Less is more: Semplicità ma, esiste ancora?

“Less is more” (meno è meglio) è un principio estetico e filosofico che valorizza la semplicità, l’essenzialità e la sobrietà rispetto all’eccesso. 
Il concetto è stato reso celebre dall’architetto Ludwig Mies van der Rohe (padre del Bauhaus), suggerisce che eliminare il superfluo migliora la funzionalità e l’impatto visivo nel design e nell’architettura. Il concetto comunque, ha radici più antiche e viene talvolta attribuito anche a Peter Behrens.
A mio parere, è un principio applicabile ovunque e in tutti i campi della nostra vita, applicato allo stile di vita quotidiano può essere associato al “Minimalismo”: eliminando il disordine (decluttering) per concentrarsi su ciò che conta davvero, riducendo le distrazioni e aumentando il tempo e la qualità della vita.
Io più in maniera sintetica e italiana lo associo al nostro e antico concetto di “SEMPLICITÀ”.
“È curioso vedere che quasi tutti gli uomini che valgono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore”.
Questa celebre riflessione è tratta dallo Zibaldone di pensieri (31 maggio 1831) di Giacomo Leopardi.
Riflettevo come già ai suoi tempi il poeta osservava il paradosso per cui la vera grandezza d’animo e d’intelletto si accompagna spesso alla “semplicità”, la quale viene invece, spesso erroneamente scambiata per mediocrità o mancanza di valore dalla nostra società, che apprezza invece le apparenze.
Giacomo Leopardi sottolinea come la vera capacità, al contrario delle persone di poco valore, che spesso si nascondono dietro maniere complicate o pompose, non necessiti di artifici, aggiungendo anche:”Non è semplice essere semplici”. 
Con la sua sensibilità e interiorità riusciva a leggere nel profondo dell’animo umano affermndo:”L’uomo è portato per sua natura all’artifizio e all’affettazione … i mezzi più semplici, veri e sicuri, sono gli ultimi che troviamo”. 
La semplicità è una qualità, ha un enorme valore, estetico ed etico, essere semplici al contrario, di ciò che si può pensare, rafforza, solidifica la nostra personalità, non la indebolisce, ci fa rendere consapevoli delle nostre qualità e dei nostri limiti. 
Oggi più che mai, nell’era della competizione, del merito o anche del demerito, delle competenze e dell’ignoranza, del superare l’altro altrimenti non sei nessuno, sembra che si viva di sola apparenza; cioè di aspetto, mera esteriorità, parvenza, sembianza; in definitiva di aria, e per giunta aria fritta, viziata, consumata perché non ha nulla di vero, di pulito, di originale. 
Le persone semplici invece, posseggono, conservano e custodiscono la naturalezza, sono eleganti per natura, non hanno bisogno di artefatti, di falsificazioni, non si presentano con inutili orpelli e affettazioni. 
Una persona semplice, ha innanzitutto un suo stile di vita, e una sua personalità che riesce a esprimere anche sul piano estetico. 
La semplicità, come la sobrietà, è eleganza: Balzac, che amava scrivere con semplicità, ma con una forza narrativa che lo ha reso universale ed eterno affermava: “L’uomo di buon gusto deve essere semplice nei suoi bisogni”. 
La semplicità indica il vero valore di una persona, le persone di grande merito, le persone di valore non hanno bisogno di esibirsi, sono consapevoli delle proprie qualità, che non hanno bisogno di esporre, di mostrare davanti a tutti. 
La semplicità non è, come potrebbe sembrare, un modo per complicarsi la vita, anzi è giusto il contrario, proprio perché non necessita di costruzioni, essa emerge naturale, spontanea, innata. 
Una persona di comportamento semplice, è e resta, fedele alla propria essenza e non si sforza di mostrarsi diversa, ma solo tutto quello che è, già lì presente, non ha bisogno di farsi notare, di enfatizzare per essere speciale, non è schiava del narcisismo.
Volendo definire la semplicità, si può affermare che essa è la virtù si riscontra nella persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. 
La semplicità è una tipica qualità rispetto alla quale gli uomini della società attuale, nell’era e nella vita definita “moderna” dell’apparenza velocissima, quanto porosa e inconsistente, dell’esserci a tutti i costi, società di spettacolo e di consumo, segnata dalla complessità e dall’abbondanza, appaiono quasi spaventati già dalla parola stessa e se ne ribaltano il senso.Il paradosso e che spesso scambiano l’umiltà e la semplicità (segni di vera grandezza) per indizi di scarso valore, e la associano a concetti come: banale, semplicistico, riduttivo, tanto da essere spesso fraintesa come inettitudine.
