LA GRANDE IPOCRISIA DELL’OCCIDENTE

Francamente, nella mia vita ho conosciuto migliaia e migliaia di persone delle più svariate tipologie: dai capi di Stato ai più umili braccianti, dai miliardari agli spiantati, dai geni ai veri e propri ebeti. Nonostante questo, non ho mai fatto distinzione tra gli individui: tutti — e dico tutti — hanno sempre qualcosa di buono da insegnarci e di cui fare tesoro. Anche le persone più antipatiche, quelle che non vorremmo mai frequentare… basta solo armarsi dell’umiltà dell’ascolto e della volontà di imparare per migliorarsi. Et voilà, il gioco è fatto!

Capita così, una volta tanto, di trovarmi pienamente d’accordo con Emmanuel Macron, il quale, nel suo discorso alla base dell’Île Longue, in Bretagna — dove stazionano i sottomarini che assicurano al Paese la capacità di second strike in caso di attacco — ha dichiarato: «La mia responsabilità è garantire che la nostra deterrenza mantenga — e mantenga anche in futuro — la sua capacità di distruzione» in un «ambiente pericoloso, mutevole e caratterizzato dalla proliferazione delle armi atomiche». «Per questo ho ordinato di aumentare il numero di testate nucleari del nostro arsenale». «Per porre fine a qualsiasi speculazione — ha aggiunto — non comunicheremo più le cifre del nostro arsenale nucleare, contrariamente a quanto poteva avvenire in passato».

E sono d’accordo con queste parole perché il presidente francese ha confermato una cosa fondamentale: che la pace, in ossequio a Hobbes, si mantiene con il terrore e non con le belle parole.

Cosa che, tra l’altro, ho sempre sostenuto, tant’è che, in tempi non sospetti, il 6 agosto 2025, in un mio articolo intitolato “80 ANNI DI MAD: LA PACE COSTRUITA SULLA PAURA DI HIROSHIMA”, ebbi a dire: «Chiamatemi folle, chiamatemi criminale, ma io sarei a favore dell’arma atomica all’Iran, così come sarei favorevole affinché l’ordigno nucleare fosse dato in dotazione anche alla Repubblica di San Marino e allo stesso Stato Vaticano. Perché, se tutti avessero l’ordigno nucleare, nessuno potrebbe sganciarlo su chicchessia: sarebbe controproducente per tutti e, in altri termini, manterremmo lo status quo da qui all’eternità. Niente più guerre di nessun tipo: niente, zero!».

Certo, qui Macron sottintende — e non lo dice apertamente — che con questa scelta vuole sostituire l’influenza americana nel Vecchio Continente attraverso un nuovo e potenziato ombrello nucleare transalpino. D’accordo. Ma, al netto di questo, le sue parole dovrebbero spronarci a riprendere quanto prima il nostro vecchio “Progetto San Marco”, che prevedeva, insieme al CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare), oggi ENEA, la possibilità di dotarci di nostre testate nucleari lanciabili da basi di lancio autonome.

Allo stesso modo, poche ore fa, non ho potuto che apprezzare l’intervento del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, al Senato, quando, rivolgendosi al ministro degli Esteri Tajani, ha detto: «Nel 1979 un aereo di Air France, charterizzato, porta a Teheran l’ayatollah Khomeini, tra ali di entusiasmo degli iraniani e anche tra ali di entusiasmo di una parte dell’intellighenzia europea. Questa commette un errore straordinariamente tragico nel pensare che si possa contestare lo scià — com’era giusto fare, per la corruzione che vi era — affidando a un regime teocratico il futuro della gloriosa Persia. Questo errore tragico è anche figlio della cultura europea. In quel momento parte una stagione di 47 anni di repressione delle ragazze, dei ragazzi e delle donne; parte una stagione devastante di polveriera in Medio Oriente; parte una stagione di destabilizzazione che inizia subito, dal 1980 al 1988, con la guerra tra Iraq e Iran, e che prosegue nel corso degli anni».

Come a dire — e anche questo è cosa che sostengo da anni nei miei articoli e nei miei saggi — che l’ipocrisia occidentale arriva al punto di non riconoscere che è essa stessa la causa di molti dei mali che poi le si ripercuotono contro, come la nascita di Bin Laden o dell’ISIS.

