L’emozione del bello: la Sindrome di Stendhal

 Il recente furto dei gioielli della corona francese e di Napoleone avvenuto al Louvre, mi ha fatto riflettere su un fenomeno non assolutamente associato al colpo messo a segno e alla imprepazione del più grande museo al mondo ma, alle reazioni che noi umani, possiamo avere quando ci troviamo di fronte ad un opera artistica meravigliosa.

La sindrome di Stendhal: l’impatto e l’influenza dell’arte sulla psiche umana, il fenomeno che trasforma la bellezza in esperienza fisica travolgente e profonda.

La Sindrome di Stendhal non è solo ammirazione per l’arte: è una reazione che supera i confini dell’esperienza ordinaria e sfocia in manifestazioni fisiche e psichiche potenti.

La sindrome di Stendhal, nota anche come sindrome di Firenze, è una manifestazione, un’affezione psicosomatica transitoria, che provoca una sensazione di malessere diffuso fisico associato ad una sintomatologia psichica e fisica, che si verifica quando il soggetto, persona si trova al cospetto di opere artistiche, arte o architettura, di notevole bellezza. 

Si manifesta soprattutto quando ci si trova in spazi limitati, come musei e gallerie o luoghi ricchi di capolavori artistici. 

Benché non sia riconosciuta come una diagnosi ufficiale nei manuali diagnostici standard, come il Dsm-5, la sindrome di Stendhal rappresenta un interessante esempio di come l’esposizione all’arte possa influenzare profondamente la psiche umana.

Inoltre, pur non essendo classificata ufficialmente tra le malattie rare, condivide con esse alcune caratteristiche come la bassa incidenza nella popolazione generale, la difficoltà diagnostica e la limitata conoscenza dei meccanismi sottostanti.

Non esistono statistiche precise sulla sua diffusione, ma gli studi disponibili mostrano che colpisce solo una piccola percentuale di persone esposte a esperienze artistiche intense. 

Un dato curioso emerge dalle ricerche: ne sarebbero affetti principalmente europei (con l’eccezione degli italiani, considerati “immuni” per affinità culturale) e giapponesi con formazione classica.

La sindrome consiste, più precisamente, in una reazione, una risposta emotiva estrema, sproporzionata di fronte a opere d’arte di grande bellezza o esposte in grande quantità.

Recentemente, è stato scoperto che anche la musica moderna, con il suo forte impatto psicologico ed emotivo, può indurre stati simili a deliri comuni e allucinazioni, sebbene tali condizioni siano più spesso diagnosticate in ambito psicopatologico.

Può interessare esperti d’arte ma anche non esperti, coinvolgendoli in una sorta di estasi contemplativa. 

Prende il suo nome da Grenoble Marie-Henri Beyle, noto con lo pseudonimo di Stendhal, celebre scrittore francese, amante dell’arte e dell’Italia. 

Nel 1817 Stendhal, come molti aristocratici europeo, intraprese il suo ‘Grand Tour’ (da cui, forse non lo sapevamo, ha origine l‘odierno turismo), un viaggio nel continente europeo per accrescere la propria conoscenza personale, politica, artistica.

Questi erano viaggi-studio, dal ritorno indefinito, spesso avevano come destinazione l’Italia. 

Durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, Stendhal sperimentò una serie di stati emozionali intensi, come tachicardia, vertigine e una sorta di “inaridimento della vita”, tanto che nello stesso anno pubblicò il suo “diario di viaggio Roma, Napoli, e Firenze” in cui descrisse il fenomeno provato sulla propria pelle e annotò:

«Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. 

Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.»

Anche le sue descrizioni dettagliate e le esperienze vissute in quel momento hanno contribuito a far conoscere questa sindrome.

Ad attribuire il nome fu la psicoanalista fiorentina Graziella Magherini, che studiò e approfondì per prima il fenomeno più di un secolo dopo solo nel 1977, e precisamente nel 1979, scrisse “La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte”. 

La dottoressa studiò un campione di più di 100 turisti che, usciti dalla Galleria degli Uffizi e soprattutto dopo aver visto opere di Caravaggio o Michelangelo, venivano colpiti da episodi acuti e improvvisi di sofferenza psichica improvvisi e di breve durata quali ad esempio panico, vertigini, palpitazioni, pianto, nausea, sudorazione, fino ad allucinazioni, inclinazione depressiva o euforia. 

