Una storia europea: il muro di Berlino

 Nella riflessione di oggi volevo ricordare un avvenimento di cui ricorreva l’anniversario, passato molto in sordina e quasi dimenticato, ma a mio parere molto importante per la storia di tutta l’Europa o anche il mondo intero, avvenuto precisamente il 9 novembre 1989.

Per me è stato ed è ancora un avvenimento importante per la libertà dell’uomo civile, per la democrazia in generale, parlo della caduta del “Muro di Berlino” in tedesco “Berliner Mauer” o con la sua denominazione ufficiale che pochi conoscono:

“Antifaschistischer Schutzwall” tradotto “Barriera di difesa antifascista”.

La prima incongruenza parte proprio dal nome, in quanto il muro era stato innalzato non per impedire di entrare, come di solito accade in tutti i muri ma, bensì per uscire!

Cioè costruito per impedire ai propri cittadini di lasciare la nazione, in pratica per tenere, liberi e onesti cittadini, prigionieri nella propria patria.

La decisione fu presa, nel 1961 a 16 anni dalla fine del conflitto, e a 12 dalla divisione della Germania in due nazioni, da Walter Ulbricht (allora presidente della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) a causa della crescente instabilità economica e sociale ma, essenzialmente per fermare l’esodo di massa dei suoi cittadini verso Berlino Ovest, che era sotto il controllo delle “potenze” occidentali. 

L’obiettivo principale era quello di bloccare il flusso di persone, si parla di milioni, in particolare professionisti qualificati, che fuggivano dalla Ddr, attraverso i confini ancora aperti di Berlino, e che secondo il governo e il partito stavano “dissanguando” la Germania dell’Est.

Queste fughe erano dettate dalle condizioni economiche e dalle condizioni di vita migliori, ma anche e soprattutto, da situazioni di libertà, di diritti negati, di “regime”: una fuga dal comunismo verso la libertà.

Questi esodi erano del tutto simili a quelli avvenuti immediatamente prima della seconda guerra mondiale, verso gli Stati Uniti, dalla allora Germania unita del Fuhrer. 

Riprendiamo la storia, nel 1945 alla fine del seconda guerra mondiale e con la sconfitta della Germania, le potenze alleate (Usa, Urss, Regno Unito e Francia) divisero la città in quattro settori di occupazione.

Nella realtà sociale ci fu una divisione di fatto in due città: Berlino Ovest (filo-occidentale) e Berlino Est (sotto l’influenza sovietica).

Nel 1949 tutta la Germania viene formalmente divisa in due: Germania Est e Germania Ovest e, Berlino est diventa la capitale della Germania Est (Ddr).

Con le crescenti tensioni tra gli alleati, in particolare tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica (Urss), Berlino diventa un punto focale della tensione tra i blocchi occidentale e orientale della successiva Guerra Fredda e il Muro diventa un potente simbolo della divisione del mondo in due blocchi, oltre che della repressione nella Germania Est. 

Sebbene la decisione finale fosse della Ddr, il leader sovietico Nikita Khrushchev aveva inizialmente bloccato il piano di Walter Ulbricht, per poi dare il suo consenso, con l’idea che il muro fosse necessario per porre fine al “problema di Berlino” e rendere meno destabilizzante l’esodo. 

La costruzione iniziale del Muro di Berlino è avvenuta in modo molto rapido, furtivo, di notte, senza alcun preavviso per impedire alla popolazione di organizzarsi e fuggire.

Era un fine settimana d’estate, tra il 12 e il 13 agosto 1961, mentre tanti erano fuori città, tutto fu messo in piedi tra la mezzanotte e l’alba, la notte più lunga a Berlino dalla fine del conflitto.

La sera del 12 agosto Walter Ulbricht, invitò i membri del governo nella sua residenza su un lago a 80 chilometri da Berlino, senza dare spiegazioni, un remake già vissuto in Germania anni prima con un copione simile.

Nel frattempo, all’esercito erano arrivate una serie di imballaggi chiusi, accompagnati dall’ordine di aprirli solo alle 20: quando si potette scoprire erano pieni del filo spinato (centinaia di tonnellate, migliaia di km), che serviva per imbastire il primo confine del “muro”. 

A mezzanotte, Ulbricht disse ai suoi ospiti che erano già in corso delle operazioni per prendere alcune misure di sicurezza al confine tra Berlino Est e Berlino Ovest: era cominciata la cosiddetta “Operation Rose”.

Per l’operazione erano stati portati a Berlino più di 40mila soldati, diverse unità di polizia e anche 12mila membri del “Betriebskampfgruppen” (milizie dei lavoratori), un’organizzazione armata di lavoratori che faceva parte della DDR.

Verso l’una di notte vennero spenti tutti i lampioni, e la costruzione del muro cominciò,

con l’obiettivo di circondare col filo spinato Berlino Ovest, (città che ricordo era immersa in territorio DDR), e che aveva un perimetro di circa 155 chilometri.

Il progetto era creare due linee di sicurezza, per dividere la città, per bloccare l’eventuale passaggio di veicoli e persone, lasciando scoperti solo 13 posti di blocco, l’operazione cominciò a Potsdamer Platz, uno degli incroci più trafficati della città.

