Culto dei morti: è storia dell’uomo è civiltà!

 Riflettevo di come l’evoluzione dei tempi, spinti dal fenomeno globalizzazione, dell’ economia globale e dello sfruttamento commerciale dei più piccoli ma, non solo, stia influenzando la vita di noi italiani.

Ovunque ci sono immagini che rimandano alla notte di Halloween, una tradizione che non ci appartiene e che fondamentalmente ha snaturato, il suo vero significato, anche per le popolazioni Celtiche del nord Europa per le quali “Samhain” era Capodanno: la festa celtica che celebrava il nuovo anno, segnando la fine dei raccolti e dell’estate, e l’inizio dell’inverno.

In questa tradizione nordica le celebrazioni servivano a onorare gli antenati e a scacciare gli spiriti maligni, Samhain era un momento di passaggio in cui si credeva che il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliasse, permettendo agli spiriti di viaggiare nel regno dei mortali. 

In tutta l’Europa occidentale il primo novembre, per i fedeli di religione cattolica, era ed è la festa di Ognissanti una festa di precetto, rossa sul calendario, per noi studenti era soprattutto un giorno in meno a scuola, mentre per tutti era il giorno in cui ci faceva gli auguri perché rappresenta l’onomastico di tutti.

Il.giorno dopo era il giorno del pensiero, del ricordo di chi ci aveva preceduto, lasciato e insegnato qualcosa.

Ed è proprio su questa giornata volevo soffermarmi, una giornata di rimembranza che raccoglie tristezza e malinconia ma, contemporaneamente concentra il pensiero su chi ci ha amato e su chi abbiamo amato e che restano con noi e noi con loro.

Una giornata che gradatamente e inesorabilmente è stata relegata a ruoli secondari, di minoranza, da vecchi perché ritenuta fuori moda, non allineata con il

vortice del non pensiero, della distrazione, del futile e dell’inutile che ha preso sopravvento su valori, cultura e per alcuni anche fede.

La società contemporanea sembra aver cancellato il pensiero e la consapevolezza della morte, ha eliminato ogni senso di finitezza, generando e alimentando l’illusione di “uomo eterno”.

Nel mondo di oggi sembra che l’uomo possa tutto, e a nulla e nessuno debba mai rendere conto.

Tra malattie, guerre, vittime di incidenti o di violenze di ogni genere siamo assuefatti dalla morte, ci siamo abituati, invece all’atto pratico sembrerebbe che vogliamo sempre censurare la morte, che resta ancora un taboo.

Eppure ciò che più di ogni altra caratteristica distingue l’essere umano da altre specie animali è proprio l’interrogarsi sul senso della vita e sulla morte.

Si ha paura anche solo di parlarne, di affrontare il discorso tanto che la soluzione di molti è la fuga: ma non è una soluzione è un semplice non voler entrare in contatto con un malessere che resterà latente per chissà quanto tempo?

Stiamo perdendo “il culto dei morti” che non è solo venerazione e credenze ma, è commerazione, rispetto; ed è un tema e fa parte dell’antropologia culturale e della religione dell’uomo, da sempre da quando esiste l’uomo, e oggi è anche psicologia personale e sociale.

Proprio nel campo della psicologia sociale esiste la “Terror Management Theory” (TMT) ovvero la “Teoria della Gestione del Terrore” che spiega il perché della tendenza a evitare il pensiero della morte, dimostrando come essa sia indispensabile per vivere serenamente. 

Secondo la TMT, l’uomo è l’unico animale cosciente di dover morire e poiché come tutti gli animali ha paura della morte, per poter sopportare tale condizione esistenziale e non essere paralizzato dall’angoscia non può che relegare nell’inconscio la consapevolezza della finitudine.

La psicologia più tradizionale invece ha spiegato come affrontare, elaborare e superare il lutto, arrivando a classificarne le varie fasi.

