È una data che, in qualche modo, dà la sensazione, a tutti noi, di un nuovo inizio, quest’anno più che mai.
Da sempre rappresenta un passaggio dal vecchio al nuovo ma, qual è la storia di questa ricorrenza, chi ha inventato il Capodanno?
Da sempre tutte le società umane, quando il ciclo stagionale si ripete, celebrano l’inizio di un nuovo anno, una usanza, una consuetudine che diventa quasi ad un rito, una cerimonia, per una nuova origine del mondo, una speranza di rinascita della natura e degli uomini.
Nella antica Roma il dio che si celebrava in chiusura dell’anno era Saturno: i “Saturnalia” di dicembre erano il periodo dei contrari.
I padroni cucinavano per gli schiavi e servivano loro sontuosi banchetti e i ruoli di invertivano: servi con i padroni, le donne assumevano il ruolo degli uomini, i bambini al posto degli adulti.
‘Semel in anno licet insanire’
‘Una volta l’anno è lecito impazzire’.
Quasi un eccezione che conferma le regole, perché ogni cosa nei giorni seguenti potesse ritornare e andare avanti come prima.
Nell’Antica Roma il 1° Marzo era il giorno di Capodanno, Febbraio di conseguenza era l’ultimo mese dell’anno, Agosto era chiamato ancora Sextilis, sesto mese, e poi Settembre, Ottobre, Novembre, Dicembre, come settimo, ottavo, nono, decimo mesi che portano ancora oggi nel nome, l’indicazione numerica dell’antico calendario.
L’inizio corrispondeva all’inizio della primavera, con il solstizio, la rinascita e il rinnovamento della natura.
Marzo deriva da Marte, il dio della guerra ma, anche il difensore della terra dalle calamità naturali e soprannaturali.
Questa data si richiamava anche alla tradizione, come testimonia Terenzio, instaurata dal secondo re di Roma: Numa Pompilio, di iniziare l’anno proprio il 1° marzo, data nella quale veniva anche rinnovato il fuoco sacro nel Tempio di Vesta, consuetudine che si è protratta fino al II secolo a. C.
L’evento dello spostamento al primo gennaio ha diverse teorie contrastanti e numerosi dibattiti sulla base delle varie testimonianze giunte fino a noi.
Di sicuro c’è che nel 191 a.C. il Senato promulga la “lex Acilia de intercalatione”, legge proposta dal console Manio Acilio Glabrione, che regolava e autorizzava il collegio dei pontefici, guidato dal Pontefice Massimo Publio Licinio Crasso – anche all’epoca la più alta autorità religiosa – ad utilizzare le “intercalazioni calendariali”, l’aggiunta di giorni per allineare il calendario solare, al fine di evitare lo spostarsi delle stagioni nel calendario lunare pregiuliano.
Di questa legge, sebbene fosse connessa alla gestione del tempo pubblico, ci sono arrivati dettagli poco chiari.
La decisione dello spostamento, fu presa principalmente per ragioni pratiche e militari, per permettere ai consoli eletti di entrare in carica e gestire le operazioni belliche nelle regioni tumultuose dell’impero, ad esempio la Guerra romano-siriaca contro Antioco III.
A questo proposito fonti riportano che anche nel 153, per esigenze militari urgenti in Iberia, fu nominato ed entrò in carica il Console Quinto Fulvio Nobiliore, con tre mesi e mezzo in anticipo, rispetto alla consuetudine abituale romana di effettuare le nomine il 15 di marzo.
Questa consuetudine poi protratta negli anni seguenti potrebbe essere uno dei motivi dello spostamento del “calendario civile” al 1° gennaio, che ha portato alla nascita del moderno Capodanno.
Secondo questa tesi, questi eventi e necessità rendono poi inevitabile la scelta del primo gennaio, come primo giorno dell’anno a Giulio Cesare nella sua successiva importante riforma.