Per rafforzare la demarcazione provvisoria, le forze armate e le milizie, rompevano anche le strade e i marciapiedi, del centro di Berlino per ricavarne asfalto e materiale di risulta di contenimento.

Il completamento del sistema di difesa fu progressivo, impiegarono mesi e anni, la struttura di cemento armato, divenne una barriera imponente nel tempo, furono aggiunte fortificazioni più complesse e invalicabili anche fisicamente.

La prima tappa fu chiudere duecento strade e

una sessantina di incroci, in seguito vennero interrotti tutti i trasporti pubblici che portavano a Berlino Ovest, i binari dei treni furono fisicamente sbarrati, e 12 stazioni ferroviarie vennero chiuse. 

La divisione attraversò parchi, cimiteri, piazze ed edifici, in alcuni casi, vennero letteralmente divise le abitazioni, attraversate dal confine, il caso più noto è quello di Bernauer Strasse, in cui le entrate e le finestre al piano terra di alcuni edifici vennero murate, e gli abitanti poterono continuare a entrare nelle loro case solo dalla parte dei cortili che si trovavano a Berlino Est.

Mentre le forze armate continuavano a imbastire il muro, i furgoni dell’esercito distribuivano un numero, ben determinato e calcolato, di soldati in ogni posto di blocco, i soldati erano armati in modo sufficiente per spaventare chi avesse voluto passare, senza che la situazione sfuggisse di mano, l’obiettivo, infatti, non era scatenare una guerra civile.

Verso le prime ore del mattino, le radio cominciarono a raccontare quanto stava accadendo, le guardie annunciarono alla città con gli altoparlanti che il confine era chiuso, mentre i berlinesi dalle proprie finestre guardavano i carri armati e la massa informe di filo spinato che segnava il nuovo confine invalicabile.

Moltissime persone impacchettarono le proprie cose e corsero alla stazione per raggiungere Berlino Ovest in treno, ma i collegamenti, come scritto, erano stati interrotti, fu impedito anche solo parlare con i parenti bloccando le linee telefoniche.

Le Grenztruppen der DDR (Truppe di frontiera della Germania Est) e la Volkspolizei (Polizia Popolare) impedivano anche di salutare, parenti amici e conoscenti da lontano dalle finestre di casa, dalle macchine, o arrampicandosi dove potevano.

Il Muro, costruito per impedire ai fascisti di entrare, era diventato un carcere da cui e nonostante tutto, negli anni più di 5mila persone riuscirono a scappare. 

Il numero esatto di morti a causa del Muro di Berlino è difficile da stabilire con certezza, ma le stime indicano che circa 200 persone sono state uccise dalle guardie di confine della Germania dell’Est durante i tentativi di fuga. 

Queste cifre non includono i suicidi, e altri incidenti mortali legati ai tentativi di fuga, che portano il numero totale di vittime ben oltre le 600, anche annegamenti nei fiumi, come lo Spree e l’Havel mentre cercavano di attraversarli per fuggire.

Tra le vittime ci sono stati anche 22 cittadini di Berlino Ovest che avevano cercato di aiutare i familiari o gli amici a fuggire, 42 tra bambini e adolescenti, inoltre 21 soldati della Germania dell’Est uccisi durante scontri a fuoco con persone in fuga.

La divisione della città iniziata nel 1961 durò per quasi 28 anni, fino alla caduta del Muro il 9 novembre 1989 che segna anche la fine della Guerra Fredda in Europa. 

La causa scatenante fu la decisione, da parte delle autorità della Germania dell’Est, dopo mesi di pacifiche proteste, di aprire i confini permettendo ai cittadini di attraversare liberamente il muro e di riabbracciare affetti e luoghi familiari.

La caduta del muro avviò il processo di riunificazione tedesca, avvenuta l’anno successivo, la fine di un “regime” e accelerò il crollo dei regimi comunisti in tutta l’Europa orientale.

Tra le figure chiave di questa liberazione il presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov, sebbene non avesse pianificato la caduta del muro, la sua politica di non intervento fu decisiva nell’impedire una repressione, simile a quelle avvenute in passato, autorizzate dai suoi predecessori in Ungheria e in Cecoslovacchia. 

L’evoluzione fu pacifica anche perché la mobilitazione fu generale in un ambiente stanco e logoro del regime a partito unico, in cui il potere era centralizzato e l’opposizione politica era soppressa.

Il regime aveva un apparato di sorveglianza, la “STASI”, che riusciva a monitorare e controllare tutti i cittadini.

In precedenza nel 1987 anche il presidente USA Ronald Reagan aveva chiesto, in un famoso discorso, a Gorbaciov di “abbattere questo muro”.

Gorbaciov è stato l’ultimo leader dell’Unione Sovietica e cercò di modernizzare il sistema sovietico attraverso riforme quali la perestrojka e della glasnost’. 

