Effetto Alone: si può giudicare dalla prima impressione?

“Quella persona mi piace!” .“Quella cosa mi piace!” .Quante volte abbiamo pronunciato o sentito una frase simile? 
Ci sono persone a cui bastano 10 secondi per capire tutto di una persona, di un avvenimento, di una qualsiasi cosa, o … almeno così affermano.Bisogna fidarsi della prima impressione? Cosa c’è dietro queste frasi, queste scelte, queste decisioni?Cosa si può nascondere?Ebbene, dietro a queste affermazioni potrebbe celarsi il cosiddetto “Effetto Alone”.
Quando incontriamo qualcuno o qualcosa di nuovo, spesso non abbiamo abbastanza tempo o sufficienti risorse cognitive per valutare ogni attributo in modo dettagliato, e pertanto, ci basiamo su sensazioni o anche su un singolo tratto o su una caratteristica saliente per trarre conclusioni generali. 
Tutti noi l’abbiamo subito e lo subiamo, anche quotidianamente ma, forse non abbiamo mai preso in considerazione e approfondito la parte scientifica e psicologica di questo processo.
Nel mondo della psicologia sociale, esistono molti fenomeni affascinanti, uno di questi meccanismi, che influenzano il nostro comportamento e le nostre decisioni, e può avere conseguenze significative nelle nostre interazioni quotidiane, è noto come “effetto alone”, dall’inglese “halo effect”. 
Effetto Alone: il potere affascinante e l’influenza di un fenomeno della psicologia sociale su tutti noi!
Nello specifico si riferisce alla tendenza di valutare una persona, un oggetto o un’idea in base ad un solo attributo positivo o negativo, generalizzando così l’intera percezione.
L’Effetto alone è una distorsione cognitiva che fa sì che l’impressione positiva o anche negativa di una singola caratteristica, di un singolo tratto di un individuo, oggetto o prodotto incida favorevolmente o sfavorevolmente sulla valutazione di altri tratti non collegati al primo, portando a generalizzazioni affrettate, e andando così a influenzare il giudizio finale.
Per definizione l’Effetto Alone è un “bias cognitivo” che porta le persone a giudicare positivamente/negativamente qualcuno sulla base di una singola caratteristica, generalizzando e ampliando il giudizio positivo/negativo alla globalità della persona, in questa valutazione una qualità non sarà indipendente ma verrà influenzata da un’altra, portando a un giudizio complessivo distorto. 
L’effetto alone agisce non solo sulle persone ma, anche sulle cose, dalle più piccole alle grandi, sugli oggetti, sui prodotti o sui brand, in tutti questi casi la percezione di una singola caratteristica (positiva o negativa) influenza in modo sproporzionato il giudizio complessivo su tutti i suoi altri tratti, e porta ad una generalizzazione e a una valutazione non oggettiva. 
Sarà giusto dare la definizione e chiarire il significato di “bias cognitivo”? 
Un “bias” è un’alterazione sistematica del nostro processo di giudizio, spesso il risultato di “euristiche”, ovvero metodi, strategie, scorciatoie mentali che il cervello utilizza per prendere decisioni rapidamente e con uno sforzo minimo. 
Sebbene queste “euristiche” siano utili in molte situazioni, spesso sono influenzare da preconcetti, pregiudizi, prevenzioni, costrutti mentali, che possono portare a distorsioni della realtà, come avviene nel caso dell’Effetto Alone.
Questo fenomeno si verifica perché il nostro cervello tende a semplificare il processo decisionale, utilizzando scorciatoie cognitive per elaborare le informazioni in modo più rapido ed efficiente. 
A coniare l’espressione è stato lo psicologo, ricercatore statunitense Edward Thorndike, negli anni ’20, che ha ripreso il concetto di “alone”, ossia l’aureola o contorno di luce che compare intorno a una sorgente di luce. 
Si tratta di una metafora visiva che sta a indicare come l’impressione positiva che si ha di qualcuno, un aurea, un aureola, relativamente a una certa area tenda a essere estesa o a condizionare l’opinione che si ha dello stesso individuo o oggetto relativamente ad altre aree non collegate. 
In particolare nella sua pubblicazione “A constant error in psychological ratings“, articolo pubblicato nel 1920, Thorndike ha riscontrato l’esistenza di una sorta di errore, spesso ricorrente, presente nelle valutazioni psicologiche effettuate da alcuni supervisori, gli odierni reclutatori o HR, su individui in differenti contesti. 
Thorndike stesso si lamentava del fatto che i valutatori fossero “incapaci di trattare un individuo come un insieme di qualità separate e di assegnare a ciascuna di esse una grandezza indipendentemente dalle altre, e anche dal contesto”.
