Il 28 ottobre 1921, nella Basilica di Aquileia sono allineate 11 bare, su ogni una di esse è stesa pietosamente la bandiera italiana e un elmetto.
Tra le campane suonanti, gli spari delle artiglierie, le note della Leggenda del Piave suonata dalla Brigata Sassari, sorretta da quattro militari, invece Maria Bergamas, di Gradisca d’Isonzo madre di un soldato irredento ufficialmente disperso entra nella Basilica.
E’ vestita di nero, dalla testa è coperta da uno scialle e reca un mazzo di fiori, è smarrita, frastornata, anche se intorno regna un raccoglimento adeguato alla circostanza!
Il suo compito non è facile, deve scegliere la bara che verrà poi portata a Roma e sepolta al Vittoriamo come “Milite Ignoto”.
Suo figlio Antonio, era stato richiamato alle armi dall’esercito austriaco nel 1914, quando la città di Gradisca apparteneva ancora all’impero.
Egli disertò, arruolandosi volontario con il Regio Esercito italiano nel 137° reggimento di fanteria della Brigata Barletta.
Cadde il 18 giugno 1916 sull’Altopiano di Asiago, durante la Strafexpedition, per difendere la sua vera patria, il Paese che amava, l’Italia, e fu decorato con medaglia d’argento al valore militare.
La sua salma venne sepolta in un cimitero che successivamente fu bombardato, rendendo impossibile il riconoscimento del defunto.
La donna si muove con incedere lento davanti a quelle bare, ad un certo punto si interrompe e si accascia affranta su una di esse, la penultima!
Rompe il protocollo, prende il suo velo nero e lo appoggia, in religioso silenzio, sopra di essa, decretando così la sua scelta, in segno di lutto per tutte quelle madri a cui sono stati strappati via i propri figli per combattere una guerra disperata.
Sarà proprio quella bara, che inizierà il lungo viaggio verso l’Altare della Patria!
La bara prescelta fu inserita in una cassa speciale inviata dal ministero della guerra, mentre le restanti dieci salme rimasero ad Aquileia e furono sepolte il 4 novembre nel cimitero della basilica.
Viaggio che fra ali di folla in tutte le tappe si i concluderà con la cerimonia solenne del 4 novembre 2021 il dolore era condiviso dall’Italia intera il viaggiò per tutta l’Italia non è casuale ma simbolico, con lo scopo di dare conforto a chiunque avesse perso per sempre qualcuno in guerra.
Un episodio di Storia di altissimo valore rivalutato solo ultimamente; come spesso è accaduto rimuovere la storia, i gesti, gli atti i simboli è una cosa vecchia quanto il mondo, presso i romani c’era la “damnatio memoriae”, una specie di iconoclastia, oggi parleremmo di “cancel culture”.
Il treno partì la mattina successiva, le foto e i filmati dell’epoca mostrano durante tutto il percorso lungo lungo le rotaie, lanci di fiori da parte di donne e bambini, il saluto militare da parte di rappresentanze delle forze armate e di ex combattenti, folle di cittadini inginocchiarsi al passaggio del treno.
Rispetto per i soldati, gli EROI quelli VERI e verso l’Italia.
Attraverso la salma di un caduto senza nome il popolo onorava, non la sofferenza di uno ma, il sacrificio e la resistenza di uno Stato che ha ottenuto la vittoria nella Grande Guerra.
In quel feretro c’erano tutti gli oltre cinquecentomila, nella maggioranza ragazzi, caduti di guerra.
Ogni madre piangeva quel soldato, perché era il proprio figlio.
Ogni orfano piangeva quel soldato, perché era il proprio padre.
Ogni donna piangeva quel soldato, perché era il proprio marito.
In quel feretro giaceva l’Italia intera.
Al suo passaggio quel treno evocava dolore, dolore per la perdita ma, anche speranza per il futuro, sacrificio dei soldati e onore per i caduti.
E proprio da questa speranza, terminata la cronaca dell’evento voglio partire per offrire una interpretazione, su basi scientifiche, del perché: dell’importanza dei riti.