Freud, ha descritto l’elaborazione del lutto, nel saggio “Lutto e melanconia” (1915)

il lutto e la melanconia sono reazioni alla perdita, ma differiscono perché nel lutto il dolore è legato alla perdita di un oggetto specifico e cosciente (una persona o un ideale), mentre nella melanconia la perdita è inconscia e non ben identificata, e può causare una sofferenza più profonda perché rivolta verso se stessi.

“L’elaborazione del lutto” è un processo faticoso, un impegno, un lavoro necessario per staccarsi dall’oggetto perduto,

implica il graduale ritiro dell’investimento affettivo sull’oggetto perduto e il reinvestimento delle energie su nuovi oggetti, mentre la melanconia rappresenta un fallimento di questo processo, con un ritiro narcisistico e un’identificazione dell’odio verso l’oggetto perduto con il sé. 

Per Freud il lutto è una reazione normale e sana alla perdita, che richiede un faticoso “lavoro del lutto”, per lui il processo può essere descritto in tre fasi principali: la negazione e il rifiuto della perdita,

l’accettazione cioè la presa di coscienza della realtà della perdita e il conseguente il ritiro dell’investimento libidico dall’oggetto perduto e, infine il distacco, il reinvestimento libidico su un nuovo oggetto d’amore e la possibilità di riprendere il proprio cammino. 

L’esito positivo di questo processo è la liberazione dell’Io, che permette di investire nuovamente nel mondo esterno; il successo dell’elaborazione porta a poter pensare a un “dopo”, a riaprire alla speranza e a nuove possibilità. 

Il lutto, abbiamo letto, viene posto in confronto con la melanconia, anche il lavoro su questa viene classificato in tre fasi distinte:

La melanconia è una perdita inconscia, nasce da una perdita non pienamente compresa o identificata dalla coscienza. 

L’odio verso l’oggetto perduto viene riflesso sull’Io, portando a un profondo senso di inadeguatezza e a una radicale svalutazione di sé. 

A differenza del lutto è un distacco patologico, la melanconia implica un impoverimento dell’Io, un sentimento di nullità e una tendenza all’autodistruzione, perché la perdita non viene elaborata e il dolore rimane cristallizzato. 

Nel 1969 la psichiatra Elisabeth Kübler-Ross, ha elaborato una teoria e un nuovo modello di elaborazione del lutto prevede cinque fasi: 1) negazione, 2) rabbia, 3) contrattazione, 4) depressione e 5) accettazione.

Ovviamente ogni persona vive il lutto in modo unico e quindi, le fasi possono non presentarsi tutte o non seguire questo ordine. 

La prima reazione è la “negazione” una reazione di shock e incredulità, un meccanismo di difesa per proteggersi dall’eccessivo dolore. 

La perdita di una persona nei casi più estremi può diventare dissociazione e che spinge a negare l’accaduto.

Dopo la negazione, emerge la consapevolezza della perdita, che si manifesta con sentimenti di “rabbia”. 

Questa emozione può essere diretta verso se stessi, o verso gli altri incolpandoli e provando un forte sentimento di ingiustizia per quanto accaduto, o persino verso la persona che non c’è più, considerata “colpevole” di aver lasciato soli. 

Nella Terza fase di “contrattazione” si cerca di trovare un modo per “negoziare” o mediare con la sofferenza, sperando in un miracolo o promettendo qualcosa in cambio del ritorno di ciò che è stato perso. 

Nella quarta “depressione”, anche se il termine, in questo caso, non è usato nella sua accezione patologica, la realtà della perdita prende il sopravvento, diventa più profonda e si manifesta con tristezza, dolore, senso di vuoto e disperazione. 

È un periodo di enorme intensa tristezza e sofferenza. 

L’ultima è la “accettazione” è il raggiungimento di una maggiore serenità, non la completa assenza di dolore, ma la presa di coscienza che la perdita è un fatto compiuto. 

Si impara a convivere con la mancanza, a guardare al futuro e a riorganizzare la propria vita. 

L’obiettivo finale è l’integrazione della perdita nel proprio percorso evolutivo, in modo da poter guardare al futuro e investire in una nuova vita. 

Il lutto viene elaborato quando il dolore si attenua, lasciando spazio all’amore. 