Cioè ad esempio aveva notato che l’aspetto fisico e quindi la bellezza, rispetto alla personalità, alla intelligenza, alla leadership, alla competenza tecnica o l’affidabilità a livello lavorativo risultavano altamente correlate tra di loro. In linea con gli studi di Thorndike, nel 1946 lo psicologo Solomon Asch, ha verificato come le prime impressioni che abbiamo di una persona abbiano un maggior peso o una maggiore influenza sulla costituzione di un’impressione generale della stessa, rispetto anche a impressioni successive. 
Lo psicologo ha così teorizzato l’effetto alone, come il fenomeno che porta le persone a costruire un’impressione globale favorevole di un individuo sulla base di un singolo tratto rilevante positivo (o negativo), “illumina” tutta la percezione della persona, estendendosi ad altri aspetti. 
Essendo un bias cognitivo la nostra valutazione su un tratto di una persona dipende dal giudizio che abbiamo già dato a un altro tratto dello stesso individuo, cioè si ha un effetto memoria o in cascata.In sintesi funziona come una scorciatoia mentale: Il cervello, per risparmiare energia, crea un’impressione generale rapida basandosi su un tratto saliente, semplificando il processo decisionale.
L’effetto alone ha diversi punti in comune con “l’Effetto Pigmalione” o anche detto “Effetto Rosenthal”: la profezia che si autoavvera.
In questo secondo caso le aspettative positive (o negative) che una persona ha sugli altri influenzano il proprio comportamento nei loro confronti, e questo a sua volta influenza le prestazioni e il comportamento della persona aspettata. 
Addirittura le aspettative oltre a condizionare le interazioni, possono portare a loro volta l’individuo “target” a comportarsi proprio nel modo atteso.  La differenza sostanziale è che l’effetto alone riguarda il giudizio basato su una singola caratteristica, estendendola all’intera persona, invece l’effetto Pigmalione riguarda l’influenza delle aspettative altrui che, attraverso un cambiamento nel comportamento, portano all’autoavverarsi della profezia stessa. 
In sintesi, l’effetto alone è un errore di percezione che ci fa giudicare un’intera persona da una sua singola caratteristica, mentre l’effetto Pigmalione è un meccanismo relazionale dove le aspettative influenzano i risultati. 
L’effetto alone può essere influenzato, anche dalle caratteristiche dello status socio-economico di una persona: la ricchezza e la classe sociale portano con sé una generalizzazione automatica sulle altre caratteristiche della persona.
Come detto funziona anche in negativo cioè l’effetto “alone inverso”, per il quale individui, marche o oggetti per i quali viene percepito un singolo tratto negativo sono conseguentemente giudicati negativi sotto molti punti di vista, facendo sì che la percezione negativa di un singolo aspetto da parte un singolo individuo possa influenzare la percezione di tanti altri individui.
L’effetto alone ha un impatto significativo sulle dinamiche psicologiche, nelle nostre decisioni, influenzando le nostre percezioni e le nostre scelte.
Questo fenomeno può essere osservato in molti diversi contesti, tutti importanti e qualche volta decisivi nella nostra società, come ad esempio: nelle relazioni interpersonali, nel mondo del lavoro e dell’istruzione, nel marketing e nella pubblicità. 
Vediamo qualche esempio per semplificare ulteriormente il concetto.
Se una persona viene ritenuta bella, con un aspetto fisico attraente, si potrebbe tendere a giudicarla automaticamente come dotata di altre caratteristiche positive non collegate direttamente all’aspetto fisico, come la generosità o la bravura, potremmo essere portati a supporre che abbia altre qualità positive, ad esempio l’intelligenza, la simpatia o l’affidabilità.
L’effetto alone ci porta a pensare che un esperto in un certo settore, sia autorevole e credibile anche quando parla di ambiti che non gli appartengono, tutto questo può causare valutazioni distorte, farci cadere in giudizi stereotipati e anche causare discriminazione inconscia. 
Secondo altri studi successivi a quelli di Thorndike, sembrerebbe “incredibilmente” che persino in sede di giudizio le persone di bell’aspetto vengano valutate in maniera meno severa; e che in sede d’esame o di colloquio di lavoro, possano ottenere risultati più positivi rispetto a persone con pari capacità, ma meno avvenenti.
La conclusione, drammatica che già sospettavamo, è che una persona è considerata attraente, potrebbe ricevere maggiori opportunità lavorative o trattamenti preferenziali, rispetto ad altre persone valutate in maniera meno positiva.
Effetto Alone nel Recruiting, cioè in fase di selezione del personale durante un colloquio, i recruiter valutano una serie di candidati sulla base di parametri specifici per la posizione. Questi parametri non hanno nulla a che vedere, per esempio, con l’attrattività fisica. Tuttavia, è dimostrato che quest’ultima può inconsciamente influenzare i giudizi anche su caratteristiche legate alla competenza e la valutazione della performance.In altre parole, il bias può influenzare, e quindi, il candidato ricevere una valutazione più alta, anche se questa non rispecchia necessariamente la sua adeguatezza al ruolo.Stesso discorso può avvenire durante il processo di valutazione delle competenze e performance degli impiegati, che nelle aziende si svolge solitamente a cicli regolari, le ricerche riportano che in realtà il fenomeno potrebbe portare a disparità nelle opportunità di crescita o avanzamento professionale.Sempre nell’ambito lavorativo, ad esempio, immaginiamo di avere un collega che è sempre ben vestito, molto carismatico e spesso riceve elogi per le sue abilità comunicative. A causa dell’halo effect, potremmo tendere a pensare che questa persona sia anche altamente competente nelle sue mansioni, anche se non abbiamo evidenze concrete in merito. Il suo aspetto e le sue qualità sociali positive creano un alone positivo che influenza la nostra percezione generale.
