Riflettevo, sempre più spesso, mi accorgo di frenarmi, di non rispondere anche se mi verrebbe, anche se ci sarebbe.Questo avviene sia direttamente nel mondo reale, quando vivo situazioni nelle quali ci sarebbe da esprimere il mio pensiero, la mia opinione, che sui social quando mi capita, scorrendo, di leggere delle cose diciamo un po’ “particolari”…
Da piccolo, i miei genitori mi hanno insegnato a non rispondere, poi crescendo ho iniziato a dire la mia anche perché, nel frattempo, era cresciuta non solo l’età, ma anche l’esperienza e la cultura; da un po’ di tempo, al contrario, mi capita di non rispondere più, non è vigliaccheria, non è impotenza, non è rassegnazione: ma, è diventata una scelta consapevole.
Scelgo di non reagire impulsivamente, seguendo l’istinto, perché sempre più spesso ritengo, del tutto, inutile discutere, quasi una difesa personale, non fisica, ma attuata per tutelare e conservare le mie idee, opinioni e posizioni, oltre quel poco di pace interiore residua.
Questa modalità di comportamento, non certo naturale, è quello che si può chiamare: un meccanismo di difesa, è nata nel tempo dall’esperienza: dopo che numerose volte, soltanto per aver cercato di esporre le mie idee, senza discutere e giudicare, mi sono ritrovato ad essere definito quasi un deficiente perché non ero allineato al loro pensiero o opinione.Allora ho preferito prendere questa decisione ed ho adottato la strategia del silenzio.
Ho notato che la questione, non riguarda solo me, è diffusa è abbastanza generale.Capita, sempre più spesso, di sentire o leggere risposte che invece di essere:”ti sbagli perché …” sono del tipo:“ti sbagli perché non capisci niente .., tu non sei in grado di capire …, tu non sei a livello per capire..” non esiste più il dibattito, viene emesso immediatamente il giudizio irrevocabile e indiscutibile, seguito spesso dal disprezzo, che comunque arriva pur se non proferitodirettamente: “tu non sei all’altezza”.
Si è diffusa una svalorizzazione del dissenso o anche del solo dialogo, del confronto: chi non si allinea, non viene ritenuto “degno”, per cui non è neppure legittimato a parlare.
C’è una fetta di persone che ormai ha diviso il mondo in due: chi “capisce”, dove sta lui e gli amici suoi, e chi sarebbe troppo stupido per capire (tutti gli altri).
Spesso chi si trova nella posizione di chi, secondo lui, “capisce” è convinto di essere il solo a possedere: scibile, conoscenza, erudizione, sapere, la cosa diventa ancora più assurda quando l’individuo in questione non possiede alcun requisito culturale e di esperienza, nel merito specifico, tranne quello che gli deriva dall’apparenza ad un ambito, un’élite che si erge sempre più, come cavalieri dell’Apocalisse, che brandendo la loro lingua a mo’ di spada fiammeggiante, decidono chi è degno e chi no.
La sentenza è già scritta, c’è solo da apporre i dati anagrafici il giudizio sei: stupido, ottuso, deficiente o come ho sentito recentemente in un talk, che in realtà avrebbe dovuto essere di approfondimento: “analfabeta funzionale”.
A mio parere l’uso improprio che è stato fatto del termine, ha già dimostrato il falso livello di cultura proprio di chi lo ha pronunciato, non era infatti un analisi, era solo un insulto, una denigrazione.
L’UNESCO, a riguardo e fin dal 1984, ha definito l’analfabetismo funzionale come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità»
L’analfabeta funzionale è quindi una persona che sa leggere e scrivere, ma non riesce a usare efficacemente queste abilità per comprendere, valutare e utilizzare le informazioni necessarie nella vita quotidiana. Non si tratta di non sapere leggere, ma di non riuscire ad applicare la lettura e il calcolo in contesti pratici Sicuramente non era il caso della persona, così definita, che sicuramente riusciva a fare di conto e ragionare ma, il cui problema era solamente che aveva opinioni contrarie e opposte a quelle del suo interlocutore.
Ricordo che ai miei tempi, spesso a scuola, in tempi in cui non si era così attenti al linguaggio, alcune delle offese abbastanza abituali, tra noi ragazzi e studenti, era dare dell’ handicappato o del mongoloide; poi tutti siamo diventati più attenti, siamo cresciuti molto dal punto di vista letterale, diventando più eleganti e sofisticati ma, il significato, a mio parere, è assolutamente lo stesso.
Dare dell’analfabeta funzionale in un dibattito, in un discorso o sia pure in un post o in tweet significa una cosa sola: “la tua opinione non vale, perché la tua mente non funziona”.