Difatti, una tesi molto seguita è quella che fa risalire il cambiamento al 1° gennaio, come seguito dell’introduzione, nella Roma precristiana, del “calendario giuliano”, promulgato proprio da Giulio Cesare nell’anno 46 a.C.
Il nuovo calendario giuliano era basato sul ciclo solare, cioè sul ciclo delle stagioni (dei solstizi) e sul movimento della Terra intorno al Sole; nonostante Giulio Cesare avesse introdotto anche il concetto dell’anno bisestile anche questo sistema risultava comunque impreciso, infatti dopo 128 anni il primo gennaio ricorreva sfasato: era indietro di un intero giorno.
La scelta del 1° gennaio, oltre che per i motivi civili sovraesposti, è stata fatta, anche per conservare la tradizione religiosa romana, in onore del dio Giano, da cui il nome del mese di Gennaio, a lui dedicato, trae origine.
Significativo il fatto che Giano, il “dio bifronte”, guarda indietro, ossia alla fine dell’anno trascorso, e contemporaneamente avanti, ossia all’inizio del nuovo anno.
Giano, appunto, come divinità era raffigurato con due volti diametralmente opposti, che guardavano al passato e al futuro, simboleggiando la transizione e il cambiamento.
Il primo giorno di ogni mese, in latino era chiamato ‘calendae’, da cui il nostro termine “calendario”.
Il 1° di gennaio il pontefice offriva a Giano farro con sale e una focaccia fatta con cacio grattugiato, farina, uova e olio per propiziare l’influenza benefica del dio sulla natura e sui futuri raccolti.
Quel giorno non era vacanza, anzi gli atti lavorativi assumevano anche un valore rituale, secondo le prescrizioni di Giano che, come riporta Ovidio, affermavano:
“Consacrai al lavoro l’anno che appena comincia perché non sia l’intero ciclo ozioso”.
I Romani in occasione della ricorrenza, invitavano gli amici a pranzo per scambiarsi un vaso di miele con datteri e fichi secchi: “Perché l’anno che inizia sia dolce”, riporta ancora il poeta.
I fichi, venivano detti ‘strenae’, da cui il nostro ‘strenna’, erano accompagnati da foglie d’alloro, come augurio di fortuna e di felicità.
Le foglie e i ramoscelli erano raccolti nel bosco sacro della dea ‘Strenia’ e ornavano anche le porte degli edifici più importanti, come il tempio di Vesta, le Curie, le case dei flamini maggiori (sacerdoti).
Riguardo ai festeggiamenti, nei territori delle ex province romane, già nel VII secolo i pagani delle Fiandre, seguaci dei druidi, avevano il costume di festeggiare il passaggio al nuovo anno.
Tale culto pagano venne deplorato da Sant’Eligio, che redarguì il popolo delle Fiandre dicendo loro:
«A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica»
Nel Medioevo, dopo il declino del Sacro Romano Impero, l’inizio dell’anno veniva festeggiato in date diverse che spesso variavano di città in città, nonostante molti paesi europei usassero il calendario giuliano, e queste usanze continuarono anche dopo con l’adozione del calendario gregoriano.
Qualche esempio della varietà delle date.
Dal XII secolo e fino al 1752 in Inghilterra e in Irlanda il capodanno si celebrava il 25 marzo, nel cosiddetto giorno dell’Incarnazione, data utilizzata a lungo anche a Pisa e in seguito a Firenze.
In Spagna, invece, fino all’inizio del Seicento il cambio dell’anno era il 25 dicembre, giorno della Natività.
In Francia, fino al 1564, il Capodanno veniva festeggiato nella domenica di Resurrezione secondo lo “stile della Pasqua”, ma con l’Editto di Roussillon del 9 agosto 1564, sotto Carlo IX re di Francia fu deciso di considerare il 1° gennaio come primo giorno ufficiale dell’anno, tuttavia, la riforma entrò in vigore in tutta la Francia solo nel 1567, influenzando però nel tempo anche altri paesi.
A Venezia fino alla caduta della Repubblica, avvenuta nel 1797, il Capodanno era invece il 1° marzo.