L’elaborazione del lutto implica l’abbandono progressivo dei ricordi e delle aspettative legati all’oggetto perduto. 

Il dolore acuto iniziale seguirà il suo corso, il lutto è considerato “elaborato” quando la perdita può essere ricordata con nostalgia senza sacrificare il presente e il futuro. 

Appare chiaro come questo modello non si applichi solamente alla perdita di una persona in quanto defunta ma, anche alla perdita di qualcuno con cui si è interrotto un rapporto, o alla fine di una fase della propria vita, o ancora ai malati terminali. 

Tutto questo in teoria ma, cosa ha fatto l’uomo, fin dall’homo sapiens, per alleggerire e cercare un aiuto per superare la perdita?

Perché seppelliamo i nostri cari? 

Tutto questo rispetto per un cadavere, che senso ha? 

Nessun altro essere vivente lo fa, solo noi umani!

La risposta non può eludere la dimensione religiosa o comunque la fede in una vita ultraterrena. 

È come se l’uomo — di ogni tempo, in ogni luogo — avesse il presentimento che la morte è solo un “passaggio”, non la fine ma, un confine da oltrepassare. 

Fin dai tempi preistorici, prime testimonianze risalgono al medio-tardo paleolitico (120000-40000 ac.), la pratica della sepoltura sembra accomunare diverse specie di ominidi. 

Risalgono a questo periodo, le inumazioni in posizione fetale all’interno di fosse scavate nella terra, seppellite insieme a cibo, utensili, armi e fiori, queste sono probabilmente la ritualizzazione di un simbolico e concreto ritorno al grembo della madre terra.

Dalle mummie in Egitto, fino all’Obolo di Caronte o le monete sulle palpebre, l’essere umano ha sentito l’esigenza di strutturare dei rituali per accompagnare il defunto nel suo viaggio verso l’aldilà, la morte è stata interpretata come un passaggio ad una vita futura.

Fin dall’antichità, l’uomo ha creduto in una continuazione dello spirito dopo la morte, con la necessità di provvedere al defunto per un viaggio nell’aldilà, con la creazione di corredi funebri (oggetti personali, armi, cibo)  che potrebbero servire per il passaggio o per aiutare lo spirito nella sua nuova esistenza.

La ricorrenza del 2 novembre, anche se ha radici antiche e affonda il suo significato nel periodo in cui Noè costruì l’arca, riflette il bisogno umano di ricordare e onorare i defunti. 

La fede nella vita eterna è testimoniata da imponenti piramidi e tombe, con elaborate preparazioni per garantire un buon passaggio nell’aldilà.

Prima che i greci affermassero la fede nell’immortalità dell’anima e prima ancora di Antigone che seppellisce e per questo finisce sepolta viva, l’uomo ad un certo punto ha cominciato a riconoscere un valore, una dignità al defunto arrivando, come nel caso degli Etruschi, a costruirgli dimore più sontuose di quelle dei vivi. 

Nella Grecia antica, la festa delle “Antesterie”, nel mese precedente all’equinozio primaverile, si concludeva con l’invito rivolto agli spiriti di abbandonare le case.

I funerali nell’antica Grecia prevedevano una preparazione del corpo “prothesis” che veniva esposto su un letto funebre nella casa, un corteo funebre “ekphorà” e una sepoltura o cremazione seguita da sacrifici, banchetti commemorativi e a volte giochi funebri in onore del defunto.

Nella Roma antica, le tombe venivano erette con statue, bassorilievi e iscrizioni commemorative, si praticavano libagioni e si celebravano feste come i “dies parentales”, i Parentalia, un ciclo di feste di nove giorni dedicato ai di parentes (antenati divini), si celebravano con sacrifici, o addirittura si faceva un’offerta di cibo, vino e olio direttamente sulle tombe attraverso condotti, per nutrire e sostenere l’anima del defunto, nell’ultimo mese dell’anno.

Molto interessante e significativo il culto dei “patri Lari”, divinità protettrici della casa che vegliavano sulla famiglia, erano considerati gli spiriti degli antenati defunti.

Spesso erano rappresentati da figurine in terracotta che venivano poste nel “larario” che era l’edicola, il piccolo sacrario domestico in cui venivano conservate e onorate le loro immagini, protettrici del focolare domestico, che vegliavano sul buon andamento della famiglia e della proprietà.

Si pensava che derivassero dal culto etrusco, questa tradizione è arrivata sino a noi dove nelle case delle persone più anziane e soprattutto al sud, esisteva una mensola o il ripiano del comò dove c’erano tutte le foto le immaginette dei defunti, spesso illuminati da un lumino quasi a rappresentare un altarino, verso il quale pregare con devozione e al quale affidare la protezione della casa e della famiglia.

Tra le popolazioni dei Toraya, Indonesia, i defunti sono conservati e trattati come se fossero ancora vivi fino a quando la famiglia non è in grado di celebrare il rituale funebre, che include il sacrificio di animali per accompagnare lo spirito nel regno delle anime.

In Tibet praticano la “sepoltura in cielo” che consiste nel posizionare la salma su un’alta vetta, in attesa che gli uccelli predatori e gli avvoltoi vi si avventino, questo rituale ha origini Buddhiste e sottolinea che il corpo è solo il “contenitore dell’anima”.

Anche in Iran, fino a pochi decenni fa, le sepolture avvenivano in cima, ma in questo caso sulla Torre del Silenzio (un dakhma) con una tradizione che risaliva alla religione zoroastrista.

Il culto del morti non è solo all’inizio della cultura e della civiltà umana, ma segna una nuova dimensione dell’homo sapiens che si presenta sulla scena del mondo come “homo religiosus”, rivelando un altro aspetto della stessa fede: il legame e la connessione tra tutte le generazioni, passate, presenti e future.

 Quasi tutte le credenze suggeriscono che la morte fisica sia solo un passaggio e che l’anima continui la sua evoluzione e il suo percorso di crescita dopo la morte.

Le attività delle anime nell’aldilà variano notevolmente a seconda delle convinzioni religiose, mitologiche e spirituali e offrono diverse interpretazioni, ma in generale si può dire che le anime dopo la morte subiscono un giudizio.

E quindi, sulla base di questo, attendere un’evoluzione spirituale in luoghi specifici come il Purgatorio, luogo in cui le anime si trovano qui per pentirsi dei peccati commessi in vita e attendono di poter salire in Paradiso luogo in cui le anime vivono nella beatitudine e nella gioia, diventando pura luce avvicinandosi a Dio. 

Oppure sperimentare la dannazione nell’Inferno in cui le anime dannate vivono in un luogo di tormento e disperazione, caratterizzato dalla perdita di Dio, dal fuoco spirituale e da una pena specifica per ogni peccato commesso. 

Per altre dottrine le anime intraprendono un viaggio nel mondo degli spiriti, nell’oltretomba (Ade greco come in molte mitologie), e le anime vengono accompagnate da figure o divinità chiamate “psicopompi” per raggiungere il proprio destino, o ancora reincarnarsi  o assumere altri stati di esistenza come il Samsara dell’Induismo e il Buddismo 

Queste credenze descrivono il destino finale in modi differenti a seconda del sistema di pensiero, ma spesso presuppongono che l’anima, o spirito, continui a vivere dopo che il corpo fisico ha cessato le sue funzioni vitali, anche se la destinazione dell’anima dopo la morte è sempre stata e resta un mistero profondo e centrale.

Esistono studi comparati, sperimentazioni e ricerche come le ricerche sulle esperienze ai confini della morte, o di pre-morte, note anche come NDE (Near Death Experience) che suggeriscono che l’attività cerebrale possa proseguire anche dopo che una persona è stata dichiarata clinicamente morta, ma non forniscono una risposta definitiva sull’esistenza dell’anima o su cosa le accada dopo. 

O infine la “concezione materialista” una visione che sostiene che con la morte del corpo cessino tutte le funzioni vitali, inclusa l’attività cerebrale, e che non ci sia un’anima o uno spirito che continui a esistere. 

