La storia siamo noi: 26 ottobre 1954

Un pezzetto di storia: 26 ottobre 1954, dramma istriano, solo Trieste è Italia!

Volevo scrivere un pezzo di storia quella storia negata perché scomoda, quella storia sulla quale è meglio glissare, passare oltre come se non ci fosse mai stata.

Se lo chiediamo in giro infatti è così.

Anche agli studenti più bravi e studiosi o cerchiamo sui libri di testo scolastici non viene riportata o al massimo con un trafiletto di 2 o 3 righe.

I motivi li lascio alla nostra intelligenza.

Le vicende non sono da solo un piccolo periodo di testo anzi anche perché sono almeno due le situazioni importanti da evidenziare e sono storia d’Italia. 

La prima di festa un urlo di gioia: oggi accadeva un fatto importante, fondamentale, esistenziale per chi viveva in quei territori, la città è restituita all’Italia dopo dieci anni, di angoscia, dieci anni dalla fine della guerra torna all’Italia (o, come dicono i triestini, il ritorno dell’Italia a Trieste) ritorna italiana e non teme più di essere ceduta alla Jugoslavia.

La folla è in tripudio, ma dai territori che Roma deve cedere definitivamente alla Jugoslavia, lo stesso giorno inizia un secondo drammatico esodo, e già in piazza Unità d’Italia quella notte una parte della folla in festa è fatta di esuli istriani accolti in città nei campi profughi e nelle baracche. 

Trieste è italiana, la zona B è perduta! 

Trieste italiana, è la fine di un incubo, ma lacera il dolore per la perdita definitiva dell’ultimo lembo di Istria su cui ancora c’erano speranze.

Voglio ripercorrere la storia che porta al 26 ottobre 1954, oggi di 71 anni fa un dramma istriano che sembra non avere mai fine.

Tutti noi studiamo e sappiamo schematicamente che il 25 aprile del 1945 la guerra è finita, ma non è stato così per tutti gli italiani.

Perché a differenza delle altre parti d’Italia dove i liberatori dal nazifascismo sono gli anglo-americani, in questa regione il “liberatore” è la Jugoslavia. 

Spalleggiato dall’Urss, il maresciallo Tito pretende di occupare tutta la Venezia Giulia compresa Trieste fino al Tagliamento, e da “liberatore” si rivela occupatore.  

In questa parte d’Italia accade quello che l’unione sovietica fa in tutte le nazioni ai confini della attuale Russia, repubbliche baltiche attuali e centro europee e il 25 aprile non porta la pace ma, una nuova tristissima occupazione.

Praticamente ad esempio fino in Polonia, Ungheria e in Cecoslovacchia si passa automaticamente dalla occupazione nazista a quella sovietica senza soluzione di continuità.

Cosa accade in Italia: i partigiani di Tito corrono a tappe forzate per arrivare a Trieste e Gorizia prima dei loro stessi alleati anglo-americani, e il primo maggio, a guerra finita, conquistano le due città, imponendo i famosi 42 giorni di terrore, durante i quali vengono rastrellati, deportati e, in molti, destinati a sparire centinaia di capifamiglia italiani senza alcuna colpa. 

I vincitori più di tutti i lontani USA, non hanno interessi diretti di occupazione, gli interessano soltanto le basi e un baluardo di difesa contro la potenza sovietica, al contrario di Tito, emule di Stalin, desidera espandere il proprio territorio, emblematico il fatto che nelle cittadine diventate jugoslave gli scolari italiani diventano immediatamente “pionieri di Tito” e indossano la “titovka”, il berretto con la stella rossa, come prima in Italia c’erano i fez dei Balilla, o ancora venivano esposti alle finestre tricolori italiani ma, con la stella rossa in mezzo. 

Torno ai fatti, teoricamente la guerra, anche  in quei luoghi, dovrebbe essere finita il 30 aprile 1945 dove un pugno di giovani partigiani bianchi che fanno qualcosa di clamoroso una valorosa insurrezione armata di Trieste contro i nazifascisti, operata dai Volontari della Libertà guidati da don Edoardo Marzari e dal colonnello Antonio Fonda Savio.