Oppure, di come l’ex sindaco di Firenze, in un altro suo passaggio, sia stato capace di riconoscere con franchezza che il diritto internazionale sia ormai in crisi da un bel pezzo — anche se io userei la parola più appropriata: morto — giacché nessuno ricorda, ed è qui evidente la partigianeria e la vigliaccheria degli interlocutori, che le categorie dell’aggredito e dell’aggressore, usate per l’Ucraina e la Russia, qui sono del tutto assenti sia per Israele sia per gli Stati Uniti.

Eppure questi ultimi — badi bene il ministro Crosetto — non solo in questa occasione hanno violato il diritto internazionale, e non certo a seguito dell’inizio della cosiddetta “Operazione speciale” della Russia in Ucraina, ma, semmai, dal lontano 1953, quando proprio in Iran, con l’operazione della CIA denominata “Ajax”, venne rovesciato il governo democraticamente eletto di Mossadegh.

Ebbene, da allora gli Stati Uniti hanno violato il diritto internazionale ben undici volte e lo Stato d’Israele circa quaranta volte… eppure nessuno si è stracciato le vesti.

Ma la considerazione più importante che Renzi ci fa fare — e che il sottoscritto, fino alla noia, ha proposto nei suoi tanti articoli — è che esiste un disaccoppiamento tra i vertici militari e dell’intelligence italiana e le istituzioni della nostra Repubblica.

Infatti il senatore fiorentino ha detto: «Signor vicepresidente del Consiglio, lei è il capo della Farnesina! Lei ha il compito di venire in Aula e parlarci di politica estera… dei problemi tra sunniti e sciiti… non di venire a farci un’analisi stanca e costantemente contabile di quello che è successo…».

Tutto vero, caro Matteo. Ma se tu metti in luce giustamente questi dissapori, io, in questa crisi e in faccia al popolo italiano, voglio mettere in evidenza che qui non è questione di dissapori, bensì di fedeltà delle nostre Forze armate e dei nostri servizi: non ai vertici della Repubblica italiana, ma alla NATO.

E qui entra in scena un altro protagonista della politica europea che, negli ultimi giorni, si è distinto per un improvviso slancio antiamericano: il premier spagnolo Pedro Sánchez.

Il leader socialista, infatti, non ha perso occasione per criticare con toni durissimi l’intervento degli Stati Uniti contro l’Iran, parlando di «un’escalation irresponsabile» e invocando il ritorno al rispetto del diritto internazionale.

Parole nobili, altisonanti… se non fosse che provengono dal capo di un Governo che continua a garantire agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari presenti sul territorio spagnolo — da Rota a Morón de la Frontera — basi che costituiscono uno dei pilastri logistici della proiezione militare americana nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.

Una contraddizione che si spiega molto bene se si guarda alla situazione politica interna della Spagna.

Il governo Sánchez sopravvive infatti su un equilibrio fragilissimo: scandali di corruzione, tensioni crescenti con l’opposizione e una maggioranza parlamentare tenuta in piedi grazie all’appoggio dei partiti separatisti catalani e baschi.

In un contesto del genere, la politica estera diventa spesso teatro di dichiarazioni roboanti utili più a consolidare il consenso interno che a modificare realmente gli equilibri internazionali.

Eppure la Spagna dovrebbe essere l’ultima a impartire lezioni di diritto internazionale agli Stati Uniti e al mondo intero.

Basterebbe ricordare ciò che accadde nel 2003, quando l’allora premier José María Aznar partecipò, insieme a George W. Bush e Tony Blair, al celebre vertice delle Azzorre che diede il via libera politico alla guerra in Iraq.

Una scelta che inserì Madrid pienamente nella strategia americana in Medio Oriente e che, come spesso accade nella realpolitik, fu accompagnata anche da importanti contropartite economiche, con le grandi banche spagnole — dal Banco Santander al BBVA — che negli anni successivi conquistarono posizioni dominanti nei mercati finanziari dell’America Latina.

La verità è molto più semplice — e molto meno elegante — di quanto ci raccontino nei palazzi della diplomazia: il diritto internazionale non è morto oggi, non è morto con l’Ucraina e non è morto con l’Iran.

È morto da decenni.

Solo che alcuni fingono di accorgersene soltanto quando a violarlo sono i loro nemici.

Lorenzo Valloreja

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