Tutti comprendiamo la necessità di dare sepoltura e di rendere omaggio ai tanti dispersi della Grande Guerra, i cui corpi erano per lo più distrutti e irriconoscibili, non solo tutti dovremmo essere concordi anche dalla necessità di compiangere e di mettere un punto alla storia di tutti coloro che partirono per la guerra ma, che non fecero mai ritorno.
Per le madri, le mogli e i figli che avevano perso i rispettivi cari in guerra sarebbe stato ancora più difficile superare la perdita, andare avanti e integrare nella loro psiche la memoria della persona amata senza l’aiuto di un “rito”.
Qui nasce la necessità di qualcosa d’altro perché tanti uomini furono dispersi in guerra ma le famiglie, non avendo un corpo da compiangere, non riuscivano a trovare pace: c’era bisogno di un rito.
In psicologia, si parla di “lutto sospeso” o “lutto irrisolto” quando chi resta non completa le fasi del lutto e indica proprio la difficoltà di chi resta ad andare avanti.
Un rito che dovesse sostituire il processo del funerale e della sepoltura, che non era possibile realizzare per ognuno dei caduti e che avrebbe aiutato queste famiglie ad elaborare la perdita.
La psicologia parla di “elaborazione del lutto”, prima Freud poi anche molti altri affrontarono il dramma e classificarono in fasi il processo lungo, complicato e doloroso dell’elaborazione della perdita.
Riporto qui il modello secondo la teoria di Elisabeth Kübler Ross che suddivide il lavoro in cinque fasi: 1) negazione, 2) rabbia, 3) contrattazione, 4) depressione e 5) accettazione.
Ovviamente ogni persona vive il lutto in modo unico e quindi, le fasi possono non presentarsi tutte o non seguire questo ordine.
La prima reazione è la “negazione” una reazione di shock e incredulità, un meccanismo di difesa per proteggersi dall’eccessivo dolore.
La perdita di una persona nei casi più estremi può diventare dissociazione e che spinge a negare l’accaduto.
Dopo la negazione, emerge la consapevolezza della perdita, che si manifesta con sentimenti di “rabbia”.
Questa emozione può essere diretta verso se stessi, gli altri incolpandole e provando un forte sentimento di ingiustizia per quanto accaduto, o persino verso la persona che non c’è più, considerata “colpevole” di aver lasciato soli.
La Terza fase di “contrattazione” si cerca di trovare un modo per “negoziare” o mediare con la sofferenza, sperando in un miracolo o promettendo qualcosa in cambio del ritorno di ciò che è stato perso.
Nella quarta “depressione” il termine in questo caso non è usato nella sua accezione patologica, la realtà della perdita prende il sopravvento, diventa più profonda e si manifesta con tristezza, dolore, senso di vuoto e disperazione.
È un periodo di enorme intensa tristezza e sofferenza.
L’ultima è la “accettazione” è il raggiungimento di una maggiore serenità, non l’assenza di dolore, ma la presa di coscienza che la perdita è un fatto compiuto. Si impara a convivere con la mancanza, a guardare al futuro e a riorganizzare la propria vita.
Il lutto viene elaborato quando il dolore si attenua, lasciando spazio all’amore.
Il rito può essere un elemento per aiutare a raggiungere questa accettazione di realtà e quindi rassegnazione ma anche speranza, aiuta ad andare avanti
Appare chiaro come questo modello non si applichi solamente alla perdita di una persona in quanto defunta ma anche alla perdita di qualcuno con cui si è interrotto un rapporto o alla fine di una fase della propria vita o ancora ai malati terminali.
In questo complesso processo, i riti hanno un ruolo fondamentale in quanto aiutano a scandire il tempo dalla perdita e aiutano anche in parte il passaggio alle varie fasi dell’elaborazione del lutto.
«Da quella Bara che riunisce er pianto
de tante madri, un fijo chiama: – Mamma!
E ogni madre risponne: – Fijo santo!
De tanti cori s’è formato un core:
ardeno tutti ne la stessa fiamma
strazziati dar medesimo dolore.»
(Trilussa, 5 novembre 1921)
Ci vuole più coraggio a vivere o a morire?Buona riflessione
Roberto Kudlicka