Nello stesso tempo ci sono credenze e studi che affermano che i defunti possono comunicare con noi, primo fra tutti attraverso il sogno.

Sogni nitidi, rassicuranti e vividi in cui il defunto spesso appare calmo e rassicurante sono un modo frequente di percepire la loro presenza. 

Come anche altre sensazioni di presenza diversa dal semplice ricordo, sono avvertire un senso di presenza e sapere quando il caro è lì, anche senza vederlo. 

Ancora messaggi percepiti attraverso esperienze fisiche, come un tocco su una spalla o un gesto sul braccio, possono essere un modo per la persona cara di manifestare la propria vicinanza. 

Inoltre, si possono avvertire il dialogo interiore o le conversazioni a voce alta rivolte ai defunti, fenomeni comuni nel processo di elaborazione del lutto. 

Alcune pratiche spirituali o mezzi tecnici come la metafonia, che utilizzano registratori per tentare di captare voci dall’aldilà, sono anch’esse considerate forme di comunicazione, 

I messaggi ricevuti possono essere di vario tipo: rassicuranti, richieste di preghiere, messaggi d’amore o di saluto, in ogni caso le esperienze e i messaggi percepiti possono aiutare a rafforzare il legame interiore con la persona defunta. 

Ripetiamo gesti e consuetudini che si perdono nella notte dei tempi e che hanno un profondo e arcaico valore rituale, il culto dei morti, la venerazione rivolta ai defunti è presente in quasi tutte le religioni e, secondo alcune teorie, costituisce l’origine e il fondamento della religione stessa.

Queste pratiche includono sepolture con corredi funebri, celebrazioni commemorative, offerte (come libagioni o cibo) e preghiere, mirate a sostenere l’anima nel suo viaggio nell’aldilà e a mantenere il legame con i vivi. 

Nel contesto cristiano la commemorazione avviene con la preghiera, la celebrazione di messe di suffragio e opere di penitenza, nel pensiero di essere un supporto spirituale ai defunti e con la convinzione che queste azioni aiutino le anime sempre nell’ottica di vita eterna.

Come ben sappiamo e conosciamo tutti, perché purtroppo ci è capitato di sperimentarlo, “l’elaborazione del lutto” è un processo delicato, che richiede tempo per essere affrontato e compreso. 

Il culto dei morti e la psicologia sono strettamente legati: i riti funebri offrono un supporto e un ruolo psicologico fondamentale per elaborare il lutto, aiutano a scandire il tempo e dare senso alla perdita, esprimere il dolore in modo collettivo e rafforzare i legami sociali. 

Questi rituali aiutano a canalizzare le emozioni, in quanto facilitano almeno in parte, il passaggio tra le varie fasi dell’elaborazione del lutto.

Le celebrazioni,agendo come un “passaggio per i vivi”, possono essere un elemento per aiutare a raggiungere una accettazione della realtà che vuol dire rassegnazione per la perdita ma, anche speranza per andare avanti, per la ricostruzione della vita individuale e comunitaria, 

Guerre, sciagure, incidenti, violenze, la morte di un figlio in utero, lutto anticipatorio (quando una persona cara è affetta da una malattia incurabile e i parenti iniziano a elaborare il lutto prima ancora della morte effettiva), lutto ambiguo (quando una situazione in cui la perdita non è chiara o definitiva ad esempio i dispersi o quando una persona cara ha una grave malattia cerebrale e il rapporto con il familiare cambia radicalmente, ma la persona è ancora fisicamente presente), o la morte di un familiare non riconosciuta socialmente (persone disperse), non ultimo la pandemia COVID con il suo drammatico e forzato isolamento, tutte disgrazie che hanno impedito e impediscono ai cari di vivere questo drammatico passaggio, questo ultimo viaggio insieme al defunto, di poterlo compiangere e trovare pace.

In psicologia, in tutti questi casi, si parla di “lutto sospeso” o “lutto irrisolto”, quando chi resta non completa le fasi del lutto e ha proprio difficoltà di ad andare avanti.

