E poi ci si chiede come sia stato possibile che “La terra dei cachi” di Elio e le Storie Tese si sia fermata al secondo posto al Festival di Sanremo del 1996: altro che “Per sempre sì” di Sal Da Vinci.
Perché quella canzone, al netto dell’ironia, diceva la verità. E continua a dirla: questo è un Paese in cui il merito spesso arretra e le dinamiche opache avanzano.
In un contesto del genere, certe carriere non sorprendono: le spiegano. È il caso dell’attuale vicepresidente del Parlamento europeo, Giuseppina Picierno.
In Italia, la sua elezione è sempre passata attraverso sistemi a liste bloccate, dove il consenso personale non solo non è determinante, ma è di fatto irrilevante. In Europa, invece, dove le preferenze contano, il risultato racconta una storia diversa: circa 70 mila voti nel 2019, un dato che la colloca nella parte bassa degli eletti nella circoscrizione meridionale, lontanissimo dai numeri dei candidati più forti — come Matteo Salvini, che nella stessa circoscrizione ha superato le 430 mila preferenze.
Un consenso modesto, quello di Picierno, maturato anche dentro le logiche di lista e i meccanismi del voto di preferenza, inclusa l’alternanza di genere.
E tuttavia, da qui, senza colpo ferire, è arrivata ai vertici dell’Europarlamento. Non è un’eccezione: è un sistema che funziona così. Premia gli equilibri interni, non necessariamente la forza elettorale — e men che meno la preparazione. Lo si è già visto: uno vale uno, ma qualcuno vale sempre più degli altri… “Giggino” docet.
Il risultato è una politica che talvolta confonde il ruolo con la statura. Viene in mente Otello Celletti ne Il vigile: appena indossata la divisa, l’autorità prende il posto della misura. Con la differenza che, qui, le conseguenze non sono materia di commedia.
Così Picierno, restando fedele a questo schema, non ha esitato a esternare l’ennesima presa di posizione: “L’incontro tra il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e l’ambasciatore della Federazione Russa in Italia rappresenta un fatto grave che non può essere archiviato con il silenzio o con spiegazioni evasive. Da oltre quattro anni l’Europa è chiamata a difendere l’ordine internazionale violato dall’aggressione russa contro l’Ucraina. In questo contesto, ogni interlocuzione istituzionale con rappresentanti del Cremlino deve avvenire nella massima trasparenza, nel rispetto della linea euro-atlantica del nostro Paese e in pieno coordinamento con il governo e con i partner europei. Per questo motivo è necessario chiarire immediatamente le ragioni, i contenuti e le modalità di questo incontro.”
E mentre si invocano rigidità e intransigenza nei confronti di Mosca, la realtà si incarica puntualmente di smentire la retorica: proprio in queste ore, l’amministrazione Trump ha concesso una deroga di 30 giorni alle sanzioni sul petrolio russo per far fronte a esigenze energetiche e di mercato.
Capita così che, nella migliore tradizione italiana — quella per cui si è sempre con qualcuno più forte e raramente contro qualcuno di ancora più forte —, all’interno della stessa area politica convivano posizioni tra loro opposte. È stato così già in passato e continua a esserlo oggi: nel centrodestra post-berlusconiano si passa dalla linea più aperta di Salvini a quella rigorista di Tajani, fino al ministro Giuli che arriva a chiedere la testa di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, per la presenza della Federazione Russa alla manifestazione, mentre nello stesso tempo il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli incontra l’ambasciatore russo in Italia.
Il risultato è un cortocircuito evidente. Una politica che fatica a fare i conti con la realtà e ancora di più con la propria coerenza.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di contraddizione: nel marzo 2025, in pieno conflitto a Gaza, è emerso che pochi mesi prima Picierno aveva partecipato a un incontro con l’Israel Defense and Security Forum, un think tank israeliano di destra, suscitando critiche anche all’interno del suo stesso partito. Eppure, ciò non le ha impedito di sostenere che “boicottare o isolare Israele significa condannare tutta la regione a un eterno sovranismo di destra”.
Insomma, al di là delle dichiarazioni e delle posture, resta una sensazione di fondo: quella di una politica che dovrebbe prima di tutto fare pace con la propria testa e ritrovare coerenza con l’interesse nazionale, invece di oscillare continuamente in funzione degli equilibri esterni.
Perché il punto, alla fine, è tutto qui: si invocano principi che si smentiscono nei fatti, si alzano bandiere che si ammainano alla prima convenienza, si predica rigidità mentre si praticano deroghe.
E allora, con il petrolio ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile, tanto vale dirlo senza ipocrisie: se perfino chi guida l’Occidente concede aperture quando gli conviene, l’Europa smetta una volta per tutte di raccontare una realtà che non esiste. Tolga le sanzioni alla Russia, senza se e senza ma.
Il resto — come sempre — sono solo parole. E, sempre più spesso, prese in giro.
Lorenzo Valloreja