Gli stessi effetti impattano nell’ambito dell’istruzione: ad esempio un professore universitario, molto affascinante o carismatico potrebbe ricevere valutazioni positive dagli studenti, anche se il suo metodo di insegnamento o la sua competenza nella materia non sono eccezionali, per cui l’effetto alone dell’aspetto fisico e del carisma può influenzare la percezione degli studenti sulla qualità dell’insegnamento.Frequente il caso, sempre nell’ambito dell’istruzione, di studenti di origine socio-economica avvantaggiata che tendono ad essere considerati più intelligenti rispetto a studenti provenienti da classi sociali meno elevate. Di conseguenza, tali aspettative influenzeranno il loro rapporto con gli insegnanti e quindi le loro reali prestazioni scolastiche (in definitiva, ciò che abbiamo detto in precedenza: l’effetto Pigmalione una profezia che si autoavvera).
Effetto alone nelle relazioni personali: Immaginiamo di incontrare al primo appuntamento una persona che è estremamente affascinante, ha un bell’aspetto e si dimostra molto interessante durante la conversazione. A causa dell’halo effect, potremmo essere portati a credere che questa persona abbia anche altre qualità positive, come l’intelligenza o la gentilezza, anche se potremmo non avere abbastanza informazioni per fare una valutazione accurata.
Lo stesso vale per qualsiasi cosa o oggetto, classico l’esempio di una marca associata a uno spot pubblicitario o a una testimonianza positiva, potremmo essere portati a credere che i prodotti proposti siano di alta qualità. Ugualmente se un prodotto ha un packaging accattivante, potremmo essere portati a credere che il contenuto, sia di qualità elevata, ancor prima di averlo testato.
Ad esempio, si tende a giudicare una persona bella come anche intelligente e affidabile, o un prodotto con un bel packaging come intrinsecamente di alta qualità, anche senza prove concrete. O ancora, quando una persona, per il semplice fatto di essere molto nota, ci infonde fiducia nel prodotto che sta sponsorizzando (pensiamo ai testimonial famosi nelle diverse pubblicità che vediamo ogni giorno). 
Il primo passo per la prevenzione resta quella della conoscenza, prendere atto dell’esistenza di questi bias ed essere consapevoli anche delle eventuali conseguenze, la presa di coscienza ci consente di essere più attenti, più accorti e critici nel nostro processo di valutazione.
L’effetto alone può portare a giudizi distorti e stereotipati, creando pregiudizi e discriminazione, occorre cercare di prevenire e di evitare gli effetti negativi o controproducenti.
Invece di fare valutazioni affrettate, dobbiamo prenderci del tempo per considerare più informazioni e analizzare le caratteristiche in modo più completo, evitando di basare le nostre conclusioni su un solo aspetto.
Valutare ogni situazione: persone e oggetti in base a fatti specifici, attraverso la migliore conoscenza, che deve essere quanto più completa, una valutazione parziale o superficiale può portare a generalizzazioni errate.La conoscenza deve essere quanto più attuale cioè, basata su dati recenti, piuttosto che su ricordi passati, che potrebbero essere meno affidabili e portare a distorsioni cognitive.La conoscenza deve cercare di andare oltre le apparenze e le prime impressioni generali, per ridurre le distorsioni nei giudizi, resta anche fondamentale concentrarsi su ogni singola caratteristica in modo indipendente dalle altre. 
In conclusione:- l’effetto alone è un fenomeno psicologico che influisce sul nostro comportamento e sulle nostre decisioni,- la nostra tendenza a valutare le persone e le cose in base a un solo attributo può portare a giudizi distorsivi e stereotipati. 
Tutti noi, possiamo anzi dovremmo:- lavorare per superare i nostri pregiudizi e le nostre aspettative automatiche;- essere disposti a considerare punti di vista diversi, soprattutto se contrastanti coi nostri;- dobbiamo essere consapevoli delle strategie messe in atto, anche dolosamente, da persone, marketing e pubblicità che sfruttano l’effetto alone per influenzare le nostre scelte.
Spesso le mie considerazioni portano allo stesse conclusioni serve conoscenza di sé e consapevolezza, solo così potremo prendere decisioni informate e giuste, basate su una valutazione il più possibile oggettiva e imparziale.

Buona riflessione.
Roberto Kudlicka 

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