In Puglia, in Calabria in Sardegna e in Sicilia lo si festeggiava seguendo lo stile bizantino che lo indicava al 1° settembre (14 settembre del calendario gregoriano), tant’è vero che in sardo ‘settembre’ si traduce Caputanni (dal latino Caput anni).
Per rendere la data diffusa e uniforme, fu sicuramente d’aiuto l’introduzione nel 1582, da parte di Papa Gregorio XIII, del calendario “gregoriano” che fissava con precisione uno standard della durata dei giorni e per evitare gli sfasamenti con il ciclo solare.
Solo però nel 1691, papa Innocenzo XII, decise e ne ufficializzò l’adozione universale, almeno in tutta Europa, del calendario gregoriano, emendando così il calendario del suo predecessore.
Questo calendario, tuttora in uso, uniformò le date e fece sì che la data del 1° gennaio come inizio dell’anno divenisse comune, secondo lo “stile moderno” o “della Circoncisione”.
Anche le vicende storiche e i regimi politici hanno cercato di influenzare e modificare i calendari.
Ad esempio due grandi rivoluzioni della storia moderna, anche per enfatizzare il loro impatto, hanno istituito riforme del calendario e della misurazione del tempo.
In Francia, nel 1789, la rivoluzione, con la fine della monarchia e l’avvento della Repubblica, cercò di cancellare tutte le tradizioni dell’antico regime, compreso il calendario.
Venne quindi progettato un nuovo calendario basato sulle fasi dell’agricoltura, oltre che su basi razionali e astronomiche.
Si voleva cambiare davvero tutto: un minuto sarebbe stato composto da 100 secondi e un’ora da 100 minuti.
La settimana sarebbe durata 10 giorni e il mese 30 giorni.
Fu una riforma molto intrusiva, e anche per questo il “Calendario Repubblicano”, entrato in vigore nel 1793 con la Prima Repubblica durò poco, e Napoleone lo abolì già nel 1805 durante il ‘Primo Impero’.
Anche in seguito alla Rivoluzione Sovietica, in Russia si tentò un cambiamento di questo tipo: la settimana doveva passare da 7 a 5 giorni e la domenica sarebbe stata bandita.
Il nuovo calendario però incontrò lo sfavore del popolo e il progetto venne presto abbandonato.
In Italia, nel 1853 Camillo Benso, conte di Cavour, chiese al Papa di ridurre il numero di festività perché i giorni di riposo non rallentassero l’economia.
La richiesta fu accolta e tra le feste si decise di sacrificare il Capodanno ma, ben presto, ci si rese conto che questa era una festa a cui gli italiani non erano disposti a rinunciare, e che veniva celebrata ugualmente ogni anno.
Per regolamentare il fenomeno, il primo giorno dell’anno quale giorno festivo è stato disciplinato dalla legge n. 1968 del 23 giugno 1874 e il primo dell’anno venne nuovamente aggiunto all’elenco dei giorni festivi.
Anche durante il periodo fascista, in Italia Mussolini sancì l’obbligo di affiancare all’anno “gregoriano”, un nuovo numero in rappresentanza “dell’anno fascista”, e seguire una numerazione degli anni parallela a quella tradizionale.
La marcia su Roma doveva rappresentare il primo giorno del primo anno fascista: il 28 ottobre 1922 sarebbe quindi stato capodanno: il giorno 1 dell’anno 1 dell’Era Fascista”; anno I che quindi sarebbe stato il periodo tra il 28 ottobre 1922 e il 27 ottobre 1923, e gli altri a seguire.
Questa modalità, utilizzata nel Regno d’Italia durante tutto il ventennio fascista, proseguì anche nella Repubblica Sociale Italiana, e fu abbandonata con la caduta di quest’ultima il 25 aprile 1945.
In Italia il primo giorno dell’anno, quale giorno festivo, è stato nuovamente disciplinato con la legge n. 260 del 27 maggio 1949.