Allo stesso tempo, i luoghi comuni, o una sciagurata distorsione semanticaportano a rovesciare il concetto, facendo corrispondere un’idea declinante della semplicità, che ha fatto in modo che attorno a questa parola si siano andati moltiplicando sinonimi tutti di segno negativo.
Per cui una persona semplice viene considerata: “semplicione”, “sempliciotto”, cioè una persona la cui mente non riesce a comprendere se non concetti molto semplici, o di scarso spessore, di poco peso, di poco valore e quindi anche poco affidabili; associando sfumature negative del tipo: ingenuità o addirittura stupidità e dabbenaggine.
Questa è solo un’idea banalizzata, riduttiva, schematica, il contrario del valore e del peso specifico della semplicità, dote da coltivare e da non sprecare, una virtù da non considerare come un cedimento, una resa.
Le vere caratteristiche immateriali della semplicità come valore positivo sono: autenticità, schiettezza, sobrietà, modestia, VERITÀ, mentre i suoi opposti sono: il narcisismo, la presunzione, il sussiego, il fasto, lo snobismo, l’artificio, la falsità, la doppiezza, la complessità.
Nei rapporti interpersonali la semplicità ci rende grandi, perché mostra ciò che siamo senza il bisogno di maschere e questo è il modo più efficace di riflettere ciò che siamo realmente e che, seppure inconsciamente, spesso nascondiamo. Può anche accadere che, pur conoscendo che è la proprio la naturalezza a rafforzare le relazioni, si tende a nascondere, una o più, caratteristiche della nostra personalità per paura, per diffidenza, per mancanza di fiducia, perché riteniamo che scoprendoci così emotivamente, ci possiamo rendere vulnerabili e, che gli altri, ne possano approfittare.
Il mondo e le persone in effetti sono così, spesso false, infide, mendaci ma, se noi riusciamo ad essere veri, nella nostra semplicità,  lasciando agli altri le loro complicazioni, le loro congetture, elucubrazioni, preconcetti potremmo scoprire che nascondersi dietro la propria pelle non è mai la decisione giusta.
Infatti, anche se da fuori può sembrarlo, essere trasparenti non ci rende né deboli, né fragili, accettare le nostre vere e pure convinzioni come punti di forza, ci aiuta a guadagnare sicurezza e autostima. 
Dobbiamo agire senza complicarci le cose quando non ce n’è bisogno, mentre è come se avessimo una tendenza incorreggibile per complicare le cose, invece di agire con semplicità e spontaneità, questo ci farebbe risparmiare le nostre energie, già limitate, che abbiamo a disposizione e, nonostante ciò, facciamo di tutto per sprecarle. 
Confucio affermava: “La vita è molto semplice, ma noi insistiamo col renderla complicata”, .
È sempre meglio scegliere la strada della semplicità, sia per quanto riguarda la personalità sia per il modo in cui affrontiamo molte situazioni difficili, il “Piccolo Principe” diceva che per trovare la semplicità, bisogna chiudere gli occhi e aprire il proprio cuore.
E poi infatti, ci sono le persone che ti sorprendono per la loro semplicità, come San Francesco, il santo dei santi, la sua essenziale semplicità nelle parole, nei gesti, nel suo stile di vita: “La vera bellezza sta nella semplicità e nell’umiltà, cosa vale una carita ostentata, un’umiltà ricercata, un coraggio soltanto dimostrativo, una povertà scelta per protesta”.
Le persone semplici sono umili e sincere, mai superficiali, mai indifferenti, senza ambizioni, senza sogni, senza aspettative, senza creatività. 
La semplicità ci libera da orpelli inutili, quelle che ogni tanto si definiscono «sovrastrutture» e ci porta, con dolcezza e con naturalezza, verso il noi stessi, ciò che siamo veramente e non ciò che appariamo, ci restituisce il senso dei gesti, delle parole, dello spazio, e delle cose in generale. 
Ma, per viverla bisogna tornare all’essenziale, di riduzione della complessità, semplificando tanti aspetti della propria vita, nell’organizzazione della nostra esistenza, nei rapporti interpersonali, nel nostro modo di pensare e considerare la realtà. 
Uno tra i più grandi di tutti i tempi, William Shakespeare arrivava a scrivere: “Potrei vivere nel guscio di una noce, e sentirmi re dello spazio infinito”. 
Anche nelle scienze, il termine si contrappone direttamente a complessità, secondo Ian Glynn, le teorie e le scoperte scientifiche più ammirate dagli scienziati sono quelle che per la loro semplicità descrittiva e risolutiva hanno la caratteristica dell’eleganza, che genera stupore nello studioso che si meraviglia di come la semplicità abbia risolto problemi complessi, e di come la creatività dello scienziato sia arrivata alla scoperta con strumenti mentali semplici.
