Più di un mese fa, esattamente il 18 dicembre 2025, con il mio pezzo intitolato
«IL PREZZO DELLA CORONA DEI SIGNORINI: SESSO, POTERE E RICATTI. IL SOTTOBOSCO MEDIATICO RACCONTATO DA FABRIZIO CORONA», fui il primo e unico a offrire una chiave di lettura politica là dove tutti si soffermavano esclusivamente sugli aspetti più pecorecci della vicenda.
La mia chiave di lettura era — ed è tuttora — quella di una faida tutta interna al centrodestra: una tiritera che parte dal lontano 12 giugno 2023, quando il presidente Silvio Berlusconi venne a mancare e, a partire da quell’estate, si iniziò a parlare incessantemente di una possibile discesa in campo della figlia del Cavaliere.
Il 15 settembre dello stesso anno, Marina Berlusconi, a margine dell’assemblea di Confindustria a Roma, dichiarò di apprezzare molto le misure del governo, ma non la tassa sugli extraprofitti delle banche, definendola demagogica e sollevando forti perplessità.
Esattamente un mese dopo, il 18 ottobre 2023, in prima serata, Striscia la Notizia — trasmissione ammiraglia del gruppo Mediaset — mostrò al grande pubblico un fuorionda di Andrea Giambruno che, negli studi di Diario del giorno su Rete4, teneva battute e atteggiamenti volgari, sessisti o comunque inopportuni nei confronti di una collega. Il giorno successivo, il 19 ottobre, Ricci — non pago — trasmise ulteriori audio e video a corredo della vicenda.
A quel punto Giorgia Meloni, per smarcarsi da questa faccenda pruriginosa, pubblicò sui social, il 20 ottobre 2023, un post in cui annunciava la fine della relazione: un messaggio che venne immediatamente rilanciato da tutti i principali media nazionali.
Finì tutto lì?
No, di certo.
E se il caso Corona non fosse che il primo segnale di un regolamento di conti più ampio, destinato a travolgere non solo i protagonisti di oggi, ma le architetture stesse del potere mediatico italiano?
Il 4 dicembre dell’anno scorso HuffPost pubblicò un articolo nel quale si leggeva testualmente: «La capa di Fininvest e di Mondadori vuole per sé, e soltanto per sé, il controllo di Forza Italia. Marina ha deciso che non tocca al fratello minore, Pier Silvio, stabilire le sorti del partito fondato dall’amato papà e finanziato dalla famiglia. Girandola di incontri nella sua casa milanese: la Cavaliera vuole rilanciare il progetto liberale schiacciato da una destra a suo giudizio troppo statalista, populista, sovranista. Con buona pace di Pier Silvio».
Il 12 dicembre 2025 fu poi la volta de Il Giornale, quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi, che scrisse: «Il retroscena circola da settimane, ma dopo la cena natalizia di Mediaset a Cologno Monzese è diventato più di un sussurro: Pier Silvio Berlusconi avrebbe già fissato la deadline per il cambio di leadership in Forza Italia. La data, stando a fonti interne al partito e ai vertici Fininvest, sarebbe il 17 ottobre 2026, pochi mesi prima delle elezioni politiche previste tra marzo e aprile 2027. Il piano? Mandare in pensione politica Antonio Tajani e preparare la discesa in campo della sorella Marina Berlusconi come candidata premier del fronte liberal-moderato. Uno scenario che fino a un anno fa sembrava fantapolitica, ma che oggi, alla luce delle parole di Pier Silvio, suona come un programma già scritto. “Servono facce nuove”. Un messaggio chiarissimo».
La terza e ultima spia si accese sempre il 12 dicembre, ma questa volta dalla televisione: a Otto e Mezzo, il direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, commentando con Bocchino una possibile discesa in campo di Marina Berlusconi, spiegò che — secondo i sondaggi — la presenza della figlia prediletta del Cavaliere potrebbe far crescere significativamente i consensi di Forza Italia, a discapito di Fratelli d’Italia. Malaguti sottolineò inoltre come il contesto politico internazionale, segnato dalla vicinanza di Meloni a Trump, stia influenzando il consenso dei moderati italiani, molti dei quali potrebbero trovare in Marina Berlusconi un punto di riferimento più consono.
Dunque, secondo una possibile chiave di lettura politica, Giorgia Meloni, per non ritrovarsi gli ingombranti Berlusconi tra i piedi alle prossime elezioni politiche del 2027, potrebbe aver ritenuto funzionale che un filibustiere come Corona si lanciasse all’assalto del gruppo Mediaset, discreditando le figure dei figli del Cavaliere e arrecando danni all’azienda nel suo complesso.
D’altronde Fabrizio Corona non è uno sprovveduto e sapeva benissimo che un attacco frontale a Pier Silvio e Marina — comprese le loro reti di relazioni e tutto ciò che li circonda — non sarebbe stato un’operazione priva di rischi e pericoli, se non accompagnata da ipotetiche coperture, anche di natura internazionale.
Ed è proprio sul fronte estero che, paradossalmente, è lo stesso ex re dei paparazzi a venire in soccorso della mia tesi quando, nel corso della puntata del 26 gennaio scorso di Falsissimo, afferma che Donald Trump lo avrebbe invitato alla Casa Bianca perché interessato a conoscerlo, affascinato dal suo potere di influenzare le masse — due milioni di ascoltatori per il suo programma, oltre a un notevole attivismo sui social.
Trump, come Corona, non è un uomo che si muove a caso e, a mio modesto parere, avrebbe tutto l’interesse non solo politico a fermare figure come i “Berluscones”, ma anche imprenditoriale a favorire lo sgretolamento del gruppo Mediaset che, per chi non se ne fosse ancora accorto, non è soltanto un colosso italiano, ma europeo: è presente in Francia, Germania, Spagna e Turchia. E qualora questo impero mediatico dovesse essere smembrato, chissà se qualche magnate dell’informazione vicino al Tycoon non possa essere interessato ad acquistare pezzi di quello che fu l’impero di Silvio Berlusconi.
Corona, a questo punto, era così convinto di sé — forse confortato, in una ricostruzione puramente ipotetica e in assenza di riscontri ufficiali, anche dall’idea di una qualche forma di tutela legale — da lanciarsi persino in invettive politiche e nel proposito di scendere egli stesso in campo con un proprio soggetto politico.
In questo mare magnum di notizie non possono passare inosservati neppure i video mostrati da Fabrizio Corona nei quali lo si vede ospite in casa di Beppe Grillo, intento — come ha egli stesso affermato — a difendere il figlio del comico dalle vecchie accuse di violenza sessuale.
Operazione umanitaria?
No, di certo.
Anche in questo caso c’entra la politica: Grillo ha dichiarato in più di un’occasione di voler sfidare Conte, o con un nuovo soggetto politico o riprendendosi il Movimento. E Corona, anche qui, potrebbe avere una chance.
Fatto sta che c’è un gran fermento sotto le stelle e il Paese sembra nuovamente pronto a cambiare pelle: gli elementi ci sono tutti e, come spesso accade — come nel Palio di Siena, dove i fantini ai canapi si danno botte da orbi prima della corsa finale — i colpi bassi e le pugnalate non mancano nell’agone politico, attraverso tutti i mezzi, leciti e illeciti.
In tutto questo, ciò che resta fuori dall’inquadratura è il ruolo dell’opinione pubblica, ridotta a spettatrice di una partita che si gioca altrove.
Non a caso, nelle stesse ore in cui Google, Meta e TikTok oscuravano tutti i canali ufficiali di Fabrizio Corona — non per un’ordinanza giudiziaria, ma, come riferisce l’AGI, «su iniziativa dell’ufficio legale di Mediaset», che ravvisava violazioni delle policy delle piattaforme in materia di diffamazione, diritto d’autore, dignità personale, privacy e contrasto ai messaggi d’odio — è arrivata anche l’ufficializzazione del divorzio consensuale tra il generale Vannacci e la Lega di Matteo Salvini.
Altro tassello fondamentale dell’Italia 2027, perché si sa che in politica 2+2 non fa mai 4 e spesso, quando le forze sono simili, il risultato può essere 5.
Inoltre, un’ulteriore notizia — passata quasi sotto silenzio, ma di grande rilievo nel quadro complessivo — riguarda il congresso nazionale di Democrazia Sovrana e Popolare di Marco Rizzo, al quale è intervenuto anche l’ambasciatore russo presso la Repubblica italiana, Sua Eccellenza Alexey Paramanov. Portando i saluti ufficiali del ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergey Lavrov, ha dichiarato: «Sono certo che il vostro operato, volto alla tutela della sovranità nazionale e dei valori morali, troverà un consenso significativo, tale da restituire all’Italia buonsenso, pragmatismo e senso di responsabilità, portando la linea di politica estera italiana verso un riallacciamento dei rapporti con la Federazione Russa».
Tutti soggetti politici, quelli qui citati, che avranno con ogni probabilità un ruolo nel nuovo Con-Dominio russo-americano sull’Europa.
La politica italiana non cambia pelle quando vince qualcuno, ma quando qualcuno perde il controllo dei media.
Dunque, tutto si muove affinché le cose si scompongano e si ricompongano in modo diverso. L’Italia che si prepara al 2027 sembra muoversi più per scosse esterne che per decisioni interne.
L’affaire Corona non è affatto concluso, ma la Meloni potrebbe già dirsi soddisfatta: anche se la questione degli scandali Mediaset non dovesse avere ulteriori sviluppi, il seme del dubbio è stato gettato. E Corona, in questo, ha probabilmente ragione quando, per bocca del proprio legale, l’avvocato Ivano Chiesa, fa sapere che «la gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte».
D’altronde sono oltre due secoli che le cose vanno così, da quando Don Basilio, nel Barbiere di Siviglia, canta che la calunnia è «un venticello, un’auretta assai gentile… Alla fin trabocca e scoppia… come un colpo di cannone».
Ormai il dubbio è instillato e i Berlusconi, politicamente, sono stati messi fuori gioco.
Ma qui mi sento di sbilanciarmi in una previsione: vuoi vedere che, zitti zitti, ci ritroveremo la Meloni al Quirinale e Vannacci a guidare un governo di coalizione, frutto di una strana maggioranza in salsa giallo-verde, composta questa volta da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Futuro Nazionale, Democrazia Sovrana e Popolare e Movimento Cinque Stelle?
Follia?
Chi vivrà vedrà.
Perché i segni — francamente — ci sono tutti.
Lorenzo Valloreja