Il dolore resta “sospeso”, in uno stato di “stand by, perché non è stato possibile vivere pienamente il processo di lutto, impedendo di “lasciare andare” completamente la persona amata.

Le persone coinvolte possono provare un senso di colpa e confusione identitaria a causa dei sentimenti contrastanti che accompagnano il lutto sospeso. 

Se non elaborato, il lutto può diventare “complicato” o “persistente” portando a sofferenze croniche e prolungate, fino a diventare un vero e proprio disturbo, per cui è fondamentale dare spazio e modo al dolore di essere espresso. 

Non riuscire ad esprimerlo è pericoloso in quanto potrebbe riemergere in altri difficili momenti di vita. 

L’importanza del chiudere il cerchio con un rito, una cerimonia, con la possibilità di fare riposare, anche il corpo oltre l’anima la ritroviamo nel libro XXIV dell’Iliade che mi piace riportare: Priamo chiede il corpo del figlio Ettore ad Achille.

Il vecchio re Priamo si reca di notte furtivamente e segretamente, guidato dal dio Hermes, nell’accampamento greco, e nonostante il timore dell’ira di Achille, lo supplica con umiltà, si inginocchia, gli abbraccia le ginocchia, arriva a baciare le mani che gli hanno ucciso il figlio, offrendo doni preziosi pur di riscattarne il corpo. 

Per commuoverlo, gli ricorda suo padre Peleo e il dolore che prova per la perdita del figlio Ettore, suscitando in Achille, il feroce guerriero, una profonda compassione: la nostalgia del padre.

Le parole di Priamo e il ricordo del proprio padre fanno scoppiare a piangere Achille, 

si crea quasi un legame, una empatia con l’uomo anziano che vive questa incertezza, tanto che prova compassione, cede alle richieste di Priamo e decide di restituire il corpo del figlio e inoltre concede ai Troiani dodici giorni di tregua per celebrare i funerali. 

Con questo gesto, tra Achille e Priamo nasce una riconciliazione che va oltre la guerra.

Achille non solo restituisce il corpo di Ettore, ma ritrova anche la sua umanità.

Questo scrive Omero, circa 8 secoli prima di Cristo.

Quando si è in lutto, il cervello cambia in modo tale da influenzare i pensieri e le emozioni, studi dimostrano che le aree del cervello che elaborano le emozioni e i ricordi, come l’amigdala e l’ippocampo, diventano più attive durante il lutto.

La paura della morte è alla base di tutti i comportamenti umani, sia quelli individuali sia collettivi. 

La cultura odierna, soprattutto in occidente, va nella direzione opposta rispetto alle precedenti, oggi è in atto una censura del lutto, un progressivo lavoro di rimozione della morte, la cui celebrazione, viene “delegata” e quindi allontanata dalla vita sociale, culturale e educativa, ed è una tematica che sta sparendo sempre più dalla quotidianità.

Anche il gesto della cura e della sepoltura del defunto è stato rimosso e delegato ad agenzie specializzate.

Resta il fatto, come narra Omero, che il culto, l’onore e la “venerazione” che gli uomini attribuiscono al corpo del morto è ciò che ci può rendere “umani”.

Al contrario alcuni ipotizzano che in futuro i social network possano diventare “cimiteri virtuali”, dove le persone potranno visitare i propri cari defunti attraverso i profili online. 

Il culto dei morti ha sicuramente un senso fin dai primordi dell’umanità, e lo avrà sempre in modo soggettivo e con diverso peso a seconda della credenza e dei principi di ciascuno.

A mio avviso non esistono culture “giuste” e culture “sbagliate”, evolute e non evolute, sono solo culture diverse, come diversi i rituali, l’elaborazione del dolore, e i modi di affrontarlo.

C’è chi trova sollievo portando fiori davanti ad una lapide e chi tenendo su una mensola l’urna con le ceneri, la cosa importante e essenziale è che tutto questo “ha senso” solo se uno ha veramente amato una persona che ora non c’è più, in caso contrario è soltanto ipocrisia.

“D’altronde la morte è l’unica vera certezza che abbiamo nella vita”.

Buona riflessione 

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