Esiste un confine labile tra il complottismo e la dura, cruda verità, così come esiste un sottile diaframma che separa la fede autentica dalla cieca superstizione. Con l’apertura degli Epstein Files, questi confini sono stati in larga parte valicati, mostrando — piaccia o non piaccia — tutto il puzzo e la corruzione di cui si nutre una parte consistente della finanza anglosassone e di diversi Paesi del blocco occidentale: dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, passando per la Francia fino a Israele. Al contrario, Paesi come l’Italia o quelli dell’Europa centro-orientale risultano, allo stato attuale dei documenti noti, praticamente assenti da questo quadro. E questo è un dato di fatto.
Allo stesso modo, per il mondo dei credenti è un fatto che Nostra Signora di Fatima abbia chiesto con forza la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato, consacrazione che si è effettivamente realizzata sia sotto Pio XII sia sotto Giovanni Paolo II. Ed è forse anche alla luce di questa tradizione che si comprende perché Vladimir Putin accusi spesso le élite occidentali di satanismo: non tanto in senso religioso stretto, quanto piuttosto in un’accezione politica e simbolica. Un’accusa che rimanda a un Occidente che non perde occasione per esibire la propria immoralità, i propri abusi, il nichilismo che ormai lo contraddistingue, la continua rottura di vecchi e nuovi tabù, la progressiva perdita del senso del sacro. Mentre, paradossalmente, in quella che fu la terra più atea e materialista del mondo, sembra essere in atto un ritorno — lento ma visibile — alla dimensione del sacro.
E se sul piano geopolitico la diplomazia può sempre discutere, così come su quello economico è sempre possibile negoziare, sul piano morale e spirituale il compromesso diventa impossibile, perché una frattura di valori può porre l’interlocutore fuori dall’orizzonte di una comune umanità. D’altronde fu questa, in definitiva, la convinzione che portò Winston Churchill a sostenere che con la Germania nazista non si potesse trattare e che la guerra si sarebbe conclusa solo con la sua capitolazione: non per spirito bellicista, ma perché egli riteneva che con il male organizzato ogni trattativa finisse per trasformarsi in complicità.
Così, oggi in Ucraina — come nelle guerre apertamente combattute o soltanto paventate — non è tanto un sistema economico a essere messo in discussione, prospettiva cara a un Vecchio Continente ormai prigioniero della propria lente mercantilistica, quanto un conflitto tra sistemi di valori inconciliabili. Da un lato una visione del mondo fondata sull’individualismo radicale, sulla fluidità identitaria, sulla cittadinanza astratta e sulla rimozione del passato; dall’altro società che rivendicano la centralità della famiglia tradizionale, dell’identità nazionale e linguistica, della dimensione religiosa e della memoria storica come elementi costitutivi della comunità. È su questo terreno — morale, simbolico, antropologico — che oggi si consuma lo scontro, ben oltre le categorie economiche o diplomatiche con cui l’Europa continua, ostinatamente, a volerlo interpretare.
A questo punto, francamente, che le élite occidentali pratichino o meno il tanto declamato rito dell’adrenocromo ha ben poca importanza, quando gli Epstein Files ci sbattono in faccia qualcosa di ben più prosaico, ma non per questo meno deprecabile: abusi sessuali gravissimi e sistemici su minori; reti di protezione e di silenzio; omissioni consapevoli; frequentazioni ad altissimo livello — politici, imprenditori, accademici — e un uso spregiudicato del potere per evitare ogni conseguenza legale.
Il marcio è già tutto lì. E rituali esoterici, consumo di sangue o pratiche occultistiche non sarebbero altro che una nobilitazione indebita della fetenzia e della pochezza morale di questi soggetti, un modo per trasfigurare in mito ciò che, in realtà, resta miseria umana e corruzione ordinaria.
Tuttavia, da tutto questo letame emerge anche una lezione, ed è significativa la dichiarazione rilasciata alla stampa da Maria Zakharova, che commentando gli Epstein Files ha affermato: «Ora lo sappiamo letteralmente nei minimi dettagli — attraverso materiali video e fotografici — come una parte dell’élite occidentale si relazioni ai bambini, compresi i propri figli. Sono le stesse élite che forniscono al regime di Kiev risorse colossali per l’uccisione di bambini e della popolazione civile», spingendosi poi ad accusare l’Ucraina di aver legalizzato pratiche come la cosiddetta “trapiantologia nera”.
Al di là della fondatezza o meno di tali accuse — che restano, allo stato attuale, affermazioni politiche e non accertamenti giudiziari — queste parole mettono comunque a nudo il cuore del problema: senza una definizione condivisa di ciò che si intende per umanità, e di come ci si debba relazionare ad essa, ogni pace rischia di restare fragile, provvisoria o meramente formale.
Forse, prima ancora di trattare confini, sanzioni o equilibri di potere, le parti dovrebbero seriamente interrogarsi su quali valori intendano riconoscere come non negoziabili. In assenza di una visione comune — o almeno compatibile — dell’uomo e della sua dignità, ahimè, non si andrà da nessuna parte.
Lorenzo Valloreja