Ma già il giorno dopo, primo maggio 1945, piombano in città i titini, determinati a conquistare l’Italia almeno fino all’Isonzo: sono i 42 giorni di terrore e i partigiani del colonnello Fonda Savio si ritirano in clandestinità per non essere eliminati. 

Si deve anche alla loro breve azione se Trieste non seguì il triste destino di Pola o Fiume e non divenne jugoslava da subito. 

I 42 giorni di occupazione titina finiscono il 12 giugno.

Si giunge al 1947, con il Trattato di pace di Parigi, le potenze vincitrici delineano un piccolo “Stato indipendente” tra Italia e Jugoslavia, il cosiddetto “Territorio Libero di Trieste” (T.L.T.), diviso in due zone entrambe sotto governo straniero: la zona A, che comprende Trieste e pochi comuni intorno, è affidata all’amministrazione militare anglo-americana, la zona B, che comprende cittadine italianissime da secoli come Capodistria, Pirano e Isola, è sottoposta a un’amministrazione fiduciaria jugoslava, una situazione creata a tavolino che creerà il più grande esodo di italiani della storia: 300 Mila italiani, indesiderati da una parte della popolazione sobillata da una frazione partitica e sindacale, rientrano nei confini della “loro terra”.

Nella testa di Tito c’era solo l’idea della Grande Jugoslavia, che corrisponde all’idea della Grande Germania e della Grande Russia ancora attuale, ovunque una minoranza parlasse una lingua slava quella terra secondo lui era Jugoslavia, e sul Tagliamento nelle valli del Natisone vivono antiche minoranze di ceppo slavo… che ovviamente non avevano alcuna intenzione di farsi annettere o meglio schiavizzare.

Ma è abile, e nel 1948 rompe i rapporti con Stalin e ammicca all’America, e pur di afferrare più territorio possibile si presenta come lo “Stato cuscinetto” che proteggerà l’Occidente dal blocco sovietico. 

Nel frattempo per Trieste la seconda guerra mondiale non è finita, perché per quasi dieci anni, come detto, Trieste resta sotto dominazione straniera (anglo-americana) e ancora spera. 

Trieste sente costantemente l’alito di conquista di Tito, che il 6 settembre del ’53 raduna migliaia di persone a Okroglica (Sanbasso), a ridosso di Gorizia, arringando la folla come fanno i dittatori: 

“La questione di Trieste è a un vicolo cieco – minaccia –, l’unica soluzione è l’annessione”. 

I ferrovieri triestini pur di sabotare quell’adunata avevano fermato i treni, sciopero generale, ma i filotitini erano partiti stivati sui camion. 

Sempre nel 1953 arriva ad ammassare truppe e carrarmati sul confine tra zona A e B, la tensione è altissima, i giornali parlano già di guerra, il primo ministro italiano Pella risponde inviando l’esercito sullo stesso confine. 

Ci sono anche vittime tra i manifestanti, quando la polizia civile, agli ordini degli inglesi, spara su coloro che chiedono la restituzione della città alla madrepatria. 

In questo clima che non è di guerra fredda ma calda, si arriva all’autunno 1954 con il Memorandum di Londra, sottoscritto fra i governi d’Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia.

I militari anglo-americani se ne vanno dalla zona A, e Trieste, Muggia e gli altri piccoli comuni passano sotto amministrazione italiana, mentre la zona B con le sue cittadine venete resta sotto amministrazione jugoslava. 

Ma con un’ulteriore modifica “a sorpresa” del confine, ancora a favore della Jugoslavia: anche le colline sopra Muggia e vari paesi come Crevatini o Faiti (che pure erano zona A) vanno al maresciallo Tito, per questi poveri abitanti è una beffa inaspettata, perdono tutto, resta solo l’esodo su Trieste. 

Succedeva anche che a causa di un confine tracciato solo sulla carta che la casa restasse in Italia e i campi in Jugoslavia, o viceversa.

I cittadini della zona B potevano scegliere la cittadinanza italiana, conditio sine qua non per partire, ma poi a decidere erano le autorità jugoslave e bastava un’inezia per vedersi negare l’opzione, magari un cognome che a loro dire suonava slavo (in una regione in cui secoli di incroci e convivenze avevano modificato più volte i cognomi). 

