La scuola del silenzio

I fatti di cronaca avvenuti in Liguria e nel Lazio non sono solo episodi drammatici da archiviare come emergenze improvvise. Sono crepe profonde che si aprono nel luogo che, più di ogni altro, dovrebbe garantire sicurezza, ascolto e protezione: la scuola.

Quando la violenza nasce tra compagni di banco e arriva fino all’omicidio, non siamo di fronte a un raptus incomprensibile o a una tragica fatalità. Siamo davanti a una catena di omissioni, silenzi, sottovalutazioni. A un sistema che troppo spesso interviene solo dopo, mai prima.

La scuola viene raccontata come presidio educativo, come spazio neutro e sicuro, come seconda casa per studenti e studentesse. Ma la realtà che emerge dalla cronaca è diversa: aule in cui il disagio cresce indisturbato, corridoi dove il conflitto si incancrenisce, relazioni segnate da rivalità, gelosie, isolamento, rabbia. Tutto visibile, tutto spesso normalizzato. “Sono ragazzi”, “succede”, “passerà”. Poi non passa.

In Liguria, come nel Lazio, la violenza è esplosa all’interno o ai margini della vita scolastica, coinvolgendo giovani che si conoscevano, che condividevano gli stessi spazi, gli stessi ritmi, gli stessi banchi. Questo è l’elemento più inquietante: non si tratta di un pericolo esterno che irrompe nella scuola, ma di qualcosa che nasce dentro, alimentato giorno dopo giorno da dinamiche lasciate senza risposta.

La scuola non può essere solo il luogo della didattica e della valutazione. Non può limitarsi a registrare presenze e assenze, voti e ritardi. È, volente o nolente, uno spazio emotivo e relazionale potentissimo. Ignorarlo significa rinunciare alla sua funzione più importante: quella preventiva.

Prevenire non vuol dire militarizzare gli istituti o trasformarli in luoghi di controllo. Vuol dire investire davvero nell’ascolto, nella mediazione dei conflitti, nel supporto psicologico continuativo. Vuol dire dare agli insegnanti strumenti e tempo per intercettare il disagio, e non lasciarli soli di fronte a responsabilità enormi. Vuol dire smettere di considerare il benessere emotivo degli studenti come un lusso o un progetto accessorio.

Ogni volta che uno studente muore per mano di un altro studente, la domanda non dovrebbe essere soltanto “chi è il colpevole”, ma “dove eravamo tutti prima?”. Dov’erano le istituzioni, i servizi, la comunità educante? Quali segnali sono stati ignorati? Quali richieste di aiuto non sono state ascoltate?

La scuola dovrebbe insegnare a gestire il conflitto, non a farlo esplodere. Dovrebbe offrire parole dove oggi ci sono solo gesti estremi. Dovrebbe proteggere chi è fragile e anche chi, nella sua fragilità, può diventare pericoloso per sé e per gli altri.

I fatti di Liguria e Lazio ci dicono una cosa scomoda ma necessaria: non basta proclamare la scuola come luogo sicuro, bisogna renderla tale. Finché continueremo a intervenire solo dopo il sangue, continueremo a raccontare tragedie invece di prevenirle.

Se si muore tra i banchi, non è solo una storia di cronaca nera. È il segno che la scuola, così com’è, non ha protetto. E finché non lo ammetteremo, continuerà a non farlo.

 

SAVINO SARNO

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