Questo non è corretto, non sei né uno psichiatra o un analista, è solo una forma di censura di tipo diverso, non esplicita ma, che evidentemente questa forma di nuovo elitarismo progressista, ritiene applicabile sui “rivali”.
In realtà è una forma di esclusione sociale/intellettuale, è un grave atto che mina i principi di inclusione, di dialogo aperto e democrazia.
Tra l’altro estremizzando un concetto, ognuno di noi è analfabeta funzionale in qualche ambito: se ad esempio mi mettono ai comandi di navicella spaziale, alla console di una centrale elettrica, o ai comandi di un robot operatorio, io lo confesso mi dichiaro: analfabeta funzionale!
Oggi, invece, chiunque in grado di effettuare una ricerca sul prof. Google, adesso coadiuvato dalla onnipresente assistente AI spesso anche interpretata erroneamente, si sente in grado di poter partecipare ad un panel di apprendimento in un argomento o tema qualsiasi anche i più rari, sconosciuti, ostici e complessi.
Se poi, malauguratamente, si entra nel campo della politica le cose precipitano ulteriormente, perché se da una parte si magnifica, giustamente, il vivere in una democrazia, dall’altra si impedisce completamente il dibattito o la discussione: una certa “èlite” di persone ormai giunge al disprezzo sociale, allo scherno travestito da intelligenza.
Non importa chi tu sia, che possa avere competenze, conoscenza, che abbia know-how personale, aver acquisito esperienza pratica, cioè saper fare oltre che nel parlare, che poi nella realtà è la cosa che serve veramente; nulla il loro atteggiamento di superiorità, classismo verso chi non è d’accordo con loro resta.
Un tempo c’erano patrizi e plebei, feudatari e servi, nobili e volgo e adesso una parte pubblica sta creando la stessa situazione, interloquendo solo tra di loro, dandosi scambievolmente ragione, incensandosi e pavoneggiandosi, quasi sempre fuori da ogni realtà concreta.
Una élite illuminata che ritiene di essere autorizzata a parlare dall’alto, stabilisce che solo un gruppo ristretto di persone si possano arrogare il diritto alla conoscenza e alla verità, escludendo gli altri: chi non si allinea viene delegittimato a parlare, a discutere, a decidere.
Si è creata una sorta di nuova, quanto falsa, aristocrazia e superiorità morale, una gerarchia sociale che in realtà non esiste, o è solo nelle loro teste, che però serve a rimarcare una distanza, a delimitare, a circoscrivere e a contrassegnare un senso di appartenenza a un gruppo, solo in apparenza esteso.
Infatti messo alla prova concreta, alla conta è in realtà ristretto, esclusivo, privilegiato, questa illusoria sensazione di numerosità, a mio parere, è data dal fatto che è un luogo dove parlano tutti e sempre, tutti dicono la loro, volendosi anche prevaricare tra loro stessi, questo li fa sembrare molti di più di quanti invece osservano, interpretano, riflettono, non intervengono sempre e restano spesso in silenzio ma, solo perché schiacciati dalla arroganza e dalla veemenza di quelli che arringano e non certo perché sono decelebrati o celebrolesi.
Resta di fatto che anche politici e sindacalisti di professione, affermano pubblicamente che chi non è d’accordo con loro, chi non vota per la loro formazione politica, lista o partito è un idiota perché “non capisce”, perché alla faccia e in barba alla sbandierata democrazia, nella realtà, non si sta facendo politica o sindacato: si sta solo cercando potere. Diciamola tutta è un offesa, un oltraggio, un insulto rivolto ad un elettore cittadino “avente diritto”, tutti gli aventi diritto hanno pari diritto di espressione, e fondamentalmente la scelta di ognuno può essere discussa, criticata, definita inopportuna o sbagliata ma, nessuno può dire che tu non sei in grado di capire: poi questi stessi si chiedono il perché dell’astensione, il perché la gente si allontana dalla politica.
Questa forma di elitarismo della conoscenza o di esclusione sociale/intellettuale è un grave atto che mina i così vantati e declamati principi di inclusione, di dialogo aperto e democrazia.
In uno stato libero e democratico nessuno può decidere se tu sei dalla parte dei cattivi perché “non puoi capire”, chi utilizza questo atteggiamento e ritiene di possedere questo potere, ha come obiettivo solo il prendere il controllo!
Questa modalità è un fare diffuso anche tra giornalisti, opinionisti, scrittori ma, anche di fortunata gente dello spettacolo, che per assumere arie “impegnate”, indossano vesti da “intellettualoide” che si esaurisce nell’ostentazione di una cultura più apparente che reale, non c’è divulgazione o un dibattito costruttivo, è solo “fare la coda” esibire il loro presunto “intelletto”, utilizzare un linguaggio o argomentazioni, apparentemente sofisticati e aggreganti per mascherare un sottostante “vuoto cosmico”, proprio perché lontano dalla terra e dalla gente, ma che gli serve per creare fan, follower, seguito, audience.