Spesso la famiglia veniva disgregata, padre e figli con l’opzione e madri senza, o viceversa, così si scappava da clandestini, con il passatore, a rischio della vita. 

Ovviamente anche le cittadine della zona B si sentono tradite, sacrificate alla Jugoslavia per salvare Trieste.

Di contro la città che si trova impreparata a questa nuova ondata di profughi, già nel febbraio del ’55 si contano quasi 60 Mila disperati, un’altra città in una città che ha ancora a disposizione solo un migliaio di posti.

Tutto è già occupato stalle, fienili, baracche, silos, e la pubblica assistenza sfama ogni giorno una popolazione nullatenente, che nelle camerate non ha modo di cucinare e badare a se stessa. 

Gente lavoratrice e dignitosa che cercherà di rinascere dal nulla, anche a costo di cambiare emisfero. 

Nel 1955 il vescovo di Trieste e Capodistria, Antonio Santin, scrive al sottosegretario di Grazia e Giustizia, Oscar Luigi Scalfaro, per far presente a Roma la situazione spaventosa di quegli italiani, “usciti dalla zona B non spinti da nazionalismi ma per la pura impossibilità di rimanere colà ove un governo è assolutamente deciso ad eliminare ogni traccia italiana da quelle terre”. 

Tutto questo accade in tempo di pace, in un tempo non tanto lontano da noi, un inferno che dura per tutti gli anni ‘60. 

Ma non finisce qui, perché, il Memorandum di Londra aveva solo affidato l’amministrazione della zona B alla Jugoslavia ma non le aveva ceduto il territorio, soltanto nel 1975 a ben 30 anni dalla fine della guerra, un ultima beffa, la proverbiale ciliegina sulla torta e con il Trattato di Osimo (Ancona), un accordo notturno e segreto tra Italia e Jugoslavia si dà copertura giuridica allo status quo. 

Non commento è preferibile.

Torno alla festa il 26 ottobre 1954, l’ultimo atto del lungo Risorgimento italiano.

Da terra, dal cielo e dal mare arriva l’Italia! 

I primi sono i bersaglieri e i fanti che entrano alle 5.25, alle 7 arrivano i Carabinieri, alle 11 è la volta degli aerei, seguiti poco dopo dall’incrociatore Duca degli Abruzzi e da tre cacciatorpediniere che entrano nel porto e per ultimo lei, la nave Vespucci. 

Il giubilo nonostante il diluvio e la bora scura nella piazza Unità d’Italia affacciata sul mare la folla di italiani veri è strabordante.

Ci sono tanti e innumerevoli accostamenti con la attualità che tutti noi viviamo, in un periodo di particolare ostilità con gli Stati Uniti e di oicofobia verso la nostra nazione, dimenticando di essere caduti dal lato della storia che ci ha portato a libertà e democrazia mentre sarebbe bastato poco per farci piombare da una occupazione ad un altra solo di colore opposto.

In me resta lo sconcerto, oltre alla malinconia sottopelle, del vuoto storico di studiosi, storici, docenti e compagnia bella sarà dolo, sarà ignoranza non posso e non sarò io a giudicare, lascio ai fatti e alla storia che resta l’unica verità anche per quei giornalisti presenzialisti difensori della libertà anche di stampa, che raccontano più la loro opinione che i fatti per negligenza o per interesse.

Per non parlare di ancormam o presenze non meglio definite onniscienti onnipresenti anche ripescate da lontani periodi della repubblica in cerca di visibilità personale, che non sono altro che influencer che pronti a vendere il loro personale prodotto.

La storia e i fatti li vive, di contro, sempre la gente comune sulla loro pelle, sono gli unici a pagare il conto, mentre accade che questa venga scritta e riportata dai più forti, dai vincitori o dai più scaltri e furbi che non ci hanno nemmeno partecipato.

Al contrario molti italiani, a mio personale parere, purtroppo sempre meno posseggono una cultura ricchissima e composita di sensibilità, storie diverse e il carattere forte di chi si è dovuto conquistare il suo diritto di esistere in nome dell’Italia. 

Buona riflessione.

Roberto Kudlicka

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