Il 1° gennaio, nei paesi cristiani è anche una festa religiosa di precetto.
Liturgicamente, secondo il “Calendario romano generale”, si celebra la Solennità della Madre di Dio.
La tradizione ebraica, e poi cristiana, di rito ambrosiano e messa tridentina, collegò invece il 1° gennaio alla Circoncisione di Gesù, celebrata otto giorni dopo la sua nascita del 25 dicembre.
La data del capodanno può, comunque, dipendere dalla cultura e religione.
In particolare, il giorno del capodanno cade il 1° gennaio oltre che nel calendario gregoriano (cioè giuliano riformato) anche nel calendario giapponese.
In tanti paesi che seguono il calendario gregoriano senza essere cristiani, il Capodanno è solo una festa civile.
In molti paesi, se il 1° gennaio cade di sabato o domenica, anche il lunedì successivo diventa festivo.
Israele è il solo paese che, pur usando il calendario gregoriano, non celebra il Capodanno come festa pubblica, infatti molti israeliti che vivono specialmente in Nord America o in Europa lo festeggiano privatamente.
Per le popolazioni che seguono il vecchio calendario giuliano, ad esempio alcune Chiese ortodosse e Chiese orientali cattoliche, a fini strettamente religiosi l’inizio dell’anno è celebrato il loro 1° gennaio, che corrisponde al nostro 14 gennaio gregoriano.
Intorno al mondo il famoso conto alla rovescia, di chi festeggia il 1° gennaio arriva, come seguiamo dai tg, cadenzato dalla differenza dei fusi orari.
Non tutti però si ritrovano a fare il conto alla rovescia la notte di San Silvestro, perché
mentre la maggior parte dei calendari solari (come il gregoriano e il giuliano) iniziano l’anno regolarmente in corrispondenza o in prossimità del solstizio d’inverno settentrionale, le culture che osservano un calendario lunisolare o lunare celebrano il loro capodanno (come il capodanno cinese e il capodanno islamico) in giorni diversi, meno fissi rispetto a quelli dell’anno solare.
È molto conosciuto per esempio il caso del Capodanno Cinese, o capodanno lunare, questo si festeggia in diversi paesi dell’estremo oriente, insieme a tanti altri popoli asiatici (tra cui Cina, Giappone, limitatamente a Okinawa, Corea, Mongolia, Nepal, Bhutan) in corrispondenza del novilunio che cade tra il 21 gennaio e il 20 febbraio.
Anche il Capodanno vietnamita, si festeggia in concomitanza con quello cinese; Losar, il Capodanno tibetano, cade invece tra gennaio e marzo.
In Turchia, Afghanistan, Iran, Tagikistan e tutti i paesi turco-iranici o turco-persiani, cioè Azerbaigian, Uzbekistan, Turkmenistan capodanno è il 21 marzo, cioè coincide con l’equinozio primaverile.
In Thailandia, Cambogia, Birmania e Bengala, il capodanno solare detto Songran è invece compreso tra il 13 aprile e il 15 dello stesso mese, in occasione del cambiamento di posizione del sole nell’anello dello zodiaco.
In Bangladesh e altre aree asiatiche si celebra il 14 aprile, (o secondo il calendario lunisolare bengalese).
Il Capodanno Inca ha luogo in occasione del solstizio d’inverno, il 21 giugno per l’emisfero meridionale.
Il Capodanno ebraico, il Rosh haShana, si celebra il 1° e 2° tishri, tra i mesi di settembre e ottobre.
L’anno nuovo Indù si festeggia due giorni prima di Diwali, il festival della Luce, cioè a metà novembre.
Il calendario islamico è basato sul sistema lunare e contempla 4 mesi sacri, inoltre il Capodanno non è una festività religiosa.
Il Capodanno islamico si festeggia il primo giorno del mese di Muharram e può corrispondere a qualsiasi periodo dell’anno gregoriano, in quanto l’anno lunare impiegato nel calendario islamico è circa 11 giorni più breve dell’anno solare del calendario gregoriano, cosicché una data islamica si “sposta” indietro, rispetto al calendario gregoriano, di circa un mese ogni tre anni.
