Alla fine del secondo conflitto mondiale si è insinuato molto cautamente nelle menti di tutti un concetto dalla valenza planetaria (che già pre esisteva specie tra i popoli vincitori della guerra) che era antitetico alla autarchia dei nazionalismi e che introduceva quello che con il tempo si sarebbe trasformato in un vero e proprio Credo planetario e che considerava cosa buona il liberamente comperare un bene in quella parte del mondo dove fosse più a buon mercato. Sembrava un concetto semplice e vincente ma era rivoluzionario. Il prezzo concordato nella singola “piazza” era sostituito da quello del villaggio globale… niente più dazi e divieti; si introduceva il globalismo che ha permesso poi alla grande industria e grande distribuzione di lucrare profitti mai visti a tutto danno delle PMI di ogni angolo del globo.
Questo concetto non poteva non produrre la saldatura tra interesse del grande capitale industriale e finanziario con quello dei consumatori pubblici e privati… cioè tutti assieme a scapito dei nazionalismi. Comprare grano o riso, microchip o petrolio, da ogni angolo del pianeta è divenuto così il nuovo karma ovvio e incontestabile. Le sinistre ci hanno messo un po’ per capirlo ma all’inizio degli anni ottanta sono salite entusiasticamente sul carro dell’idea che sembrava vincente e convincente e hanno aperto le porte all’immigrazione e quindi hanno sepolto anche il comunismo sovietico; oggi trovano sconveniente che qualcuno in Russia o in un qualunque altro posto non sia succube di questo nuovo Vangelo.
Questa mentalità comporta che tutti sono uguali di fronte al mercato globale; cinesi e mussulmani, cristiani e africani sono tutti uguali come già asseriva il liberalesimo classico e la scienza positiva fino ad immaginare e realizzare financo una vaccinazione di massa di dimensione planetaria. Tutto oggi si piega a questo sacro principio: banche centrali e religioni, stati e unioni sovranazionali, leggi e usi e costumi, informazione e armi … tutto è e sembra dover essere planetario. Le culture locali si devono destrutturare e le religioni vengono viste e considerate superstizioni antiche frutto di antiche ed irrazionali credenze contadine.
In questo clima un sindaco mussulmano di New York, pur non molto importante, diviene un simbolo della sinistra mondialista. Ovviamente non lo è! Anzi è portatore convinto di una di quelle superstizioni che il razionalismo mondialista considera superate!!! ma pur di destrutturare il nazionalismo e le sue basi culturali ed identitarie la sinistra si coalizza con i mussulmani, anzi ne candida e ne vota uno, e sostiene questo che nei suoi retropensieri considera (come è) un fenomeno di breve durata e nessuna importanza se non da disprezzare e combattere. Non solo, anche certi aspetti della religione mussulmana come la condizione femminile, andranno edulcorati fino a demolirli proprio da parte della sinistra e cominciando nella grande mela.
Una confusione infinita che alimenta il caos intellettuale crescente.
Purtroppo per loro non è così come la pensano e l’incontro tra le religioni non produce una loro estinzione ma una rapida evoluzione e una maggiore coscienza di sé.
Purtroppo ci siamo accorti che il gigantismo industriale non è così efficiente come si vuol far credere e senza “rottamazioni”, “aiuti” agli investimenti, “zone economiche speciali”, defiscalizzazioni, paradisi fiscali, et similia (che in una parola potremmo definire “assistenze”) non reggono. Non solo! ancora peggio è da dire della grande finanza che senza il soccorso delle banche centrali sarebbe estinta da un pezzo. Ma anche le compagnie energetiche del petrolio e del sole sarebbero fuori gioco se non sfruttassero materie prime di tutti noi che estraggono senza pagarle…petrolio, sole, vento sono parti dell’ambiente e del paesaggio che saccheggiano come fossero di loro proprietà a tutto scapito del pianeta e del cittadino per realizzare profitti faraonici. Già, solo questa circostanza imporrebbe una immediata nazionalizzazione di questi mostri che si alimentano di risorse naturali certamente non di loro proprietà.
Inoltre il mondialismo vive di competizione; e la competizione produce esclusi. Esclusi che vanno ad intrupparsi nel mondo delle PMI; come autoimpiego, start up, nicchie, consulenze, gli esclusi delle grandi divengono portatori della filosofia piccolo industriale.
In questo contesto le PMI resistono eroicamente e contrattaccano non solo sul piano economico e finanziario ma anche politico. Maldestramente ma in tutto il mondo pur andando controvento in ogni competizione elettorale (tranne che nelle grandi metropoli collassate) vincono questi esponenti delle identità locali. Esattamente quello che accade negli Stati Uniti: da un lato il Presidente che è esponente delle identità economiche e culturali sostanzialmente nazionaliste (se si può usare questo termine); “America prima e resto del mondo dopo”, dall’altro le grandi città che dopo un Presidente di colore mettono sullo scranno più alto della città più rappresentativa -New York- un mussulmano. Così le sinistre cercano di incarnare le minoranze -come hanno rappresentato i lavoratori- per usarle a fini elettorali mentre le destre cercano una idea identitaria nelle strade e città in via di spopolamento che conservano orgogliosamente una propria cultura e identità pur offesa e depauperata dal mondialismo dominante.
Chi vincerà? e a che prezzo? è questa l’essenza ultima della guerra che stanno preparando?