Poi però evitano il confronto sul merito, si muovono su slogan, frasi fatte, precostruite a tavolino, dal loro gruppo di lavoro o entourage, liquidando le opinioni diverse dalle loro perché definite “ignoranti”.
L’apparente argomentazione “intelligente” è in realtà un modo per razionalizzare e giustificare pregiudizi preesistenti, perché pur argomentando di inclusione e parità, mostrano una mancanza completa di empatia, un atteggiamento sprezzante nei confronti delle persone comuni, o di chi ha un background culturale, anche più elevato del loro, ma semplicemente diverso.
Si potrebbe entrare anche nella sociologia e psicologia e parlare di veri e propri “bias cognitivi”.
Dove i bias cognitivi sono distorsioni sistematiche del pensiero, scorciatoie mentali, dolose o automatiche che portano a giudizi e decisioni errate, alterano la percezione della realtà, e che possono deviare dalla razionalità.
Queste distorsioni cognitive, diventano abitudini, automatismi che influenzano opinioni, comportamenti e processi decisionali, creando una realtà soggettiva basata su percezioni deformate, pregiudizi e stereotipi per cui possono portare a errori sistematici nella valutazione di fatti e situazioni, che deformano la realtà, perche non passano attraverso un vero e approfondito giudizio critico.
Questi atteggiamenti si utilizzano per compensare dati e competenze mancanti, per fornire sempre e comunque una spiegazione anche con informazioni parziali.
Tra i più noti i comportamenti di questi individui è cercare solo informazioni che confermano le proprie convinzioni o affidarsi eccessivamente alla prima informazione ricevuta, creare l’effetto panico nello spettatore dipingendo una situazione critica, catastrofica e di emergenza, creare un “effetto alone” che porta a giudicare una persona basandosi su una singola caratteristica positiva o negativa che sia.
Per cui dovremmo stare attenti a riconoscere i veri intellettuali, dai mercenari, che come rappresentanti di commercio e funzionari addetti alla vendita, novelli imbonitori di piazza tendono di propinare le loro storie e le congetture attraverso l’uso del linguaggio come forma di potere.
Di contro c’è un pubblico, delle persone che spesso per ricevere informazioni, fanno eccessivo affidamento ai social media, questo unito al sovraccarico informativo, all’enorme quantità di informazioni disponibili rende difficile, quando impossibile, la capacità di elaborarle in modo profondo. C’è una sempre maggiore suscettibilità e vulnerabilità alla disinformazione e alle fake news, occorre una alfabetizzazione mediatica, in modo almeno da poter essere in grado di valutare sempre le fonti e la qualità di queste informazioni online.
In molti anchorman e anchorwomen, a mio parere, si è diffuso il cosiddetto effetto Dunning-Kruger cioè da veri personaggi dello schermo, recitano e sovrastimano le proprie capacità, spetta a noi essere consapevoli dell’esistenza di questi meccanismi per mitigarne l’impatto e gli effetti di questo genere e tipo di comunicazione.Dobbiamo cercare di utilizzare la “metacognizione” cioè riflettere con la propria testa, i propri pensieri e la propria esperienza, fase un analisi critica e sottoporre a giudizio critico ciò che proviene dall’esterno senza cadere nelle proprie impressioni come delle prime sensazioni e nelle decisioni automatiche.
In giro ormai su ogni materia, su ogni tema ci sono intellò, intellos, intellectuels spesso privi di background e di know-how, che una volta a mal partito, discriminano, un trucco vecchio come il potere: se non sai rispondere nel merito, squalifichi la persona che hai di fronte o che ha idee diverse.
La mia scelta per tutti questi motivi, sempre più spesso, è il silenzio, che non è impotenza o accettazione passiva di una situazione difficile, non è rassegnazione, non è sentirsi sopraffatti, incapaci di agire o di esprimere un dissenso, ma è una scelta consapevole di non reagire impulsivamente come verrebbe naturale, un’arma di difesa interiore, per preservare la propria pace, specialmente in contesti di ingiustizia, conflitto o di verità artefatte.
Scelgo di tacere quando percepisco che le parole sarebbero inutili, travisate e quindi, rinuncio del tutto a proporre o a contestare, si tratta di una specie di disconnessione emotiva.
Un silenzio che non è debolezza ma, una scelta di forza, autodifesa e saggezza per non essere trascinati nel caos, favorisce la riflessione, l’ascolto di sé, l’elaborazione dei propri pensieri.
Non è una fuga, ma una scelta consapevole di non reagire impulsivamente, dominando la spinta, lo slancio di rispondere, per preservare ciò che è intatto dentro di sé, un minimo di serenità, di salute mentale e di pace interiore.
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka
