Perché l’università non serve più: l’Italia ha trasformato l’istruzione in una “Repubblica delle carte”

Ho 50 anni: un’età di mezzo, in cui non si è più giovani ma non ci si sente nemmeno vecchi. Eppure una cosa, in mezzo secolo di vita, l’ho capita: diventiamo davvero anziani quando iniziamo a criticare i giovani come facevano con noi i nostri padri. “Sono svogliati, maleducati, non hanno voglia di sacrificarsi…”: è il ritornello eterno della storia. Ma se i giovani sbagliano, la colpa è nostra. Perché siamo noi ad aver costruito il mondo in cui vivono, e soprattutto un sistema educativo sempre meno capace di prepararli alla realtà.

Il punto centrale è semplice: è il ramo che genera il frutto, non il contrario. E oggi il ramo — la scuola, l’università, la società adulta — è marcio. Se i laureati non trovano lavoro nemmeno quando sono plurilaureati, è legittimo chiedersi di chi sia la responsabilità. In Italia abbiamo un avvocato ogni 250 abitanti, contro una media europea di uno ogni 555. Eppure il 6% degli studenti continua a iscriversi a Scienze Politiche, mentre settori strategici come la cybersecurity — dove le aziende assumerebbero domani mattina — raccolgono appena il 3% degli iscritti.

È l’effetto di un sistema che, anche per la distorta retorica dell’UE, ci ha convinti che la laurea sia l’unico metro di valore sociale. Peccato che l’Italia sia tra gli ultimi Paesi europei per numero di laureati: 30% contro il 45% della media Ue. Una contraddizione che il sistema cerca di colmare pompando artificialmente i voti: dal 110 e lode raro degli anni ’90 siamo passati a una media attuale di 105/110, mentre un adulto su tre fatica a comprendere testi complessi. Laureati eccellenti sulla carta, fragili nella realtà.

Perché la nostra non è una Repubblica fondata sul lavoro, ma una Repubblica fondata sulle carte. Carte che alimentano cattedre inutili, clientele, filiere familiari e un’industria accademica che pretende sempre nuovi titoli. Oggi per diventare un semplice docente delle scuole superiori non basta più una laurea magistrale: servono due o tre lauree, certificazioni linguistiche, certificazioni informatiche, master e corsi abilitanti. Tutto a spese delle famiglie. Un sistema che somiglia sempre più a un “pizzo legalizzato”.

Lo schema è lo stesso anche fuori dalla scuola: master privati da 30 o 50 mila euro che “garantiscono” un’assunzione, enti pubblici che richiedono titoli su titoli, burocrazie che si autoalimentano. Intanto le imprese italiane cercano disperatamente lavoratori veri: mancano 200–260 mila operai edili, oltre il 70% degli idraulici ed elettricisti è introvabile, le aziende stimano una carenza di 25.000 autisti, e ogni anno nei campi mancano 100.000 lavoratori agricoli. Eppure i nostri giovani continuano a riempire i licei e fuggire dagli istituti tecnici, mentre il Paese reale implora competenze concrete.

La responsabilità non è solo del sistema, ma anche delle famiglie: genitori convinti di avere in casa la nuova Montessori o il nuovo Einstein, pronti ad attaccare i docenti, contestare diagnosi e ostacolare qualsiasi intervento. È la superbia il vero male del secolo, la radice dell’“idiocrazia” che stiamo costruendo.

La scuola dovrebbe formare persone mature, etiche, flessibili, capaci di adattarsi. Non tecnici addestrati a un micro-ruolo destinato a scadere con l’arrivo del prossimo software o del prossimo robot. La professionalità nasce da responsabilità e umiltà, due virtù oggi quasi estinte.

L’Italia è diventata una gigantesca macchina delle illusioni: diplomati e laureati perfetti sulla carta, ma spesso incapaci di affrontare il mondo reale. Per questo i giovani, pur avendo i titoli, non trovano lavoro. E per questo serve un cambio di rotta culturale gigantesco: abbandonare la religione dei titoli e tornare alla sostanza. Solo così potremo trasformare la nostra Repubblica delle carte in una Repubblica delle opportunità.

Lorenzo Valloreja

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