Questi pazienti considerati erano, sia uomini che donne ma, prevalentemente di sesso maschile, di età compresa fra 25 e 40 anni, con un buon livello di istruzione, viaggiatori solitari provenienti dall’Europa occidentale o dal Nord America. 

Si trattava comunque di persone che hanno interesse e predilezione per gli aspetti e le mete artistiche e che sono più inclini delle altre a vivere esperienze emotive intense di fronte alle opere e agli oggetti d’arte.

I sintomi del disagio si manifestavano poco dopo il loro arrivo a Firenze, spesso durante la visita ai musei e durante l’osservazione delle opere d’arte. 

Le manifestazioni iniziali non rientravano in un disturbo psichiatrico specifico, ma coprivano diverse aree della psicopatologia tradizionale, dalla psicosi alla nevrosi e dissociazione.

Magherini, e la meraviglia rinascimentale di Firenze, contribuirono insieme a creare una connessione tra la Sindrome e la città, ma è dimostrato che lo stesso fenomeno si manifesti in molte altre città del mondo ad esempio Parigi, Gerusalemme, Roma, Venezia, Napoli famose per la loro ricchezza artistica e culturale, ben oltre i confini geografici di Firenze. 

I turisti e gli amanti dell’arte di tutto il mondo hanno riportato casi di questa sindrome in vari luoghi, testimoniando quanto i sintomi possano colpire le persone ovunque vi sia la presenza di opere d’arte di grande valore.

Tutte queste città ospitano, infatti, opere d’arte e capolavori di inestimabile valore ma, il fenomeno può avvenire anche in alcuni musei contemporanei dove le installazioni immersive amplificano l’esperienza sensoriale e capaci di scatenare forti reazioni emotive.

Questo dimostrerebbe che, la reazione della sindrome può non dipendere solo dall’opera d’arte in sé, ma anche e soprattutto, dalla sensibilità e dall’empatia del viaggiatore/visitatore, spesso solo, e con particolari condizioni psichiche predisponenti, che si ritrova in luoghi fortemente suggestivi e dal forte impatto emotivo.

In definitiva che sia necessaria una combinazione di fattori, tra cui una predisposizione individuale e una connessione personale con l’opera stessa.

Le manifestazioni della sindrome di Stendhal variano da persona a persona e possono essere, come accennato, sia di natura psichica che fisica. 

I sintomi dell’effetto Stendhal 

possono manifestarsi sotto forma di affezioni psicosomatiche che variano in intensità e combinazione che, dal punto di vista clinico, vengono raccolte in tre gruppi.

Alcuni dei sintomi più comuni del quadro clinico meno grave che caratterizzano la sindrome di Stendhal sono:

Malessere fisico generalizzato e/o debolezza, palpitazioni, tachicardia, senso di oppressione toracica, difficoltà respiratoria, sudorazione, vertigini, svenimento, stati mentali confusionali e disorientamento, allucinazioni, agitazione, tutti sintomi di un vero e proprio attacco di panico e ansia somatizzata, soggetti sviluppano un vago senso di irrealtà (derealizzazione) e depersonalizzazione (“uscire dal proprio corpo”) accompagnati spesso da un bisogno immane di tornare nella propria casa e di parlare la propria lingua.

Il secondo quadro clinico ricalca i disturbi dell’affettività, ed è caratterizzato da crisi di pianto o riso immotivato, stati depressivi, sensi di colpa immotivati, angoscia profonda o, all’opposto, stato di euforia, eccitazione ed esaltazione di sé non controllabili. 

La terza forma si manifesta con più frequenza in soggetti che già in passato hanno mostrato segni di scompenso psicologico ed è caratterizzata da allucinazioni visive ed uditive, con alterazione delle percezioni della realtà, dei suoni, delle forme, dei colori. Il soggetto percepisce l’ambiente circostante come persecutorio.

È bene precisare che non tutti coloro che si trovano di fronte a opere d’arte di notevole valore sperimentano la sindrome di Stendhal. 

Nonostante l’impatto emotivo intenso e spesso travolgente, la maggior parte dei casi sono transitori e scompaiono nel giro di poche ore o giorni e non necessita di trattamento. 

Questi sintomi appaiono in modo improvviso durante l’esposizione a opere d’arte e tendono a migliorare o svanire una volta che ci si allontana dal contesto artistico. 

