Tra tutte le feste religiose, l’Epifania è senz’altro quella in cui è più evidente il divario tra la storia, l’alta cultura dei teologi e quella bassa del popolo.
Cerchiamo di ripercorrere le tappe di queste credenze, usi e tradizioni che hanno portato alla attuale festa dei bambini e dei credenti.
Partiamo dalla figura più antica alla dea germanica e alpina Berchta o Perchta o Berta, il cui nome significa “la splendente”,
era il corrispettivo femminile del dio celtico Cernunnos.
Perchta viene associata anche con la Dea germnica Holda e le Dee norrene Frigg e Hela.
La sua figura era appunto, molto simile a quella della dea Holda, venerata principalmente nella Germania del Nord ma, essa era conosciuta anche in area mediterranea.
Perchta e Holda, in area germanica, entrambe vegliavano sulla natura e sugli animali, erano guardiane e protettrici del bestiame, della casa e della vita domestica, infatti era anche chiamata ,”Signora delle bestie”.
Nella nostra area mediterranea possono essere accostate per analogia all’antico mito di Diana-Artemide protettrice della caccia e della natura, legata alla fertilità della terra, e si possono ritrovare anche accostamenti nella novella ‘Nastagio degli Onesti’ del Decamerone di Boccaccio e nel canto dantesco di Pier delle Vigne.
O si può arrivare ai giorni nostri con l’antico adagio ‘.. quando Berta filava…’ che ha legami con la leggenda di Perchta, che proteggeva le donne che nelle campagne che filavano la lana con il metodo del fuso.
La Festa di Perchta è una festa che veniva celebrata in prossimità del Solstizio d’Inverno, nella zona delle Alpi e in Germania.
Berchta e figure simili si manifestavano tradizionalmente nei dodici giorni tra Natale e l’Epifania, un periodo in cui si credeva che il confine tra il mondo degli spiriti e quello umano fosse più sottile, quando l’oscurità sembrava prevalere sulla luce e il confine col mondo degli spiriti si assottiglia.
Sembra che il suo culto fosse legato alla rigenerazione della natura e al ritorno della luce, infatti è proprio tra Natale e l’Epifania che la durata del giorno riprende a crescere.
Si narra che in questo periodo, nella profondità dei boschi, i cacciatori si potevano imbattere nel suo corteo, costituito da animali selvaggi, elfi e anime.
Come in molte feste del periodo del Solstizio d’Inverno, le case venivano decorate con rami di abete e piante sempreverdi, qui io vedo anche un accostamento ai nostri alberi decorati e alle nostre ghirlande appese, in onore di Hertha per darle il benvenuto in occasione della sua visita, che avveniva proprio in occasione della festa di Perchta.
Il fuoco del camino era acceso con rami di abete durante la cena della notte della festa solstiziale di Perchta, allora Hertha scendeva dal camino ed entrava in casa assieme al fumo e ispirava coloro che si dedicavano alla divinazione a predire il futuro per i partecipanti alla festa.
La festa di Perchta è chiamata anche ‘Berchtentag’ e corrisponde alla festa della Befana che si tiene il 6 gennaio.
In occasione della festa di Perchta venivano cotte al forno delle torte lievitate a forma di scarpe, chiamate le pantofole di Hertha, che venivano riempite di doni, e qui come non vedere le nostre calze appese al camino, per essere riempite di dolci e caramelle il giorno della Befana.
Perchta significa splendente: per questo a volte è rappresentata bellissima e bianca come la neve ma, non lasciamoci ingannare, perché alcune fonti descrivono Perchta anche come un’anziana curva e stanca più simile ad una strega che può diventare anche molto cattiva.
Proprio in questo duplice aspetto si può vedere riflessa tutta la dualità della natura invernale.
‘Frau Bershka’ in questa versione è la strega del folklore tedesco e potrebbe essere considerata una sorta di “Befana cattiva“, che ricorda anche la Babuška russa.
Secondo la leggenda, questa inquietante figura vagherebbe sulla terra, nei dodici giorni dopo Natale, punendo in modo atroce chi è stato cattivo o anche soltanto pigro.
Ma le leggende e i miti si intrecciano essendo stati trasferiti solo per memoria e quindi a questi posso aggiungere anche le “Frauen“, vale a dire quelle figure femminili che, secondo il folklore, vivrebbero nascoste tutto l’anno e vagherebbero sulla terra solo tra Natale e l’epifania, in quelle che in Germania vengono chiamate “Rauhnächte” e cioè “notti ruvide”.
Molti, ancora, la descrivono come una donna anziana, con lunghi capelli bianchi e scarmigliati e zampe di gallina al posto delle gambe, caratteristica, questa, che ricorda la Baba Yaga, la famosa strega del folklore russo, che vive in una casa che poggia, per l’appunto, su zampe di gallina.
Altre descrizioni la vogliono invece come una donna più giovane, con i capelli rossi e una corona di ramoscelli sulla testa, immagine emersa da miti celtici legati alla dea nordica Frigg, moglie di Odino. specificamente intenta a dar fuoco all’abitazione delle ragazze che non hanno lavorato a sufficienza al telaio o non si sono mostrate diligenti nelle faccende domestiche.
Comunque io preferisco la versione di Perchta o Berchta, che deriverebbe dall’alto-tedesco “peraht“, che significa “chiaro” o “splendente”, indicando quindi una figura genericamente denominabile come “la Splendente” e probabilmente legata alla protezione del mondo animale e della natura e che in alcuni versioni del mito, viene infine rappresentata come attorniata da bambini: si tratta degli ‘Heimchen’, bambini morti di malattia, che la versione benevola di Berchta accudirebbe per l’eternità.
La strategia per “corrompere” queste ‘streghe’ è identica a tutte le latitudini: lasciare latte e biscotti, un espediente che sembra funzionare, per rabbonirle e indurle a non volerci del male.
Stesso discorso dicasi per tutti i popoli, che per secoli, nella notte tra il 5 e il 6 Gennaio hanno continuato a celebrare riti di origine pagana, legati alle leggende di questi personaggi.
Ma veniamo a noi, la Befana è una figura tipica del folklore italiano diffusa nell’Italia centrale, soprattutto nel Lazio e in Toscana.
In molte altre regioni aveva (e ha) nomi tipo La Vecchia, la Vecia, La Stria (cioè La Strega).
Anche il suo aspetto dimesso è simbolico: è vestita di stracci rappresenta la povertà della Natura invernale, ma non solo anche della gente di campagna.
Le scarpe rotte, invece, rappresentano il lungo cammino del vecchio anno appena concluso.
Però è pur sempre una figura quasi da nonna e porta dei doni; un tempo frutti della terra che questa può offrire in inverno:
noci, nocciole, mandorle, mandarini poi diventati dolci e caramelle oggi snack e, tra i grandi, perfino gioielli.
Questa connessione fa parte delle origini pagane precristiane della figura, e la sua associazione alla immagine di strega è stata inizialmente condannata dalla Chiesa, che mirava a screditare gli antichi culti pagani.
Tanto che con l’avvento del cristianesimo, in alcune regioni europee, Perchta diventa Santa Lucia, perché è la Dea della luce, oltre che protettrice della casa e della vita domestica.
Con l’avvento del Cristianesimo, queste antiche credenze pagane non vengono completamente eliminate, ma vengono trasformate, c’è stata una transizione e sono successivamente assimilate nella tradizione cristiana dell’Epifania.
La Chiesa ha assimilato la figura della dea pagana in quella della Befana, nella vecchina che, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, porta doni ai bambini.
La “dea Berta”, quindi, rappresenta l’antico substrato mitologico da cui ha avuto origine la moderna e amata figura folcloristica italiana della Befana.
Il nome “Befana”, deriva da una corruzione fonetica della parola greca antica “epipháneia”, le cui radici sono composte da epi (sopra, da) e phàinein (apparire), epifania che significa “manifestazione”, “rivelazione” o “apparizione divina”, in seguito anche una storpiatura di quello latino antico epifania.
Il termine indicava l’apparizione gloriosa di una divinità ai mortali, un evento usato anche nell’antichità per celebrare l’ascesa al trono di un imperatore, e che nel cristianesimo indica la manifestazione di Gesù Cristo, come Dio, a tutte le genti del mondo, rappresentate dai Magi, il 6 gennaio.
Una visione particolare è quella, nel mondo letterario moderno, di James Joyce per il quale un’epifania è un istante in cui l’anima o l’identità di una cosa esplode verso l’osservatore, rivelando una verità più profonda nascosta sotto l’apparenza quotidiana.
Epifania nel cristianesimo occidentale, commemora principalmente la visita e l’adorazione dei Magi al Bambino Gesù, e quindi la manifestazione fisica di Gesù Cristo ai Gentili.
La vigilia della epifania, in molte Chiese occidentali, è celebrata come la dodicesima notte di Natale; è l’ultimo giorno del tempo di Natale ed è una delle più antiche festività cristiane (insieme a Pasqua e Pentecoste).
Santa Teofania nell’Oriente cristiano, invece, è una festa cristiana per commemorare sempre la manifestazione (teofania) di Gesù Cristo come Dio Figlio incarnato ma, che festeggia il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano, momento in cui Gesù adulto viene manifestato come Figlio di Dio da Giovanni il Battista, dalla voce del Padre e dalla colomba dello Spirito Santo e successivamente a tutti attraverso il miracolo delle nozze di Cana.
La data della festa è il 6 gennaio per le Chiese che seguono il calendario gregoriano e il 19 gennaio per quelle che adottano il calendario giuliano.
Ma, cosa può suggerire, a noi “adulti”, l’Epifania?
San Giovanni Crisostomo già nel 400 dC scrive:
“I magi non si misero in cammino perché avevano visto la stella ma, videro la stella perché si erano messi in cammino”
Non dobbiamo aspettare, non dobbiamo attendere se vogliamo conoscere, sperimentare, vivere dobbiamo metterci in marcia difficilmente ci arriverà qualcosa di nuovo, di diverso se restiamo fermi, passivi.
E ancora, come i Magi, dobbiamo sempre sempre guardare in alto, verso il cielo per avere un segnale da seguire, un sogno, un progetto da inseguire.
Fintanto che si resta ancorati a terra, non si potranno mai raggiungere mete e ambizioni diverse.
I Magi veri re, o solo ricchi saggi, lasciarono la loro Persia per inseguire la loro cultura, l’astronomia, le stelle, il creato,con il solo scopo di conoscere, con lo spirito di migliorare il loro pensiero.
Possedevano già agi e ori ma, cercavano verità e conoscenza, che diversamente non avrebbero trovato e avuto l’onore di toccare con mano.
Buona riflessione e auguri!
Roberto Kudlicka