“Perestroika” in russo significa ristrutturazione o ricostruzione, è il termine che indica un complesso di riforme economiche, politiche e sociali, il cui obiettivo era modernizzare l’URSS attraverso la liberalizzazione parziale dell’economia e una maggiore apertura politica, senza tuttavia, rinnegare i principi del socialismo.

La “glasnost” è una politica di trasparenza e apertura, una maggiore libertà di stampa e di espressione.

L’altra figura chiave di quel periodo è stata quella di Karol Wojtyla, papa San Giovanni Paolo II, un uomo che da pastore della Chiesa ha contribuito alla fine dei regimi comunisti in Europa, risvegliando le coscienze e rompendo la cosiddetta Chiesa del silenzio, durante gli anni dell’ateismo di Stato.

Il suo primo viaggio, subito dopo la sua elezione al soglio di Pietro, nel 1978, fu un evento destinato a segnare profondamente la sua Polonia e non solo,

Gli scioperi dei cantieri navali di Danzica sono un primo segnale, seguito dalla nascita di Solidarnosc, il sindacato di Lech Walesa. 

È l’inizio di una “rivoluzione” che né l’attentato al Papa, nel 1981, né il pugno di ferro del regime del generale Jaruzelski riusciranno a fermare. 

Anzi, il regime polacco si troverà costretto a trattare con Solidarnosc e, nel 1989, dovrà incassare una sconfitta pesantissima alle elezioni del 4 luglio. 

Questi processi portarono, in seguito e inaspettatamente, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e per i regimi dell’Est Europa è l’inizio della fine.

Per concludere la riflessione a tutti noi che oggi possiamo viaggiare e muoverci liberamente, voglio riportare il discorso tenuto dal presidente USA John F. Kennedy a Berlino ovest, il 26 giugno 1963, nella piazza che oggi porta il suo nome.

Un discorso che dovrebbe fare riflettere, chi e sono molti, smemorati, impreparati o semplicemente mercenari che parlano in Italia di regime, di mancanza di libertà e di democrazia.

 

“Ich bin ein Berliner” (“Io sono un berlinese”). 

 

Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista.  

Che vengano a Berlino.  

Ce ne sono alcune che dicono il comunismo è l’onda del progresso.  

Che vengano a Berlino.  

Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti.  

Che vengano a Berlino.  

E ce ne sono anche certe che dicono che sì il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici.

Lass’ sie nach Berlin kommen.  

Che vengano a Berlino.  

La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. 

Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri per impedir loro di lasciarci. 

Voglio dire a nome dei miei compatrioti che vivono a molte miglia da qua dall’altra parte dell’Atlantico, che sono distanti da  

voi, che sono orgogliosi di poter dividere con voi la storia degli ultimi 18 anni. 

Non conosco nessun paese, nessuna città, che è stata assediata per 18 anni e ancora vive con vitalità e forza, e speranza e determinazione come la città di Berlino Ovest.  

Mentre il muro è la più grande e vivida dimostrazione dei fallimenti del sistema comunista — tutto il mondo lo può vedere — ma questo non ci rende felici; 

esso è, come il vostro sindaco ha detto, è una offesa non solo contro la storia, ma contro l’umanità, separa famiglie, divide i mariti dalle mogli, ed i fratelli dalle sorelle, divide un popolo che vorrebbe stare insieme. Quello che — Quello che è vero per questa città è vero per la Germania: una pace reale e duratura non potrà mai essere assicurata all’Europa finché ad un quarto della Germania sarà negato il diritto elementare dell’uomo libero: prendere una decisione libera.

In 18 anni di pace benessere questa generazione di tedeschi ha guadagnato il diritto ad essere libera, incluso il diritto di unire le famiglie, a mantenere la propria nazione in pace, in buoni rapporti con tutti.  

Voi vivete in una isola difesa di libertà, ma la vostra vita è parte della collettività. Consentitemi di chiedervi, come amico, di alzare i vostri occhi oltre i pericoli di oggi, verso le speranze di domani, oltre la libertà della sola città di Berlino, o della vostra Germania, per promuovere la libertà ovunque, oltre il muro per un giorno di pace e giustizia, oltre voi stessi e noi stessi per  

tutta l’umanità.  

La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero. Quando tutti saranno liberi, allora immaginiamo — possiamo vedere quel giorno quando questa città come  

una sola e questo paese, come il grande continente europeo, sarà in un mondo in 

pace e pieno di speranza. 

Quando quel giorno finalmente arriverà, e arriverà, la gente di Berlino Ovest sarà orgogliosa del fatto di essere stata al fronte per quasi due decadi.  

Ogni — Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. 

E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire “Ich bin ein Berliner”.

Fin qui il suo coraggioso discorso, a 5 mesi dal esso, il 22 novembre 1963, John F. Kennedy fu assassinato a Dallas.

Esistono vari modi di tacitare le voci che parlano di vera libertà, di vera democrazia.

Forse qualcuno avrà anche detto allora: 

“che se l’era cercata!”.

Il muro di Berlino rimase in piedi e tenne “prigionieri” circa un milione e trecento mila berlinesi per 10.315 giorni, questo fino a 35 anni fa e a 34 anni dalla fine della guerra. 

Buona riflessione.

Roberto Kudlicka

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