“La semplicità è un viaggio, non una destinazione”, scrive Alan Siegel, esperto mondiale sull’argomento.  Il cervello, come qualsiasi altro organo, vuole risparmiare energie. 
Il mondo è complesso e non esistono soluzioni semplici in contesti complicati, questo è vero ma, non può significare, ciò che la maggioranza delle persone pensano, ovvero che la semplicità sia un sinonimo di superficialità. 
Esiste sempre la legge delle tabelline: un modo per ridurre i problemi, e provare e risolverli, è quello di scomporli, asciugarli e affrontarli nelle loro parti essenziali: con efficace semplicità.

Albert Schweitzer medico, musicista e teologo, in un suo testo del 1947 riportava:«Lo spirito della nostra era disprezza ciò che è semplice. Non crede più che la semplicità possa corrispondere a profondità» 
Una frase che potrebbe essere scritta oggi!
La semplicità esige l’essenziale. Coglierlo e saperlo esprimere non è solo una vocazione, è un’arte. 
Semplicità è riferibile a qualcosa che è fisicamente costituita da uno o da un numero minimo di elementi essenziali tali da renderla facilmente comprensibile nella sua struttura e agevolmente riproducibile. 
A questo proposito esiste la teoria del “Rasoio di Occam”.Un metodo semplicissimo, inventato nel XIV secolo dal filosofo e frate francescano Guglielmo di Occam che sta alla base del pensiero scientifico moderno. In pratica è un principio per cui tra più ipotesi per la risoluzione di un problema, a parità di risultati si deve scegliere sempre quella più semplice: è futile (e inutile) fare con più mezzi ciò che si può fare con meno. 

Bruno Munari ci dice:“Complicare è facile, semplificare é difficile”. Per complicare basta aggiungere tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose.Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare”.
Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità.Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello, toglie dal blocco di marmo tutto quel materiale che c’é in più della scultura che lui vuol creare.
Einstein affermava anche: “Tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, ma non più semplicistico”.
Questo è un altro concetto importante non bisogna confondere la semplicità ovvero la capacità di essere semplici, una virtù, col vizio del semplicismo, ossia un modo troppo semplice e superficiale di considerare le cose, di proporre e risolvere i problemi. Mentre la semplicità, infatti, affronta i problemi nella loro essenza e mira a risolverli, il semplicismo non solo non risolve i problemi ma, approcciandoli con faciloneria, li complica.
La natura, ad esempio, viene sempre invocata come la paladina della semplicità.Ci si dimentica però che tutta questa semplicità che avvertiamo, che percepiamo, non è altro che il risultato di un difficile e spesso audace sottile equilibrio, di una minuziosa complessità che, col tempo, si è resa armoniosa, e che si presta – nella sua fragile e instabile sofisticatezza – ad essere facilmente fruibile. La natura dunque, è uno di quegl’ingranaggi complessi che si spiega semplicemente, che dona ispirazione, e che permette il fluttuare del pensiero.
La vera semplicità, quella cioè contraddistinta dalla leggerezza del pensiero, e che si contrappone al peso della frivolezza, non è quasi mai una cosa semplice, banale: c’è un intero mondo dietro, un mondo che ospita continuamente insicurezze, sforzi e inquietudini. 
La semplicità non va confusa con l’ingenuità, la sprovvedutezza, la dabbenaggine, l’infantilismo. Ciò che impedisce che degeneri in simili atteggiamenti è il fatto che essa è sempre congiunta alle virtù della prudenza e della consapevolezza, della conoscenza, della obiettività, della realtà concreta.
La semplicità, anche se l’immagine che si affaccia spontaneamente alla mente è l’immagine del bambino, non è certamente virtù infantile, è piuttosto infanzia ritrovata, riconquistata.
Il bambino si presenta come una persona ridotta alla sua espressione più semplice, è la vita senza menzogne o esagerazioni, è libertà e leggerezza, è incuranza, è immediatezza.
J. Guitton parla della semplicità‚ pur non citandola espressamente‚ quando, in un‚ immaginaria Lettera a un bimbo piccolo, così si rivolge a lui: “I grandi ti insegneranno lo sforzo. Tu insegnerai loro l’atto dell’abbandono che si chiama grazia. Noi ti daremo le regole. Tu, in cambio, ci darai la tua fantasia, la tua innocenza. Ti imponiamo la nostra gravità, tu ci insegni l’allegria. Ti spieghiamo che tutto è più difficile di quanto tu creda. E tu insegni alle nostre fronti già coperte di rughe che tutto è più facile di quanto non si fosse creduto!”.
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka 

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