Per esempio, nel corso dell’anno gregoriano 2008 sono caduti due diversi Capodanni islamici: quello dell’anno 1429 dell’Egira (corrispondente al 10 gennaio 2008) e quello dell’anno 1430 dell’Egira (corrispondente al 28 dicembre 2008).
Infine una curiosità, il capodanno massonico, coincide con il 1° giorno del 1° mese del calendario massonico, segue il mos antiquus e si celebra il 1° di marzo.
La mezzanotte, almeno nel mondo occidentale, è il momento culminante dei festeggiamenti per l’ultimo dell’anno e l’inizio del nuovo.
Una delle caratteristiche comuni in tutte le culture è lo scoppio di mortaretti e fuochi d’artificio, da noi i cosiddetti ‘botti’, questa tradizione parte dal credo che gli spiriti maligni non sopportano i rumori, per cui questi servono per scacciare i demoni e la mala sorte dalla vita familiare, con questi atto si compie l’espulsione rituale delle ombre, dei vampiri, dei morti pericolosi che fino alla grande festa potevano invadere la società dei viventi.
Questi botti sostituiscono il frastuono di strumenti rimbombanti, campane, campanacci, suonati un tempo per lo stesso scopo.
Anche nel capodanno cinese botti, mortaretti e fuochi d’artificio sono l’elemento fondamentale.
Perché le feste e i veglioni?
I balli e le danze sono presenti in tutte le società umane, in questo caso come riti che danno inizio a una nuova stagione, riportano la fertilità della terra e la fecondità degli umani.
La danza richiama anche il ballo ‘saltato’ eseguito dai sacerdoti Salii nell’antica Roma, in cui più alti erano i salti a suon di musica, più alto e robusto sarebbe cresciuto il grano nella bella stagione.
La stessa euforia dionisiaca dello spumante ci riporta alle feste propiziatrici della rigenerazione ciclica della natura, legata all’abbondanza di cibo divorato, ai vestiti speciali, agli incontri amorosi.
Nell’Italia meridionale è rimasta l’usanza dell’antica Roma e per capodanno si regalano fichi secchi avvolti in foglie d’alloro.
Il dono affonda le sue radici nelle più elementari regole sociali, è la modalità culturale per allacciare e mantenere relazioni costanti.
A Roma nel grande gioco sociale non venivano dimenticati i defunti, che dall’aldilà portavano regali ai bambini: ancora oggi in Sicilia sono i morti che portano i doni.
Molti i riti tradizionali scaramantici e propiziatori, sussistono ancora in Italia come, ad esempio, quello di origine contadina di indossare qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo e qualcosa di rosso: l’indumento vecchio simboleggia l’anno che se ne va, il nuovo l’inizio, il rosso la fecondità e la fertilità.
Ancora, si mangiano le lenticchie come auspicio di ricchezza, simbolicamente ogni lenticchia sarà una moneta d’oro!
O ancora la usanza che prevede il baciarsi sotto il vischio in segno di buon auspicio.
In Spagna c’è la tradizione di mangiare alla mezzanotte dodici chicchi d’uva, uno per ogni rintocco dei dodici scoccati alla mezzanotte.
In Russia, dopo il dodicesimo rintocco, si apre la porta per far entrare l’anno nuovo, mentre in tutti i paesi della ex Unione Sovietica è usanza scambiarsi e aprire i regali.
In Giappone, prima della mezzanotte, le famiglie si recano nei templi per bere sakè e ascoltare 108 rintocchi di campane che annunciano l’arrivo di un nuovo anno (si ritiene infatti che questo sia il numero dei peccati originali della fede buddista).
Comunque voi lo festeggiate, fate buoni propositi e progetti per l’anno nuovo, io di mio vi auguro un anno pieno di gioia, serenità e soprattutto pace!
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka
