di contro una denigrazione, una critica feroce anche priva di contenuti e consistenza.

Si connota con un vero atteggiamento di deferenza verso usanze, costumi, culture, tradizioni o strutture sociali provenienti dall’estero e che non ci appartengono. 

L’esterofilia era già qualcosa, che a mio parere, era poco accettabile ma, nel tempo le cose sono andate avanti, o meglio si sono involute ulteriormente con il passaggio all’OICOFOBIA.

Il termine oicofobia assume più significati in virtù del contesto in cui viene utilizzato.

Oikofobia deriva dal greco: oïkos, ‘casa’, + phobos, ‘paura’.

In ambiente domestico è quindi, un’avversione per l’ambiente domestico o una paura anormale (fobia) della propria casa, intesa come spazio fisico.

Al contrario, la “domatofobia” si riferisce specificamente alla paura di una casa stessa ed è correlato all’ecofobia.

Nell’era del secondo dopoguerra, alcuni commentatori usarono il termine per riferirsi a una presunta “paura e disgusto per i lavori domestici “vissuta dalle donne che lavoravano fuori casa e che erano attratte da uno stile di vita consumistico”.

In psichiatria, invece, il termine è anche usato in modo più restrittivo per indicare una fobia del contenuto di una casa: “paura di elettrodomestici, utensili, vasche da bagno, prodotti chimici per la casa e altri oggetti comuni in casa”, come di altri aspetti della casa percepiti come potenzialmente pericolosi.

In ambito sociopolitico, il termine (spesso congiunto a una connotazione critica) indica una tendenza a ripudiare la propria cultura, storia e identità nazionale in favore di altre, in pratica si riferisce a ideologie che paiono ripudiare la propria cultura e lodare quella altrui. 

Nel 1808: il poeta e saggista Robert Southey usò la parola per descrivere il desiderio (in particolare degli inglesi) di lasciare la casa e viaggiare. 

Nel 2004: Il filosofo britannico Roger Scruton lo impiegò nel suo libro “England and the Need for Nations” facendo riferimento all’Inghilterra del secondo dopoguerra, utilizzando la parola per identificare “il ripudio dell’eredità e della casa” in riferimento a ideologie che rigettano la propria cultura per esaltare quella altrui.

Nel suo libro, descrive l’oikofobia come incentrata all’interno dell’establishment accademico occidentale afferrando che: “l’oicofobia è un sentimento comune esclusivamente nell’Occidente che trova l’esigenza di denigrare il vecchio curriculum educativo che cercava di trasmetterne i valori umani, i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”.

Roger Scruton sostiene che è “uno stadio attraverso il quale la mente dell’adolescente normalmente ci passa“ che dovrebbe appunto “passare” con la maturità, nella realtà evidentemente non è sempre così.

Ultimamente, il termine ha assunto quasi interamente, il significato di questa nuova forma di globalismo senza patria che vuole tagliare le radici storico-culturali alla base della civiltà occidentale, la ripulsa verso la cultura, la storia, le istituzioni e il senso di appartenenza a una nazione, che si spinge fino all’odio delle proprie origini e negazione della realtà materiale. 

Sui giornali e sui social leggiamo esempi di oicofobia ogni giorno, essa è sempre più diffusa nel mondo occidentale: è il sintomo di una civiltà che ha smesso di credere in se stessa, che si odia e che non vuole difendere i suoi valori di libertà individuali e democrazia che la contraddistinguono fin dall’antichità. 

L’oicofobia inglese è solo la più recente, ma non è per nulla nuova, perché se osserviamo la storia, l’odio per la propria cultura è un sentimento che ricorre nei secoli, tanto che ne parlava già Platone nella sua “Repubblica”. 

Negli Stati Uniti questa mentalità, si è molto diffusa, diventando quasi una sorta di religione, complice l’ultra-capitalismo californiano, l’elite liberale straricca e borghese che passa dal perbenismo al perbuonismo, il tutto fermentato nei campus universitari, combinato con il globalismo senza confini, senza regole e senza storia, e frammisto a wokeismo, cancel culture, nelle vesti di correttezza politica (politically correct) dal lessico ipocrita e galateo manierista, un mix letale che ha provocato questa ideologia patologica.

Non è un caso che sia esplosa negli USA perché come l’Inghilterra dopo la Seconda guerra mondiale, anch’essi sono una grande potenza in declino.

Ma, come spiegare questo odio verso noi stessi, la nostra cultura, la nostra identità?

Questa ideologia che l’Occidente ha prodotto e manifestato recentemente, si connota per essere quella convinzione che tutto ciò che proviene dal passato sia falso e superato.

La realtà, la natura, la famiglia, la storia, la civiltà come l’abbiamo finora conosciute, vissute e denominate, sono sbagliate, vanno ridefinite e corrette. 

Sono impulsi politici e ideologici che si sposano con la xenofilia, cioè la preferenza per le altre culture aliene alla nostra. 

L’oicofobia è il rinnegamento della nazione da parte di chi promuove l’ingannevole ripudio della nostra identità per liberarci da quelle radici, che a loro pensiero, sono minacciose per la libertà senza confini. 

E allora nel mirino possono finire le persone, l’arte, la cultura, il pensiero politicamente scorretto, il nostro passato che tanto li tormenta, un vero e proprio boicottaggio, dove anche l’accoglienza diventa l’escamotage per compromettere l’identità nazionale e rinnegare le proprie radici e tradizioni.

È un fenomeno diffuso in Italia, specialmente tra intellettuali e politologi di nicchia, giornalai prezzolati, che talvolta viene esasperato, estremizzato diventando vera disfunzione e i cui sintomi pilotano isterismo di massa e rabbia repressa.

Gli oicofobi hanno la tendenza, a ripudiare

cultura, storia, costumi, istituzioni e tutto ciò che si richiama ad appartenenza, al sentimento, al valore e all’identità nazionale; in generale tutti quelli che non la pensano come loro, vengono bollati come “sciovinisti”, “razzisti”, “sovranisti” e “fascisti”.

Tra i malesseri più diffusi, nella società occidentale contemporanea si discute molto, della xenofobia notoriamente paura nei confronti dello straniero, del “diverso’, malessere sociale cavalcato da varie culture e forze politiche, mentre si evita di prendere consapevolezza dell’oicofobia come concezione distorta della vita politica che produce come diretta conseguenza l’indebolimento di diversi aspetti della nostra società, della nostra cultura, della politica e dell’esercito.

L’oicofobia è un problema sociale e politico rimasto troppo a lungo inesplorato, scarsamente indagato e dibattuto, su cui occorrerà iniziare a fare seriamente i conti nel dibattito culturale odierno perché può essere un fenomeno dai risvolti eclatanti.

Assistiamo ad un occidente autolesionista che si crogiola nell’odio verso se stesso, che alcuni studiosi storici e sociologi hanno già definito “il suicidio assistito della civiltà occidentale”, abbracciando altre culture, non riuscendo ad avere l’intelligenza che sia possibile imparare da altre tradizioni, senza per questo rinnegare il proprio patrimonio. 

Più abbracciamo la diversità culturale, più ci allontaniamo dalle origini e quindi dalla comprensione della nostra cultura, e questa nostra dolosa ignoranza, diventa debolezza, della quale possono approfittare altre culture: prima fra tutte l’Islam radicale e globale, che già lo stabilisce nella sua religione.

L’Europa di oggi è un Europa dove il cristianesimo sta scomparendo, san Giovanni Paolo II, già nel 2003, nell’esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Euoropa” con profetica lungimiranza definiva come “apostasia silenziosa”.

Alla radice dello smarrimento, dell’incertezza, del disorientamento di tanti uomini e donne Wojtyla vedeva emergere con chiarezza il “tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo, dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma, Dio che fa l’uomo”. 

Questo tipo di pensiero, che possiamo trovare in tutto il mondo, ha aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del “nichilismo” in tutti i campi: filosofico, storico, politico, religioso, sociale un virus che causa di divisioni nette all’interno di diverse nazioni e popoli, come vediamo oggi anche in Italia. 

Una sorta di decostruzione, dove viene smontato a un pezzo per volta l’esperienza dell’appartenenza, le idee di “nazione” e “identità nazionale” alla quale viene preferita un’esistenza senza radici fondata “sul nulla”.

Il processo culturale è stato quello che è andato dalla idea di “assimilazione” progressivamente sostituita da quella di “integrazione” e, successivamente, di “inclusione”, fino ad una “dis-identificazione” che porta a “non essere più nessuno”.

L’esterofilia italiota, passa anche dal non saper ammirare ciò che il nostro Paese ci offre, il non saper apprezzare il nostro passato (e quindi non saperlo valorizzare), il non essere fieri delle proprie origini e di se stessi.

Come se 20 anni avessero cancellato 2000 anni di nostra storia, che va dai romani al rinascimento, non a caso che a fine risorgimento Massimo D’Azeglio già afferma: “dopo aver fatto l’Italia bisogna fare gli italiani”.

Sembrerebbe che dal 1861 ancora “non si siano mai fatti veramente gli italiani”.

Tutto questo non significa però essere stupidamente ancorati al passato, ma la vita umana ha bisogno della storia.

A mio parere, l’abbattimento e il rifiuto della storia è dannoso e pericoloso, perché rinunciare alla storia svilisce un popolo, lo rende debole, malleabile e soggetto a influenze esterne.

Non si può dileggiare, sminuire, persino annullare e disconoscere una lunga storia “comune”, distruggere ogni possibile riferimento alla propria identità, intesa non nelle forme retrive del nazionalismo, ma nel suo essere un modello sociopolitico di integrazione, una realtà viva, concreta, e caratterizzata da un profondo radicamento tradizionale, da un costume ben definito, oltre che da complesse dinamiche sociali che investono il bisogno di appartenenza degli individui.

Ci vorrebbero diseredare delle nostre convinzioni più profonde, di quella fiammella che tiene acceso il senso di appartenenza alla nostra terra e a ciò che ci appartiene, di quell’istinto di aggrapparci a ciò che amiamo per proteggerlo da degrado e violenza.

La “Nazione” invece è un potente deterrente contro le minacce tanto dell’anarchia quanto del dispotismo.

La soluzione in via definitiva all’Oicofobia, , non potrebbe essere altro che obiettività e consapevolezza verso le proprie radici che, pur tenendoci ben saldi a terra, ci permettono di volare con la cognizione di ciò che siamo e da dove veniamo, un rispetto per la nostra nazione insomma, che ci consente di preservare la bellezza e la grandezza.

Indro Montanelli affermava: “quando si farà l’Europa Unita i francesi entreranno da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani da europei”. 

Questa tragica sentenza può essere adattata a una miriade di problemi che avversano il Belpaese, uno di questi, senza dubbio, è la forte, a tratti eccessiva, esterofilia che diventa oicofobia e che una parte degli italiani per moda, snobbismo e dolosa falsa cultura ha fatto diventare uno stile di vita. 

Io come spesso, quasi sempre … sempre, mi ritrovo dall’altra parte, non per questo mi sento coraggioso e neppure sciovinista, ma come Italiano posso offrire solo questo scritto in difesa di quella sempre più bistrattata ma, che resiste e perpetua che chiamo Patria.

Buona riflessione.

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