A ricordo di Bianca e Giovanni, i miei genitori!Vae victis…Guai ai vinti…
“Noi esuli istriani, fiumani e dalmati ormai non reclamiamo alcun risarcimento di tipo economico per tutto ciò che abbiamo perso: beni, proprietà, case, terreni e tombe.L’unico risarcimento che desideriamo è di tipo morale: cioè che i nostri concittadini italiani conoscano, riconoscano e rispettino il grande dolore che abbiamo vissuto nel silenzio per tanti anni”.
La storia degli italiani dimenticati.Una ferita ancora aperta, dolente, pungente e pulsante perché nulla provoca più dolore della disattenzione e della dolosa dimenticanza.Tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi e il silenzio dei morti.
La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita e quelle persone meritano, esigono di essere ricordate.
Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo.È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi ventimila italiani.Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele.I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe.Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.
La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti li torturano, li massacrano, li affamano e poi li gettano nelle foibe, considerandoli nemici del popolo.
Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria.Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani.A cadere dentro le foibe ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini.La rabbia degli uomini di Tito si scatenò contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919; lo racconta Graziano Udovisi, l’unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba.
A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa.Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni e i loro morti.
È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti.La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce.
Nel febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace di Parigi che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l’Istria e la Dalmazia vengono cedute alla Jugoslavia.Di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma.Ignari del proprio destino 350 mila Fiumani, Istriani e Dalmati abbandonarono la propria Terra, la propria Casa e i propri Morti pur di non perdere la Propria Cultura e la Lingua Italiana.Trecentocinquantamila Italiani si trasformano in esuli.
Questo causò due ingiustizie.Prima di tutto l’esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé.E, in seguito, il mancato risarcimento.
La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti. Tanti riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del partito comunista che – favorevoli alla Jugoslavia – minimizzarono la portata della diaspora.Emilio Sereni, che ricopriva la determinante carica di ministro per l’Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finivano tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all’opinione pubblica la drammaticità della situazione minimizzò la portata del problema.Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’era più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostenne la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermò che le notizie sulle foibe erano «propaganda reazionaria».
Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in Italia una grande accoglienza.La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale.La vicinanza ideologica con Tito è, del resto, la ragione per cui il PCI non affronta il dramma, appena concluso, degli infoibati.Ma non è solo il PCI a lasciar cadere l’argomento nel disinteresse.Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci, la stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati ‘cittadini di serie B’, e non approfondisce la tragedia delle foibe.
Per quasi sessanta anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane.
Perché 60 anni di oblio? La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall’altra. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino e l’autoestinzione del comunismo sovietico) che nell’impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa.Indro Montanelli scriveva: “Esistono dei testi scolastici di Storia contemporanea dei quali ci si possa fidare come equilibrio e imparzialità? Non ne conosco!
Il Parlamento italiano con l’art. 1 della legge 92/2004 dedica il 10 febbraio alla “giornata del ricordo”: ai morti nelle foibe, alla memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Ma è un tema che ancora divide.
Oggi l’elaborazione di una delle pagine più angoscianti e più negate della nostra storia.
Buona riflessione
Roberto Kudlicka
