Una laurea “diversa”

Il 30 ottobre scorso nell’Aula Aldo Rossi della Libera Università Mediterranea a Casamassima è stata conferita la Laurea Honoris Causa al Presidente nazionale di Confimi industria Paolo Agnelli, un imprenditore bergamasco alla terza generazione.

 Molti sono i dettagli di questo evento “non allineati” al main course nazionale e odierno: l’Università è meridionale e non è una delle “grandi” Università del Nord e premia un protagonista della scena economica italiana di Bergamo; l’imprenditore è ultimo rampollo di una famiglia di imprenditori; l’impresa da lui diretta è una impresa orgogliosamente familiare; è una impresa media e non gigante; la Confimi raggruppa migliaia di medie e piccole imprese di tutta Italia orgogliose di essere tali; tutti incarnano un modello di economia incentrato sulla persona e non sul capitale senza per questo essere di sinistra o altro.

 La cerimonia come di consueto si è conclusa con una lectio magistralis che, per la sua profondità, vastità, qualità costituisce la base di una nuova era dell’economia italiana nella quale l’impresa piccola e familiare non sarà più centrale per la sua numerosità ma anche per la sua capacità di immaginare e proporre una via più umana alla creazione di ricchezza. Non è possibile compendiare in poche righe temi di così grande importanza e quindi alleghiamo integralmente il discorso che -assicuriamo- è utilissimo leggere fino in fondo.

Qui però non possiamo non provare a guardare al futuro. Questa ritrovata consapevolezza porta con sè grandi responsabilità. Da una organizzazione datoriale sempre più consapevole del proprio ruolo e che sostiene la centralità della persona nel processo produttivo e non certo dell’imperativo venale dettato dalla voracità della grande impresa, avremo certamente una parola ferma su tanti temi aperti: sulla politica dei tassi di interesse che è concentrata nelle mani di pochissime persone che non rispondono a nessuno e che si riuniscono settimanalmente a Francoforte per decidere irresponsabilmente del futuro di centinaia di milioni di persone; sentiremo una parola fermissima contro ogni guerra, specie oggi che sembra che i potentissimi del globo abbiano deciso di regalarcene una bella grande nel prossimo futuro; leggeremo di proposte legislative intese alla riduzione drastica della dimensione delle banche e delle società finanziarie operative in Italia per favorire maggiore concorrenza nell’intero settore; apriremo una nuova fase nella legislazione lavoristica e della sicurezza del lavoro nella quale il datore di lavoro non sia più in ogni caso responsabile delle leggerezze altrui; vogliamo essere certi che si aprirà un dibattito e una propositività sulle questioni ambientali create dalla diffusione e pervasione dei prodotti “nuovi” offertici dalla tecnologia  moderna; in sintesi ci attendiamo in stretta conseguenza alla filosofia rappresentata dal Presidente Agnelli, una alternativa alla “filosofia” oggi dominante dettata dalla grande impresa e grande banca tutta interamente tesa a massimizzare profitti fino a questuare soldi dalle casse statali nelle più svariate forme e tesa ad accaparrarsi materie prime più o meno rare a tutto scapito del pianeta.

 Tanta sapienza deve declinarsi in comportamenti concreti che i decisori politici nazionali devono tenere che non sono affatto scontati anzi è da attendersi una rinnovata fase di maggiore ostracismo.

 Da parte nostra auguri e complimenti al neo laureato sia per il meritato riconoscimento sia per la maturità del suo pensiero di cui è in attesa da tempo la nostra economia.

Canio Trione

Discorso  

Vorrei innanzitutto esprimere la mia sincera riconoscenza alla Libera Università Mediterranea. 

Al presidente del Cda della Lum Emanuele Degennaro; 

Al Magnifico Rettore Antonello Garzoni,  

Alla direttrice generale Avvocato Antonella Rago,  

all’interno Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione dell’Università Lum.  

È doveroso inoltre rivolgere il mio grazie al Ministro dell’Università Annamaria Bernini per l’onore concessomi nell’attribuirmi questa laurea e alla Senatrice Alessandra Gallone, per  essere intervenuta in rappresentanza del Ministero.  

Per affrontare la stesura di queste pagine ho deciso di darmi delle regole. 

Per esempio, è cosa nota che non sia buona creanza iniziare un periodo con la pericolosa parola “io”. Ho provato ad evitarlo, ma in qualche passaggio non ci sono riuscito. Del resto, parto dalla mia esperienza di vita. 

Un altro suggerimento che mi sono dato è quello di evitare di cadere nella nostalgia. Ma nemmeno questa missione è stata semplice, in uno scritto in cui parlo, inevitabilmente, di fatti accaduti nel passato.  

