Il mercato della cenere

La fine dell’anno, con il suo strascico di bilanci morali e invocazioni alla pace, è l’ipocrita teatro in cui si celebra la resa dei conti apparente delle guerre. Ci si batte il petto per le vittime, si condannano gli aggressori, ma dietro le quinte del palcoscenico globale, la dura realtà è che, per un certo cinico e ristretto club di potenze, la guerra non è un fallimento, bensì uno strumento funzionale.

Se adottiamo la lente fredda e implacabile della geopolitica del potere, la logica del “tutto o niente” – pace totale o distruzione totale – si dissolve. Ciò che emerge è il concetto di conflitto controllato: un equilibrio precario in cui la violenza, mantenuta al di sotto di una soglia catastrofica, serve a obiettivi strategici che la pace non potrebbe mai garantire.

La Convenienza del Conflitto Sostenuto

Per chi conviene mantenere uno stato di guerra latente o circoscritto?

1. I Produttori di Sicurezza (e di Armi): Il complesso militare-industriale prospera solo in un clima di insicurezza. La guerra costante e i timori di escalation giustificano bilanci della difesa record, alimentando un ciclo economico che lega indissolubilmente il profitto alla distruzione. La pace è una minaccia per questo settore; il conflitto a bassa intensità, o la minaccia di esso, è il suo motore.

2. Gli Architetti dell’Ordine Geopolitico: Per le grandi potenze in competizione (USA, Cina, Russia, ecc.), la guerra in territori terzi è una procura di potere. Essa consente di:

* Indebolire il Rivali: Costringere un avversario (o un alleato) a drenare risorse economiche e militari per sostenere un conflitto lontano.

* Testare Nuove Armi e Tattiche: I conflitti reali diventano laboratori strategici insostituibili.

* Ridisegnare le Sfera d’Influenza: Ogni guerra conclusa o in stallo fissa nuove linee di confine, politiche o energetiche, spesso a vantaggio di chi ha fornito supporto (o armi) ai belligeranti.

3. I Fattori di Coesione Interna: Nulla unisce una nazione o un’alleanza come un nemico comune. La guerra, anche se combattuta da altri, fornisce alle leadership politiche una narrativa potente per radunare il consenso interno, reprimere il dissenso e giustificare misure eccezionali di spesa o controllo.

La Resa dei Conti: Un Trucco Contabile

La “resa dei conti” di fine anno non è dunque un tribunale etico, ma un esercizio di pubbliche relazioni. È il momento in cui i politici e i media esprimono il doveroso cordoglio per le vittime, permettendo al sistema di assolversi per aver perpetrato o prolungato il conflitto.

Se la pace venisse raggiunta troppo rapidamente, l’attenzione del mondo si sposterebbe immediatamente sulla ricostruzione e, cosa più cruciale, sulla responsabilità. Chi ha iniziato? Chi ha finanziato? Chi ha guadagnato? Mantenere il conflitto in uno stato di fibrillazione cronica evita di dover rispondere a queste domande scomode e, soprattutto, evita di dover affrontare il complesso, costoso e meno redditizio processo di pacificazione e stabilizzazione.

La pace autentica è radicale e destabilizzante per gli equilibri di potere esistenti. La guerra, con la sua prevedibilità nel caos, è spesso un male noto e gestibile.

Per questo, la vera, cinica verità che traspare alla fine dell’anno è che, finché l’equazione del costo-beneficio rimane positiva per chi detiene il potere, la guerra continuerà ad essere un’opzione strategica – l’equilibrio scomodo che definisce il nostro tempo. E la resa dei conti rimarrà un mero, seppur tragico, dettaglio contabile.

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