Tuttavia, qualora i sintomi persistano e siano particolarmente gravi, può essere necessario un intervento medico e coinvolgere l’uso di farmaci tranquillanti per sedare l’agitazione e l’ansia.

Quando la sindrome è correlata ad altri disturbi, potrebbe essere utile considerare l’approccio psicoterapeutico per affrontare le emozioni e i pensieri associati.

In generale si può comunque affermare che non esiste una specificità psicopatologica della sindrome!  

Per comprendere le cause scatenanti della sindrome di Stendhal, sono state condotte diverse ricerche su due filoni principali psicanalitico e neurobiologico.

Gli studi, volti a esplorare i meccanismi neurobiologici alla base di questo fenomeno, hanno rivelato che l’osservazione di opere d’arte e l’esperienza estetica profonda attiva e provoca una forte stimolazione contemporanea di diverse aree cerebrali:

– Il sistema limbico, responsabile delle emozioni.

– La corteccia visiva, che elabora la percezione artistica.

– Il sistema di ricompensa cerebrale, che rilascia dopamina.

– L’amigdala, coinvolta nelle risposte emotive forti.

Nei soggetti particolarmente sensibili le immagini vanno a stimolare in modo vigoroso le regioni cerebrali deputate al meccanismo della memoria emotiva, della sfera affettiva, della regolazione dell’umore e neuroendocrina, ma anche della pianificazione e dell’esecuzione dei movimenti (ipotalamo, gangli della base, amigdala, lo striato ventrale e la corteccia orbito frontale).

Queste aree sono fondamentali per il funzionamento e la regolazione delle emozioni e degli affetti e hanno un ruolo significativo nella formazione degli stati emotivi sia normali che patologici.

L’esposizione a opere d’arte straordinarie può provocare un’elevata attivazione del sistema nervoso simpatico.

Il cervello risponde alla bellezza rilasciando neurotrasmettitori come adrenalina e dopamina, quest’ultima associata ai circuiti di ricompensa che regolano umore ed emozioni.

L’attivazione cerebrale multipla genera una vera “tempesta neuronale” che causa i sintomi fisici. 

Il neurologo Semir Zeki, che ha provato ad elaborare una teoria sulle reazioni cerebrali e neuronali che si innescano alla visione di un’opera d’arte, spiega come ognuno di noi ha un “cervello artistico”, che elabora le immagini quando ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte.

Negli anni ’90, la scoperta dei “neuroni specchio” ha aperto nuove prospettive, e varie ricerche neurofisiologiche hanno dimostrato come i neuroni a specchio ricoprano un ruolo importante nella percezione e nella capacità di condividere emotività e sensazioni cioè svolgono un ruolo che è fondamentale per la capacità di empatizzare con gli altri. 

La sindrome di Stendhal sembra essere scatenata da una reazione esagerata di questo circuito neuronale “a specchio” noto come “simulazione incarnata” che genera i sintomi fisici descritti.

L’osservatore di un’opera d’arte, attraverso il senso della vista, attiva i neuroni che ricevono innumerevoli input e attivano aree cerebrali che portano a empatizzare con l’opera d’arte, e in modo del tutto inconsapevole, il soggetto più sensibile e predisposto rivive gli stessi stati emotivi, le intenzioni che l’artista/autore ha cercato di comunicare, di esprimere a livello conscio e inconscio, attraverso la creazione dell’opera stessa. 

Secondo la neuroestetica, il cervello non si limita a contemplare l’opera, ma ne crea una nuova basata sulla propria sensibilità ed esperienze. 

Questa “ansia creativa” potrebbe essere all’origine dei disturbi psicosomatici.

Il “neuroimaging”, cioè la tecnica che permette di visualizzare l’attività del cervello, dimostra un fatto sorprendente: contemplare capolavori artistici attiva le stesse regioni cerebrali della meditazione profonda.

La sindrome di Stendhal, tuttavia, non è mai stata approfondita da un punto di vista scientifico solo relativamente di recente.

Gli psicologi e gli psichiatri offrono una spiegazione che integra la visione dei neurologi ponendo l’attenzione anche su alcuni concetti psicoanalitici come empatia, proiezione, internalizzazione, conflitto interno tra conscio e inconscio. ecc., che in passato sono stati abbandonati, poiché la loro origine neurale era sconosciuta.

Secondo la psichiatra, l’impatto emotivo che si sviluppa nei confronti di un’opera d’arte è determinato da due tipi di fattori.

I fattori esterni o estrinseci che includono elementi culturali, intellettuali imputabili alla nostra formazione estetica e alle nostre ideologie. 

I fattori interni o intrinseci, che invece, si collegano ai vissuti individuali e alle prime esperienze emozionali dell’infanzia al rapporto madre-figlio, ai sentimenti primordiali che costituiscono il modello concettuale primario dell’esperienza estetica,  il nostro vissuto e sono legati alle nostre emozioni.

Anche lo stesso Freud si è interessato all’interpretazione delle opere d’arte affermando che tramite le loro opere gli artisti manifestano i loro conflitti profondi legati all’infanzia e le fantasie edipiche represse, comunicando sotto forma di espressione artistica.

Il percorso mentale psicologico che viene effettuato dal soggetto, seppure inconsapevole, è il seguente: Fruizione artistica + Esperienza estetica primaria madre-bambino + Perturbante + Fatto scelto.

Dove “esperienza estetica primaria madre-bambino” è il primo contatto con la bellezza, rappresentata dal viso, dai seni, dalla voce della mamma.

Il “perturbante” (in tedesco “unheimlich”) è invece un concetto freudiano, ed è l’evento quella sensazione inquietante che scaturisce quando qualcosa di familiare appare improvvisamente, un’esperienza conflittuale passata, molto intensa e significativa dal punto di vista emotivo, ma che è stata rimossa.

Per ultimo “il fatto scelto” è la visione dell’opera d’arte, o meglio, di un preciso particolare di questa, che cattura l’attenzione del fruitore richiamando alla mente vissuti personali, esperienze estetiche primarie vissute durante l’infanzia, aventi a che fare in particolare con il legame emotivo con la figura materna, o anche emozioni tanto vivide e intense da fare accendere e scatenare la sintomatologia psicofisica.

In definitiva l’arte risveglia contenuti rimossi o repressi, ricordi ancestrali, archetipi e desideri nascosti che generano questo senso di straniamento.

La bellezza artistica e l’incontro con l’opera d’arte sublime, agisce come un potente catalizzatore che abbatte le barriere psichiche della persona che emergono in forma di sintomi.

L’arte, l’esperienza estetica del capolavoro diventa un canale espressivo creando un passaggio diretto tra razionale e irrazionale, connettendo il mondo esteriore con quello interiore in un’esperienza sconvolgente.

Le persone che manifestano la sindrome di Stendhal riferiscono di essere state sopraffatti dalla bellezza delle opere d’arte che osservavano e alcuni raccontano di non essersi più sentiti nel proprio corpo.

La maggioranza comunque riferisce di provare una sensazione di estasi, questa è un’esperienza parecchio diffusa definita “estasi contemplativa”.

L’effetto resta comunque quello che porta, la persona al cospetto di opere d’arte e capolavori di enorme bellezza, ad un esperienza soggettiva di stupore e trasporto emotivo che può suscitare nell’osservatore, capacità di evocare emozioni profonde, sia estetiche che spirituali.

Nel Rinascimento,  il bello che diventa una via per ricongiungersi alla divinità, secondo la visione di filosofi e idealisti. 

Un esempio emblematico è la celebre scultura di Gian Lorenzo Bernini: Estasi di Santa Teresa d’Avila.

Questa è un esempio di come l’arte possa rappresentare l’estasi divina, suscitando nel visitatore la sensazione di trovarsi di fronte a un momento di profonda intensità spirituale: Il Bello come Via a Dio!

In conclusione, il bello, l’arte hanno la capacità di comunicare emozioni complesse e astratte attraverso un linguaggio simbolico, capace di suscitare stupore, meraviglia e un senso di profonda connessione con l’opera, di cui non dobbiamo avere paura, e può manifestarsi con un semplice e stupendo rimanere a bocca aperta, oppure quasi un lieve giramento di testa.

Come quando abbiamo vissuto l’esperienza di un evento positivo emozionante, o magari un romantico bacio pieno d’amore e l’esperienza ci coglie quasi di sorpresa. 

La bellezza come l’arte si sa, può offrire emozioni forti che possono contribuire al batticuore del mondo. 

Buona riflessione.

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