Spero di essere riuscito a mantenere fede a questi propositi all’interno della mia trattazione che parte da una considerazione, “l’impresa non è solamente un sistema economico, è un organismo umano” e questa sintesi è frutto della mia esperienza cinquantennale nel sistema industriale e dell’essere la terza generazione di un’impresa di famiglia. 

Eccomi al dunque, tesi centrale di questo mio discorso è proprio la contrapposizione del  modello dell’impresa familiare come portatore di valori umani, rispetto al modello corporate votato al profitto. 

1 – L’impresa è, nella sua essenza più profonda, un’entità viva. Non è soltanto un meccanismo produttivo, un luogo dove si organizzano capitali e lavoro per generare profitti. È un organismo umano, stratificato di relazioni, visioni, memorie e identità. 

È da qui che desidero partire per riflettere sull’evoluzione del concetto di impresa, un’evoluzione che attraversa secoli, ma che soprattutto negli ultimi decenni ha assunto una velocità e una complessità tali da porre interrogativi urgenti e radicali sul suo ruolo nella società. 

La storia dell’impresa affonda le sue radici nelle attività artigianali, nelle botteghe di famiglia, nei piccoli opifici che punteggiavano il tessuto urbano ed extraurbano dell’Europa preindustriale. 

In questi contesti, l’impresa non era un’entità separata dalla vita quotidiana, ma ne era una naturale espressione: nasceva e cresceva spesso all’interno della casa stessa, e si fondava su relazioni di fiducia, su saperi tramandati e su una visione del lavoro come estensione della persona. 

Non è un caso che nelle prime pagine di un volume dal titolo “A – come Accadde nel 1907”, volume tributo alla storia industriale della mia famiglia e scritto dal giornalista Guglielmo Pelliccioli, si può leggere una frase che vi riferisco: “La storia di un’impresa industriale è un succedersi di idee, di atti, di prove dietro cui c’è sempre un uomo, a volte solo con sé stesso e le sue scelte. Questo uomo se vuole vincere deve costruire non una ma due aziende che lo sorreggano, due imprese collegate che si chiamano fabbrica e famiglia: e proprio quella casa con i balconi sporgenti sui capannoni dell’officina fu l’arma vincente di Baldassare Agnelli.” 

Con la Rivoluzione Industriale, e ancor più con la seconda metà del Novecento, questo modello inizia a mutare profondamente. L’impresa si ingrandisce, si struttura, si separa dalla sfera privata e assume forme sempre più complesse, fino a diventare — in molti casi — una realtà multinazionale. 

È qui che inizia a delinearsi una prima, significativa dicotomia. Dicotomia non soltanto strutturale, ma soprattutto culturale. L’impresa familiare porta con sé una visione fondata sulla continuità, sulla responsabilità intergenerazionale, sul senso del limite e della misura.  Il modello capitalista, al contrario, è spesso governato da logiche di breve termine, da consigli di amministrazione che rispondono agli azionisti più che ai territori o ai collaboratori, da metriche finanziarie che tendono a ridurre la complessità del reale a numeri e indici di performance. 

Ma il rischio — che oggi si fa sempre più evidente — è quello di una perdita di senso, di una progressiva disumanizzazione dei processi produttivi, di una separazione netta tra l’impresa e il contesto sociale e ambientale in cui opera. 

2 – Uno degli effetti più evidenti di questa evoluzione è il diverso rapporto che i due modelli di impresa intrattengono con il territorio. L’impresa familiare tende a essere radicata, a instaurare un legame profondo con la comunità locale, a restituire parte del valore generato sotto forma di investimenti sociali, culturali, ambientali. 

Ma c’è di più: ci sono intere realtà produttive nate dall’osservanza del territorio di appartenenza — non è infatti un caso che l’azienda Pennelli Cinghiale sia situata a Cicognara di Viadana, nel mantovano, o che i coltelli Montana arrivino da Premana, dove già nel 1574 si contavano numerosi fabbri capaci di forgiare coltelli, forbici, inferriate e chiavi. 

E poi c’è il rovescio della medaglia. La delocalizzazione, invece, è spesso una scelta tipica del modello capitalista, guidata da esigenze di riduzione dei costi e di massimizzazione del margine operativo.  Ma quando avviene senza responsabilità, senza visione strategica, senza rispetto per le persone e i luoghi, si traduce in desertificazione produttiva, in perdita di identità, in fratture sociali difficili da ricomporre. E ai governi la responsabilità e il compito di mantenere un humus industriale che consenta il lavoro in Italia. 

Proprio in questa direzione si muove una riflessione sempre più condivisa: quella che invita a superare la visione del profitto come unico criterio di valutazione dell’attività imprenditoriale. 

L’impresa, infatti, non può più essere considerata “buona” solo in quanto redditizia. Deve dimostrare di generare valore economico, certamente, ma anche sociale, culturale, ambientale. 

Questa evoluzione semantica e concettuale del termine “valore” non è retorica. È necessità. Non si tratta più solo di “fare bene il proprio mestiere”, ma di contribuire a costruire un futuro sostenibile, giusto, umano. In questo contesto, l’impresa familiare — per la sua natura intrinsecamente relazionale e la sua propensione alla visione di lungo periodo — può e deve rappresentare un modello di riferimento. Un laboratorio di pratiche sostenibili, di innovazione sociale, di governance etica. 

3 – Nel panorama economico e culturale italiano, l’impresa familiare non rappresenta una realtà marginale o residuale: è, al contrario, la spina dorsale dell’economia nazionale, il cuore pulsante di un sistema produttivo che ha saputo resistere, innovare, adattarsi, spesso senza clamore, ma con una forza silenziosa e determinata. 

Come già affermato, l’impresa familiare non è solo un luogo di lavoro, ma una comunità vivente, dove l’identità dell’imprenditore si intreccia con quella dell’impresa stessa, e dove i valori non sono codificati nei manuali, ma incarnati quotidianamente nelle scelte e nei comportamenti. 

Ho già avuto il piacere di condividere questa visione in un volume “Piccole per modo di dire” che raccoglie riflessioni, testimonianze e dati sulla centralità delle PMI nel contesto italiano.  

Piccole e medie imprese che, pur essendo il centro del tessuto economico del nostro Paese, sono marginalizzate da una politica economica non sempre attenta a cogliere le loro peculiarità. 

Sono oltre 4 milioni di aziende che generano un fatturato aggregato di 2 mila miliardi di euro e danno lavoro a 16 milioni di persone. 

Le imprese – ieri, oggi e domani – sono al centro di una sfida che coinvolge sì gli imprenditori ma anche la politica: bisogna evolvere e continuare a creare lavoro, benessere per i dipendenti e per le loro famiglie, senza smettere di restituire valore al territorio, con l’orgoglio di costituire il tessuto connettivo del Paese e di rappresentare il Made in Italy. In Italia, il 92% delle imprese ha meno di 10 dipendenti, e oltre il 95% rientra nella definizione di piccola o media impresa.  

Qualche anno fa, quando finalmente ci siamo lasciati la pandemia alle spalle, ho coniato il termine “biodiversità industriale” proprio per ricordare che viviamo in un territorio morfologicamente molto variegato, che nonostante la piccola superficie dispone di mari e di montagne, ha un clima speciale e un territorio che ha dato vita a differenze di cultura e di caratteri. 

Le Pmi sono il Dna dell’economia italiana, la nostra “biodiversità” industriale. E come tale va preservata e tutelata. 

Sempre per tornare a quel volume e ai paradossi legati al termine “PMI” vorrei menzionare un passaggio: “le piccole imprese sono piccole solo per numero di addetti, ma spesso grandi per fatturato, capacità di export, tecnologia applicata e valore generato. […] La loro forza è nella velocità decisionale, nella flessibilità, nella competenza e nella passione di chi le guida”. 

E ancora: “l’impresa familiare è un corpo vivo, dove non esistono compartimenti stagni. Il titolare conosce per nome i suoi collaboratori, sa dove vivono, spesso conosce i genitori, i figli, la storia personale. Questo non è paternalismo, è umanità organizzata”. 

4 – Una delle caratteristiche distintive dell’impresa familiare è il senso profondo di responsabilità verso le persone che vi lavorano. Non si tratta solo di una funzione di “welfare d’impresa” in senso moderno, ma di una cultura che affonda le radici nella consapevolezza che l’impresa esiste grazie e con le persone, non al di sopra di esse. In molte PMI, i dipendenti non sono numeri o codici matricola: sono volti, storie, biografie che si intrecciano con quella dell’impresa.  È una responsabilità morale, prima ancora che gestionale. 

Durante la crisi finanziaria del 2008, e ancor più durante la pandemia da Covid-19, le imprese familiari hanno spesso sacrificato il margine di profitto per salvaguardare l’occupazione. 

Molte hanno rifiutato la cassa integrazione, hanno anticipato pagamenti, si sono fatte carico dei costi energetici o sanitari pur di non interrompere il ciclo di vita dell’impresa e delle sue persone. 

L’impresa familiare è un’estensione dell’identità dell’imprenditore. “Chi fa impresa in Italia lo fa spesso con il proprio nome sulla porta. Questo significa che ogni prodotto, ogni scelta, ogni persona che entra in azienda rappresenta, nel bene e nel male, la reputazione della famiglia. È un rischio, ma anche una garanzia di qualità.” Esempi virtuosi non mancano: aziende come Luxottica, Beretta, Ferrero, perfino nel loro gigantismo, hanno conservato — almeno in parte — questa vocazione originaria. 

Il valore della fiducia è alla base di ogni impresa familiare. Fiducia tra soci, fiducia verso i collaboratori, fiducia nel futuro. Il secondo valore chiave è la continuità. La gestione familiare è orientata al lungo periodo, non alla trimestrale. Questo permette di sviluppare strategie solide, sostenibili, di fare innovazione senza snaturare il proprio Dna. 

Infine, il terzo valore è quello che potremmo chiamare artigianalità evoluta. L’impresa familiare italiana ha saputo coniugare il sapere delle mani con l’innovazione tecnologica. 

Ha trasformato l’artigiano in un piccolo industriale, senza perdere l’amore per il dettaglio, per il bello, per la funzionalità intelligente. Volendo citare ancora delle riflessioni che ho affidato al libro “Piccole per modo di dire”: “la vera rivoluzione non è imitare le multinazionali, ma fare della nostra diversità un punto di forza. L’industria italiana non ha bisogno di diventare grande, ha bisogno di diventare sempre più radicata, flessibile, digitale e umana”. 

5 – Chi scrive queste righe non solo ha vissuto in prima persona questa realtà, ma continua a credere che il futuro dell’impresa italiana — e forse dell’impresa tout court — passi proprio da qui: da una cultura della responsabilità, della relazione, della qualità. Tre esempi, uno per ciascuno di questi auspici, mi è d’obbligo farlo e attingerò dal mio diario familiare. 

Responsabilità. Era il 1940, l’Italia entrava in guerra e l’azienda Baldassare Agnelli entrò nell’elenco delle imprese cosiddette belliche: fornivamo, tra le altre cose, elmetti in alluminio utilizzati dall’esercito in occasione delle parate militari del regime.  Ma non solo: provenivano dal nostro stabilimento anche diversi particolari per gli aerei da combattimento della Caproni. 

L’essere una fabbrica bellica assolveva gli operai impiegati dall’arruolarsi. Questo fece sì che fuori dal cancello dell’officina e quindi di casa, file di donne accorrevano per raccomandare i propri figli. Inutile dire che fu riservata, a molti di loro, la dovuta accoglienza. 

Il mestiere lo si apprendeva in officina ed era l’imprenditore stesso a insegnarlo. Prima nonno Baldassare, poi papà Angelo. Fu poi il turno di mio fratello Baldassare e infine il mio. È per questo che ogni anno, nel celebrare la pensione di alcuni nostri collaboratori, siamo orgogliosi di poter vantare gli anni che ci han visti legati professionalmente. Nell’ottobre del 2023, due anni fa, abbiamo salutato e ringraziato oltre 15 collaboratori. La maggior parte con oltre 25 anni di storia insieme. 

Qualità. Il grande merito delle generazioni alla guida del gruppo Alluminio Agnelli fu quello, contraddittorio, di sapersi accontentare e, al tempo stesso, di non accontentarsi mai. 

Sono rimaste inalterate le linee fondamentali dell’impresa, senza tortuose diversificazioni, bensì studiando attentamente il mercato, anticipandone spesso i bisogni e le esigenze sempre con nuovi prodotti e servizi. Visitando i reparti di produzione dell’azienda capofila, Baldassare Agnelli Pentole Professionali, si possono notare pentole enormi costruite per grossi committenti come esercito, ospedali, Vaticano e a poca distanza piccole pentole speciali, tirate su con pazienza per soddisfare la richiesta di un cuoco esigente. 

Oggi la stessa cura c’è in trafileria, sulle matrici e i profili industriali per l’edilizia, il ferroviario, l’automotive, l’aerospazio. La stessa attenzione in fonderia, dove vengono forgiate le differenti leghe. 

Insomma, una discreta differenziazione in questi 118 anni di storia ma sempre rigorosamente nel proprio ambito, quello dei manufatti di alluminio. 

6 – Nel dibattito pubblico si parla di responsabilità sociale d’impresa, ma troppo spesso la si riduce a una questione di comunicazione, a una voce nei bilanci non finanziari. Per chi, come me, vive da dentro il mondo industriale da mezzo secolo, la responsabilità sociale è invece qualcosa di molto più serio: significa non permettere che il Paese butti via il lavoro, le competenze, la dignità delle persone. In Italia oggi succede questo: un lavoratore qualificato, con venti o trent’anni di esperienza, viene considerato obsoleto non perché non sia capace, ma solo perché ha superato una soglia anagrafica considerata “a rischio”. 

E questo accade in settori — penso alla meccanica, alla metallurgia, alla manifattura specializzata — dove la conoscenza pratica non si insegna sui banchi, ma si costruisce in fabbrica, giorno dopo giorno, errore dopo errore. 

“Il lavoro è una funzione vitale come respirare, parlare, camminare. A una certa età non può e non deve essere considerato una concessione.” 

Quest’ultima frase arriva dritta da un altro libro cui ho affidato le memorie della storia industriale della mia famiglia. “Oro Grigio. I Signori dell’alluminio” è un vero e proprio manifesto dell’industria manifatturiera italiana a conduzione familiare. 

La vera emergenza non è l’invecchiamento demografico, ma l’incapacità del sistema di considerare l’età come risorsa. 

Eppure, le imprese familiari — proprio per la loro natura intergenerazionale — costituiscono un argine naturale a questa deriva. In esse, l’età non è una discriminante, ma una variabile complementare: i padri e i figli lavorano fianco a fianco, e la trasmissione del sapere non è un processo astratto ma un gesto quotidiano, inscritto nella pratica, nel racconto, nell’esempio. 

“In azienda, chi ha esperienza sa leggere i segnali deboli, sa sentire gli scricchiolii prima che diventino crepe. È per questo che ho sempre voluto avere accanto a me collaboratori con i capelli bianchi: perché sono quelli che hanno già visto l’alba e il tramonto, e sanno riconoscere le nuvole all’orizzonte.” 

Le imprese familiari, in questo, giocano un ruolo decisivo.  Il patrimonio esperienziale di un operaio specializzato di 60 anni non si misura in titoli, ma in micro-decisioni prese in anni di lavoro sul campo, in capacità di reagire all’imprevisto, in know-how tacito. 

E questo patrimonio non è trasferibile in cloud, non è digitalizzabile. Va trasmesso persona a persona.  

“Un giovane pieno di idee e un anziano pieno di esperienza non sono due mondi incompatibili. Sono una squadra perfetta. Basta metterli nelle condizioni di lavorare insieme.” 

7 – E in questo le imprese familiari hanno un vantaggio culturale. Nelle PMI si lavora gomito a gomito: non ci sono piani aziendali distinti, ma officine dove chi ha i capelli grigi insegna a chi ha gli occhi accesi, e viceversa. L’apprendistato non è un modulo formativo, ma una relazione, un passaggio generazionale continuo. 

In Oro Grigio non ho voluto ricreare un elogio della nostalgia ma una chiamata al realismo produttivo: l’impresa familiare rappresenta un laboratorio vivo di sostenibilità sociale. Qui la responsabilità non è delegata ai consulenti, ma è incarnata. Qui l’esperienza non si archivia, ma si trasmette. Qui la vera innovazione non cancella il passato: lo porta con sé. La cultura dominante oggi esalta l’innovazione, e giustamente. Ma troppo spesso lo fa in chiave ideologica, riducendo l’economia a una gara di velocità in cui vince chi cambia più in fretta. 

Questa narrativa è figlia della cultura “da startup” che celebra la discontinuità come se fosse sempre una virtù. Ma l’impresa, soprattutto quella che ha radici profonde, sa che il nuovo ha senso solo se dialoga con il già detto, che ogni salto in avanti ha bisogno di un punto d’appoggio. “Ci stiamo dimenticando che le aziende non nascono nei discorsi da tre minuti, ma nel lavoro quotidiano di chi sa fare, sa rischiare, sa aspettare. […] La vera modernità è quella che include, non quella che cancella.” “L’impresa familiare è il primo esempio di economia generativa: non consuma, ma rigenera. Non sostituisce, ma integra. Non cancella il passato, ma lo mette a frutto.” Ecco allora il punto: non si tratta di scegliere tra giovani e anziani, ma di costruire organizzazioni che funzionano come ecosistemi, dove le diverse età si parlano, si ascoltano, si rafforzano a vicenda. 

Le imprese familiari sono il luogo naturale di questo dialogo, perché in esse il tempo non è frammentato ma circolare, e ogni generazione ha il compito di trasmettere — e ricevere — qualcosa. 

Mi è doveroso citare che questa coesistenza, questo passaggio, non avviene solo nelle officine, tra i collaboratori, ma anche tra le generazioni alla guida di un’impresa. C’è una pratica ricorrente, ad esempio, che mio padre adottò con me e mio fratello Baldassare e che mi riscopro a vivere quotidianamente con i miei figli: la telefonata serale, a lavoro concluso. Non un protocollo, non una mail riepilogativa, non un modello codificato. 

8 – Piuttosto una telefonata di aggiornamento, di consultazione, di condivisione, talvolta perfino di progettazione condivisa.  È in quei minuti che spesso l’esperienza da una parte e l’intraprendenza dell’altra trovano punti di contatto utili e necessari alla vita aziendale. Al superamento di difficoltà operative,  alle risoluzioni di controversie sindacali, all’avvio di nuovi investimenti. Quel filo invisibile che permette a chi ha passato la vita in azienda di poter mettere a disposizione una conoscenza profonda dei cicli economici e sociali e a chi cavalca il nuovo che avanza di poter contare non su conoscenze standard da manuali ma su esperienza specifica della realtà che ha ereditato, alleggerendosi – per quanto possibile – del peso di una responsabilità intergenerazionale. 

I miei figli si sono laureati su banchi simili a quelli di questa aula. Hanno studiato all’estero. Hanno conseguito diplomi di laurea e master di specializzazione. Eppure, solo oggi, dopo oltre 15 anni di esperienza diretta in azienda, iniziano a indossare i panni dell’imprenditore. A capire che non sempre 1 + 1 fa due. Stanno capendo perché all’interno del gestionale figurano nomi e cognomi dei nostri clienti. 

Che le relazioni con le banche del territorio si fanno negli stabilimenti e non nelle sale riunioni. Anche se questo, lo ammetto, è sempre più complesso per un giovane imprenditore, per una nuova generazione alla guida di un’impresa di famiglia. Perché dato che non c’è scuola per imprenditori, non c’è scuola per le aziende. Perché di certo è compito delle aziende quello di aggiornarsi in fatto di accesso al credito, studiare di più, conoscere meglio l’evoluzione del quadro normativo, adeguarsi alle novità europee e internazionali. 

Credo però tuttavia che dovrebbe essere la banca ad aggiornare i suoi criteri di valutazione dell’affidabilità delle imprese.  È per questo disallineamento o, meglio, estraneamento, che ci troviamo con prestiti tassati tre o quattro volte maggiori rispetto a quelli della grande industria. Si è creato lo strano fenomeno per cui i soldi vengono prestati a chi, in qualche modo, non ne ha bisogno. 

In termini di responsabilità e valore dell’esperienza rientra perfino il concetto di digitalizzazione, robotica e intelligenza artificiale. Potrà sembrarvi paradossale, ma una parte significativa dei cambiamenti, in termini di automazione delle aziende, parte dal sentimento di orgoglio di chi vuol vedere fare meglio ciò che aveva visto fare da chi l’azienda l’ha costruita. 

9 – Non si può comprendere fino in fondo il fenomeno della laboriosità delle piccole e medie imprese italiane se non lo collochiamo dentro un aspetto identitario, non dico di orgoglio nazionale, ma certamente di fiducia nel fatto che le cose possono andare meglio se ci si applica con la testa, le capacità, l’ingegno. Era il 1996 quando con un simbolico biglietto indirizzato a mio padre, con su scritte poche parole, “Scusa il ritardo”, inauguravo la trafileria del gruppo, restituendo ad Angelo Agnelli un sogno cui tempo prima aveva dovuto rinunciare. 

Non solo, avevo dato vita a uno stabilimento di estrusione così all’avanguardia che fu visitato da oltre 25 aziende concorrenti appartenenti all’American Aluminum Extruders Council. 

E non è solo il gruppo Agnelli. Io visito di continuo aziende dove si respira una dimensione affettiva fortissima, dove il coinvolgimento riguarda le famiglie, le relazioni sentimentali, i figli. 

Allora comprendi che investire non è solo un’azione rivolta all’azienda, ma a quel groviglio di passioni, speranze e paure che essa rappresenta. 

Cambiamento e innovazione diventano termini che non afferiscono al processo produttivo ma alla vita stessa delle persone che abitano l’impresa. Uniti ad un atteggiamento di fiducia che allontani gli spettri e i luoghi comuni che abitano la società di oggi, primo fra tutti quello legato all’idea che il futuro, la robotica, l’innovazione, saranno le cause dei nostri peggiori guai. 

L’azienda ha una sua impostazione, una maniera di fare, uno stile sempre coerente ad alcune scelte di fondo. Se non vuoi affossarla devi rispettare tutto questo. Quest’anno a causa della situazione internazionale il mercato non può crescere? Aspettiamo. 

Non puoi investire quanto vorresti? Aspettiamo. Noi abbiamo sempre aspettato. Tant’è che siamo qui da tanti anni, sempre fedeli a un  metallo, e la tradizione si rafforza sempre di più, penetra di generazione in generazione. Perché la responsabilità sociale di un’impresa non si misura soltanto nei parametri ESG o nei bilanci di sostenibilità. Si misura — e si realizza — anche nella capacità di valorizzare chi cammina e ha camminato a lungo, di integrare competenza ed energia, di creare ponti tra ciò che è stato e ciò che sarà. 

Se l’Italia vorrà davvero costruire un’economia inclusiva, innovativa e giusta, dovrà ripartire da qui: dal valore dell’esperienza, dal rispetto per il tempo, dalla capacità delle imprese — soprattutto quelle familiari — di fare memoria attiva. Perché il futuro si costruisce con chi conosce la strada. E chi conosce la strada, spesso, ha già molti chilometri alle spalle. 

10 – L’impresa non è una somma di reparti. È un linguaggio condiviso. C’è un termine che, più di ogni altro, definisce l’impresa che conosco e rappresento: identità. Un’identità fatta di operosità, cura, continuità e relazioni. Un’identità che non è scritta nei valori aziendali appesi ai muri, ma incisa nei gesti quotidiani, nei suoni della produzione, nella cultura tecnica che si trasmette attraverso il fare. Nel libro “inventario. Il linguaggio della manifattura”, realizzato dalla confederazione che ho fondato e presiedo con il contributo dell’Enciclopedia Treccani, per raccontare appunto il made in italy del fare, questa idea prende forma in una sequenza di parole che non sono solo lemmi, ma segni di un’antropologia industriale vivente: “memoria”, “precisione”, “tempo”, “esperienza”, “paesaggio”. 

Sono queste le fondamenta invisibili della piccola e media impresa italiana, e sono le stesse parole che ho visto abitare le aziende familiari in cui ho lavorato per cinquant’anni. E non è un caso che questo libro oggi sia tra i vocabolari della biblioteca dell’Accademia della Crusca.  Ci sono parole che nascono dentro le fabbriche, nei laboratori artigiani, nei cantieri e negli uffici. Parole che raccontano il lavoro, la passione, la fatica e l’ingegno. Alcune sono tecniche, altre dialettali, molte hanno origini antiche, altre ancora si sono adattate ai tempi moderni. Ma tutte, in qualche modo, rappresentano la storia industriale e manifatturiera del nostro Paese, fatta di sapere tramandato e di innovazione, di tecnica acquisita e genio rivoluzionario. 

Penso che custodire e valorizzare questo patrimonio linguistico sia un atto di riconoscimento verso chi rende grande l’industria italiana. Conservare le parole del lavoro significa conservare la nostra memoria produttiva e la nostra capacità di guardare al futuro senza dimenticare da dove veniamo. Io stesso, che sono cresciuto giocando in azienda con gli operai, so bene che la mia vita di imprenditore parte da lì. Anche dalle parole. 

Penso a parole come “rasghì”, che nel dialetto delle fabbriche bergamasche ha perfino un duplice significato, indicando sia un seghetto sia un operaio smilzo e agile. Ci sono poi parole direttamente riferibili al mio mondo alluminato, come barbai, termine che indica i trucioli metallici o l’imbutitura, che nell’industria metallurgica indica il processo di deformazione del metallo al fine di ottenere una forma concava o cilindrica; o ancora sbavare, ovvero il rifilare il metallo. Ma in questo volumetto c’è una parola che racconta molto dei primi imprenditori del Novecento: arrangiàrse, un’espressione comune nelle fabbriche del veneto per indicare la capacità di trovare soluzioni rapide con i mezzi a propria disposizione. 

11 – Un arrangiarsi che è intuito, conoscenza della materia, tecnica ed estro. Tutto insieme. Una vera e propria arte.  Inventario, inoltre, parla con intensità dell’impresa come luogo in cui le persone non sono semplici ingranaggi, ma soggetti partecipi di un destino comune. Ed è questa la mia stessa  esperienza: un’impresa non funziona se si limita a produrre.  Funziona se si prende cura. Del lavoro. Delle persone. Del territorio.  “La parola ‘cura’ nella manifattura indica un tempo dedicato. Una forma di attenzione. È ciò  che trasforma la routine in competenza e il lavoro in cultura.” 

In un mondo che spinge alla frammentazione, all’individualismo digitale, all’automazione spersonalizzata, l’impresa familiare continua a proporre un modello relazionale: un luogo dove si cresce, si impara, si appartiene. Nel tempo ho imparato che le imprese hanno bisogno non solo di produrre, ma di essere ascoltate. 

Ed è con questa convinzione che è nata Confimi Industria: non come un’alternativa sterile a ciò che già c’era, ma come uno spazio autentico di rappresentanza, capace di dare voce a quelle imprese che troppo spesso erano rimaste ai margini del tavolo. Confimi nasce da un’esigenza concreta: portare in politica le istanze delle imprese che non appartengono ai grandi gruppi, ma che fanno l’Italia ogni giorno, fabbrica dopo fabbrica, provincia dopo provincia. “Abbiamo dato vita a Confimi perché ci siamo accorti che il Paese non ascoltava più le imprese vere. Quelle che non delocalizzano. Quelle che formano. Quelle che pagano i salari con il sudore, non con l’algoritmo.” 

È la frase di una delle primissime interviste rilasciate a ridosso della costituzione di una nuova associazione datoriale industriale. Era il 2012. La precedente, era nata nel 1947, da lì più nulla. 

La rappresentanza, per me, non è un atto formale. È una forma di responsabilità civile. È dare forma politica all’identità produttiva del Paese. E questo è urgente, perché troppo spesso le PMI sono trattate come “minori” rispetto alle grandi corporate.  

12 – Nel corso della mia esperienza, ho imparato che non tutte le imprese sono uguali. Lungi da me demonizzare l’evoluzione, l’efficienza, il progresso industriale. Ma occorre oggi avere il coraggio di guardare negli occhi un modello che si è allontanato dal lavoro, dalle persone, dalla comunità: il modello della grande corporate multinazionale, sempre più finanziarizzata, sempre meno industriale. 

Questo modello si muove secondo una logica di astrazione, che porta l’impresa a disincarnarsi: non più un luogo, non più una storia, non più un volto. Al loro posto: numeri; rendimento; scala. 

Parto da una frase che ho già usato parlando a un gruppo di giovani imprenditori: L’impresa corporate ragiona per trimestri, non per generazioni. Non ha eredi: ha azionisti.” 

La struttura tipica di una grande corporate è quella che risponde a logiche finanziarie prima che produttive: le decisioni non nascono più da una relazione col prodotto o col cliente, ma da un algoritmo di redditività, da una simulazione su fogli di calcolo. Il vertice non è più un imprenditore coinvolto nel processo produttivo, ma un CEO nominato da un board, spesso scollegato dal territorio in cui l’impresa opera. 

I dipendenti non conoscono più i vertici. I vertici non conoscono più i reparti. Tutto è funzione, nulla è relazione. 

Chi guida una corporate può non aver mai messo piede in fabbrica. Può non sapere nulla del prodotto che vende. E questo, in Italia, è un’anomalia culturale. L’obiettivo, in questo contesto, è chiaro e uno solo: massimizzare il profitto nel minor tempo possibile. Raggiungere l’obiettivo a breve termine, anche a scapito della sostenibilità di lungo periodo. 

Una delle conseguenze più evidenti di questo modello è l’anonimato industriale. Nessuno sa bene chi c’è dietro una corporate. Le sedi legali sono offshore. I marchi vengono acquistati e spostati come pedine. Le aziende diventano etichette, svuotate di contenuto, di storia, di persone. L’anonimato non è solo una questione simbolica: è un problema etico. Perché, se nessuno risponde direttamente delle proprie scelte, diventa più facile licenziare, delocalizzare, speculare. Non per necessità, ma per convenienza. Le grandi corporate non producono valore per i territori. 

13 – Lo estraggono. Lo drenano. Il valore viene creato in un sito produttivo e trasferito altrove, dove il regime fiscale è più favorevole, dove il costo del lavoro è più basso, dove le tutele sono più fragili. 

Del resto, c’è una differenza enorme tra fare impresa e fare finanza. Noi, che abbiamo fabbriche, macchine, lavoratori, sappiamo cos’è il rischio vero. Le corporate, spesso, rischiano solo con i soldi degli altri. È questa logica che porta alla desertificazione industriale, a catene di fornitura sempre più fragili, alla perdita di mestieri e conoscenze. 

E alla sostituzione della cultura del lavoro con la cultura del margine. La vera contrapposizione tra PMI familiari e grandi corporate non è di scala, ma di valori. Le PMI nascono da un’idea di lavoro come vocazione, come continuità, come costruzione di senso. Le corporate operano secondo una logica di prestazione, di standardizzazione, di impersonalità. 

Paradossalmente, uno dei punti di forza dell’impresa familiare è che non può scappare. È legata alla sua gente. Al suo nome. Alla sua reputazione. E questo produce una qualità diversa delle decisioni. La Pmi investe in formazione non perché “conviene”, ma perché è un dovere. Si trattiene il personale non con stock option, ma con relazioni umane, fiducia, riconoscimento del lavoro svolto. Non si tratta, in ultima analisi, di demonizzare le grandi imprese, ma di riconoscere che un sistema industriale sano non può fondarsi solo sul modello corporate. Serve equilibrio. 

Serve pluralità. Serve un’industria che non dimentichi il volto umano del lavoro. 

Il rischio, oggi, è che la distanza tra la finanza e la fabbrica diventi insanabile. Che il linguaggio dell’equity scalzi quello dell’etica. Che si dimentichi che l’impresa è, prima di tutto, una comunità produttiva di persone. Un’impresa senza radici è un’impresa senza futuro. Noi vogliamo costruire il futuro partendo dal nome sulle nostre mani, non dal codice ISIN in borsa. In questa prospettiva, la PMI familiare italiana non è il passato da superare, ma il modello da proteggere, da raccontare, da rilanciare. È il luogo dove il lavoro ha ancora un volto. Dove l’impresa è ancora una responsabilità. 

Dove si costruisce valore per davvero.

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