EROI PER CASO, SOLDATI PER ERRORE. LA GUERRA RACCONTATA MALE

Finché la Repubblica italiana non si libererà della “Sindrome di Bellini”, non andremo da nessuna parte; anzi, francamente, continueremo solo a coprirci di ridicolo all’estero a causa delle nostre logiche bizzarre.

Ma qui mi rendo conto che occorre uno spiegone per i più giovani, che magari neppure sanno chi sia Giovanni Bellini.

Correva l’anno 1991, prima Guerra del Golfo, e il maggiore Giovanni Bellini (pilota), unitamente al capitano Maurizio Cocciolone (navigatore), partecipò con il proprio cacciabombardiere Panavia Tornado a un’operazione interforze che vedeva coinvolti altri sei Tornado italiani e trentuno velivoli della coalizione internazionale, con l’obiettivo di colpire installazioni dell’Iraq di Saddam Hussein.

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio dello stesso anno, il caccia di Bellini e Cocciolone fu l’unico a riuscire a rifornirsi in volo e quindi a raggiungere il target, colpendolo. Durante il viaggio di ritorno, l’aereo venne abbattuto dalla contraerea irachena e i due ufficiali italiani furono fatti prigionieri per circa 47 giorni.

Ora, a seguito di questa azione, Bellini divenne un eroe: fu decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare per il coraggio dimostrato e, nel tempo, raggiunse addirittura il grado di generale di brigata aerea, oltre a essere nominato console onorario d’Italia negli Stati Uniti.

Trattamento che invece non fu riservato al povero Cocciolone, reo soltanto di essere navigatore e non pilota, il quale si congedò anni dopo con il grado di colonnello.

La cosa più esilarante — si fa per dire — è che, in tutta l’operazione, vi furono all’incirca 60 mila bombardamenti andati a target da parte della coalizione internazionale, e di questi solo una quarantina furono effettuati dall’Italia.

Se consideriamo poi il numero degli aerei dei nostri alleati abbattuti dagli iracheni, il quadro diventa ancora più istruttivo: sui circa 1.900 velivoli schierati dagli Stati Uniti, gli americani ne persero solo tre, pari allo 0,16%; i britannici, sui 110 aerei impiegati, avendone perso uno, salirono allo 0,9%; il cucchiaio di legno spetta invece al nostro Paese che, pur avendo perso anch’esso un solo velivolo, si vide abbattere un ottavo della flotta impiegata, avendone schierati appena otto.

Dunque Bellini e Cocciolone fecero perdere all’Aeronautica Militare italiana il 12,5% degli aerei utilizzati per l’Operazione Desert Storm e, nonostante ciò, anziché essere degradato, il pilota italiano venne celebrato quasi alla stregua di D’Annunzio — manco avesse compiuto il volo su Vienna.

Ora, lungi da me fare critiche antinazionali — giacché credo non esista un editorialista più nazionalista e sovranista del sottoscritto — riconoscere il problema è senz’altro il primo passo per risolverlo.

Sì, perché questa visione tutta italiana di considerare eroi coloro che subiscono non ha eguali al mondo. Gli americani considerano eroi coloro che combattono, gli israeliani coloro che resistono; noi, invece, coloro che subiscono o muoiono per conto dello Stato: tanto basta per meritare questo alto appellativo. In altri termini, l’eroismo italiano è spesso più narrativo che operativo… e questo è francamente un male, perché poi ci fa sbattere contro il muro della realtà.

Lo abbiamo visto, ad esempio, il 12 novembre 2003, a Nassiriya, quando un commando terrorista attaccò con un’autobomba la base italiana dei Carabinieri “Maestrale” (Missione Antica Babilonia), causando la distruzione totale della stessa e la morte di 19 italiani (12 Carabinieri, 5 militari dell’Esercito e 2 civili), oltre a 9 iracheni.

In quel caso gli italiani non stavano compiendo un’azione di combattimento, né tantomeno erano impegnati in uno scontro armato; al contrario morirono inermi, o meglio non in assetto offensivo, mentre svolgevano compiti di presidio e cooperazione. Dunque rispettabili e onorabili, sì, come ogni altro individuo che muore — alla pari dei lavoratori che perdono la vita ogni anno nei cantieri e nelle fabbriche — ma, asetticamente e cinicamente, non avrebbero dovuto avere nulla di più.

Eppure furono considerati dallo Stato italiano e dall’opinione pubblica degli eroi, perché si trattò del più grave attentato contro le Forze Armate italiane dalla Seconda guerra mondiale e lo Stato aveva bisogno di dare senso a quelle morti. Così le salme delle vittime furono traslate solennemente all’Altare della Patria, accolte con funerali di Stato e accompagnate da una narrazione pubblica di eroismo nazionale.

Tutto il contrario di ciò che era accaduto dieci anni prima, il 2 luglio 1993, a Mogadiscio, quando nei pressi del Checkpoint “Pasta” avvenne uno scontro a fuoco tra i reparti italiani intervenuti per un rastrellamento — in primis la Folgore — e le milizie del generale somalo Mohamed Farrah Aidid.

In quello scontro perirono due caporali del 187º Reggimento Paracadutisti Folgore (militari di leva) e un sergente maggiore degli incursori del Col Moschin (professionista), mentre i feriti furono ben 22, di cui uno gravissimo: il sottotenente Gianfranco Paglia, anch’egli paracadutista del 187º Reggimento, poi insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare, poiché rimase paralizzato dalla cintola in giù mentre cercava di salvare i propri uomini dal fuoco nemico.

E tutto questo accadde perché, mentre i paracadutisti erano impegnati nello scontro a fuoco con armi leggere, il carro armato M60 PATTON presente sul posto, insieme all’elicottero Mangusta che garantiva la copertura aerea, non poté aprire il fuoco finché non giunse l’ordine dal Parlamento italiano.

E nonostante questo tributo di sangue e carne, quelle 25 persone non furono considerate eroi né ricevettero gli onori tributati a Nassiriya.

Perché?

Perché la Folgore, all’epoca — che si rifiutò per tutta la durata della Missione Ibis di indossare il basco blu anziché quello amaranto del proprio corpo e che era composta per circa il 90% da militari di leva volontari ideologicamente convinti, un vero esercito di popolo — era in odore di fascismo.

Dunque, benché avesse lasciato uomini sul campo in una vera azione militare, fu di fatto dimenticata, perché il sistema italiano aveva — e ha tuttora — bisogno di un esercito della salvezza, non di un vero esercito.

Al piombo del moschetto, in altri termini, si è preferito — e si continua a preferire — chi porta solo il pane, ricchi premi e cotillon.

Ma, in questo contesto geopolitico, ciò non può più funzionare.

E veniamo alle dolenti note del 25 gennaio 2026, quando due carabinieri italiani in servizio presso il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme stavano viaggiando, in abiti civili, a bordo di un veicolo con targa diplomatica e passaporti diplomatici, verso la Cisgiordania, nei pressi di Ramallah, per effettuare un sopralluogo in preparazione di una missione degli ambasciatori dell’Unione Europea.

A un certo punto furono fermati da un uomo armato — inizialmente descritto come un colono israeliano, poi appurato essere un militare della riserva dell’IDF — il quale, insospettito dall’auto, puntò l’arma contro i militari italiani, imponendo loro di inginocchiarsi con le mani dietro la nuca per procedere all’identificazione.

Una volta identificati e appurato che erano italiani, furono rimandati liberi, con il loro mezzo, verso il luogo di provenienza, con l’ammonimento di non tornare più in loco, in quanto ritenuto zona militare.

Ora, appena giunta la notizia in Italia, il Governo si è affrettato a stigmatizzare il comportamento dell’IDF, anche perché si è accertato che quella non era una zona militare; al contempo è stato sottolineato il comportamento professionale dei due militari, che, assecondando il riservista israeliano, hanno evitato un incidente diplomatico.

Sono persino convinto che, per questo, i due carabinieri riceveranno una promozione.

Ma, francamente, a voi sembra normale questa condotta e questa narrativa? A me no.

Anche perché voglio ricordare a voi tutti, cari lettori, che i Carabinieri italiani dovranno addestrare le forze di polizia di Gaza e, in tutta sincerità, se voi foste un gazawi, vi fareste mai addestrare da un italiano dopo questa colossale figura di impotenza di fatto? Io penso proprio di no.

Perché possiamo raccontarci tutte le belle favolette che vogliamo e indorarci la pillola quanto ci pare, ma è bene ricordare che questa è la seconda volta, in quell’area, che siamo costretti a fare la figura dei tontoloni.

La prima — che anticipa il 25 gennaio 2026 — si verificò il 9 e 10 ottobre 2024, a nord di Ramallah e lungo la Blue Line, quando alcune basi di UNIFIL furono bombardate dall’IDF, colpendo strumenti e infrastrutture delle basi italiane, comprese telecamere e bunker.

In quel contesto l’attacco fu condannato dal governo italiano e definito dal ministro della Difesa Crosetto “inaccettabile” e potenzialmente un crimine di guerra, tanto da convocare l’ambasciatore israeliano e ribadire che Italia e ONU non “prendono ordini” da Israele. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, fu lo stesso Ministero a invitare il contingente UNIFIL a ripararsi nei bunker dell’area di responsabilità e a valutare — benché la missione fosse ritenuta importante — l’ipotesi di evacuare, se necessario, il contingente italiano in Libano per garantire la sicurezza dei nostri militari.

Dunque, se queste sono le premesse, di cosa stiamo parlando?

E poi ci lamentiamo se il presidente Trump afferma che i soldati dei Paesi alleati della NATO in Afghanistan “si sono tenuti un po’ indietro”, “lontano dal fronte”, anziché essere pienamente impegnati al fianco delle forze statunitensi durante la guerra iniziata dopo l’11 settembre 2001.

Ma è tremendamente vero.

È inutile che la Meloni definisca quelle parole “inaccettabili”, ricordando il contributo e le perdite italiane nella missione: 53 morti e oltre 700 feriti, se poi si omette che, di quei 53:

·         9 morirono in incidenti con veicoli;

·         2 per infarto;

·         1 per scarica accidentale d’arma;

·         4 per malattia;

·         1 in un incidente aereo;

·         1 per suicidio;

·         22 per IED o attentati.

Dunque, dei 53 militari italiani caduti in Afghanistan, secondo una ricostruzione basata sui singoli eventi noti, solo una minoranza — 13 militari — perse la vita in veri scontri a fuoco. La maggior parte morì in attentati con ordigni esplosivi improvvisati: eventi tragici, ma operativamente assimilabili a Nassiriya, ossia morti subite, non combattute.

Di contro, i militari statunitensi morti in Afghanistan furono circa 2.400, vale a dire oltre 45 volte i caduti italiani citati dalla nostra premier.

Lo so: è contabilità macabra, schifosa. Ma in guerra i numeri, alla fine, contano più che nelle elezioni politiche. E se un’obiezione la Meloni doveva sollevare a Trump, doveva essere quella: se gli italiani sono stati un passo indietro finora non è stato certo per demerito nostro, quanto piuttosto per volontà statunitense, che hanno architettato la NATO in maniera squilibrata, cioè affinché l’unico esercito veramente autosufficiente a sé stesso fossero solo gli Stati Uniti.

È anche per questo che nel 1991, in Iraq, inviammo solo otto Tornado: di più non potevamo. Ed è anche per questo che un Paese come il nostro, che ha quasi 8.000 km di coste, possiede solo otto sottomarini: una cifra che definire ridicola è dire poco.

Questo è un male vecchio come il cucco, e ce lo portiamo dietro fin dai tempi della Repubblica Cisalpina, quando quello Stato satellite di Napoleone forniva truppe esclusivamente per il rincalzo e le retrovie francesi. Oggi, fatte le debite proporzioni, siamo punto e a capo.

Perciò, cara Presidente del Consiglio, dica pure a Trump che siamo disposti a fare la nostra parte a viso aperto, ma a condizione che gli americani se ne tornino a casa loro.

Perché se noi dobbiamo fare la nostra parte per la difesa della democrazia in questo quadrante del mondo, lo vogliamo fare: certo, in armonia con le altre Nazioni, ma liberi di muoverci a casa nostra.

Il guaio, però, è che finché un Paese come il nostro farà passare i guai a un poliziotto che, poverino, di notte, al buio, nel bosco di Rogoleto, fredda uno spacciatore pregiudicato perché non si era reso conto che questi aveva una pistola giocattolo, non saremo mai credibili… perché gli altri fanno sul serio, mentre noi giochiamo a fare le crocerossine del diritto.

E no: è proprio vero che, a questo punto, le chiacchiere stanno a zero!

Lorenzo Valloreja


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