L’incubo della società palestinese

Nel mese di Ottobre 2025, l’associazione Pcpsr (Palestinian Center for Policy and Survey Research), diretta da Khalil Shikaki, ha effettuato un sondaggio fra la popolazione palestinese, sia a Gaza che in Cisgiordania.

 Pcpsr , palestinese e non profit, è una organizzazione di ricerca e un Think Tank per indagare, in tempo reale, le problematiche dei Palestinesi in politica interna ed estera e rilevare gli orientamenti della opinione pubblica.

Khalil Shikaki, nato a Gaza nel 1953, è un professore in Scienze Politiche, con un PhD alla Columbia University di New York. 

Il sondaggio riflette le diverse condizioni dei due territori, Gaza e Cisgiordania.

La prima, Gaza, stremata dal biennio di guerra per le strade, costellata di morti e distruzioni e senza un qualche futuro, è amministrata da Hamas; la seconda, Cisgiordania, è relativamente più tranquilla essendo amministrata da Anp che non è in conflitto con Israele.  

Ebbene il 60% di Gaza è favorevole al piano di Donald Trump perché vede il Presidente Usa come l’unico capace di imporre il cessate il fuoco; il 40%,  invece, nutre sospetto e  preoccupazione per la scarsa fiducia che ripone nelle nelle iniziative internazionali. Tuttavia, sempre a Gaza, una consistente metà, il 55% di quel 60% favorevole al progetto di Trump, si dice contraria al disarmo di Hamas. L’organizzazione, infatti, è vista come l’ultimo baluardo ad una eventuale invasione di Israele.

Quella metà, si aggiunge al 40% degli sfavorevoli, portando i contrari al disarmo a circa il 70%

La Cisgiordania, viceversa, è favorevole al piano Trump per un 40% mentre la contrarietà al disarmo di Hamas sale all’80%.

Quindi, a favore del piano Trump c’è il 60% di Gaza e il 40% della Cisgiordania. Fare una media appare ridicolo ma ci avventuriamo lo stesso nel supporre che i Palestinesi sono divisi esattamente a metà in merito al Piano Trump. Ma la assoluta maggioranza è contraria al disarmo di Hamas.

In sostanza, si capisce che la resistenza di Hamas al proprio disarmo nasce e trova riscontro nella opinione della popolazione di Palestina: 70% a Gaza, 80% in Cisgiordania.

E’, però, il proseguo della intervista che è sintomatico. Circa il 50% dei due territori ritiene che l’iniziativa di Hamas del disgraziato quanto famoso 7 Ottobre sia stata corretta e giusta nonostante le drammatiche conseguenze vissute. Addirittura la maggioranza assoluta imputa a Israele la catastrofe umanitaria di questi due anni di guerra.  

Ma, ancora, il 40% dei due territori è irriducibile nella convinzione che Hamas uscirà vincitore dalla guerra.

Facciamo il punto. Tolta la stanchezza di Gaza per la guerra che sbilancia il favore al Piano Trump ma al quale assegnamo in media il 50%, i Palestinesi, a maggioranza, danno per giusto il massacro del 7 Ottobre, non vogliono il disarmo di Hamas, colpevolizzano Israele.

Sul piano interno, l’indagine riscontra che il 70% giudica ANP (Autorità Nazionale Palestinese) corrotta, inefficace e compromessa. Quindi esclude che  possa essere il prossimo governo della Palestina. L’attuale presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) riscuote un gradimento di appena il 13%, con  Khaled Meshaal, leader di Hamas, al 36% e Marwan Barghouti, il leader nelle carceri israeliane, al 49%.

Inoltre, a conferma, l’80% chiede le dimissioni immediate di Abu Mazen e considera l’ANP un “peso per il popolo”.

E, ancora, il partito Hamas è gradito al 60%; ANP appena al 20%.

La conclusione è che Hamas non solo non è morta ma è viva e vegeta.

La prima parte del sondaggio, con queste percentuali, rivela una situazione molto critica, tanto che la immediata considerazione è che non c’è distinzione fra Hamas e il Popolo palestinese. L’odio verso Israele è viscerale e incontenibile. Vale anche il viceversa, anche senza sondaggio. Ciò potrebbe dar conto del perché Israele sia convinto che la sua sicurezza e il suo futuro  dipendano esclusivamente dall’annientamento di Hamas e del perché voglia continuare la guerra fino alla soluzione finale, senza dare spazio e tempo ad Hamas che, forte dei sondaggi, fa forte resistenza al disarmo.

La seconda fase del sondaggio è ancora di più significativa.

E’ rifiutata per il 68% la proposta contenuta nel Piano Trump di introdurre uno schieramento di monitoraggio e controllo, composto da forze di Paesi Terzi e Paesi Arabi. E, infatti, i Paesi Arabi hanno già declinato l’invito di Trump perché si attendono una recrudescenza delle azioni terroristiche nei loro confronti.

Si torna in quasi parità solo con la proposta di affidare la gestione della Striscia a un comitato di tecnici, indipendenti da Hamas e dall’ANP, il 53% contro e il 45% a favore con il 2% di indecisi.  

Il 68% chiede un rinnovamento. Di questo 68%, il 65% chiede nuove elezioni legislative e presidenziali, per un governo di unità nazionale e di superamento della frammentazione politica; ma il  60% è pessimista e scettico che la richiesta venga ascoltata.

In verità, non si capisce bene in cosa dovrebbe consistere il rinnovamento. Infatti, il 53% dei palestinesi dichiara di essere contrario alla soluzione dei Due Stati.

Anzi, vuole tornare alla guerra il 49% della Cisgiordania e il 30% di Gaza.

Si ritorna al fatto che Gaza la guerra l’ha fatta, la Cisgiordania no.

Però, con la solita media del pollo, il 40% dei Palestinesi preferisce la guerra!

Non c’è dubbio che il sondaggio rivela uno scenario senza soluzione e, per molti versi, incoerente. Ad esempio, se il 65% chiede un nuovo governo, come mai il 53% è contro la formazione di uno Stato della Palestina internazionalmente riconosciuto?  Ancora, se il fatidico 7 Ottobre ha dato l’alibi ad Israele per entrare in una guerra disastrosa per la Palestina, come mai quel giorno è giusto e la reazione israeliana è scorretta? Ancora, se la Palestina è l’unica che subisce morti e distruzioni per la guerra come mai il 40% (sempre con la pratica inaffidabile della media) vuole continuare la guerra?

Si può concludere che il punto di vista dei Palestinesi è corretto perché denunciano preoccupazioni diffidenze timori; e’ anche corretto il punto di vista di Israele, per le stesse ragioni.

Ma appare ancora più corretto il Piano Trump che non è un Piano di Pace, non cita la formazione di due Stati, ma impone il cessate il fuoco con la forza, avendo riscosso il beneplacito dell’intero mondo.  La tregua consentirà la ricostruzione e il ritorno di una vita civile. Poi, si vedrà.

Parola d’ordine: monitorare, controllare, intervenire.

Antonio Vox

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo