Riflettevo sul comportamento e sull’atteggiamento di alcune persone, e per associazione mi è venuto in mente il famoso personaggio letterario creato da Edmondo De Amicis per il suo romanzo Cuore (1886): “La Maestrina dalla penna rossa”.
Nel romanzo questa rappresenta la giovane maestra della prima inferiore, una figura dolce, solare e sempre sorridente, caratterizzata da una voce argentina e, appunto, da una grande penna rossa infilata nel cappellino; è l’immagine emblematica dell’insegnante materna e premurosa che ama profondamente i suoi piccoli alunni.
La mia riflessione parte da questa immagine delicata, tenera, sensibile per accostare una realtà sempre più diffusa e frequente, ovviamente non strettamente legata al solo genere femminile, la “sindrome della maestrina”!
Chiamo così un atteggiamento molto fastidioso di alcune persone, che tendono sempre a farti la famosa ” lezione di vita” quando riscontrano, o solo immaginano o suppongono, una qualche mancanza nel tuo interloquire o agire o anche solo pensare.
La cosiddetta “sindrome della maestrina dalla penna rossa” (o complesso di superiorità) si riferisce a un atteggiamento arrogante e presuntuoso, in cui una persona tende a correggere, giudicare e impartire lezioni agli altri, posizionandosi in una posizione di presunta superiorità intellettuale o morale.
Ne risulta un atteggiamento psicologico e relazionale caratterizzato da un bisogno ossessivo di correggere, criticare e impartire lezioni agli altri, spesso con toni arroganti, presuntuosi e colpevolizzanti.
Quando questo comportamento viene applicato agli adulti, può assumere sfumature manipolatorie, configurandosi come una forma di controllo relazionale, o una vera violenza psicologica, a volte definita come “pedagogia nera” o manipolazione, condizionamento, strumentalizzazione in cui si cerca di colpevolizzare ad ogni costo l’altro.
Sebbene il termine non sia una diagnosi psichiatrica formale, descrive un quadro comportamentale ben noto di narcisismo relazionale o arroganza intellettuale.
Il concetto di “sindrome della maestrina” non è una diagnosi psicologica o psichiatrica ufficiale, ma piuttosto un termine colloquiale utilizzato per descrivere un atteggiamento pedagogico o relazionale autoritario, pedante, rigido e focalizzato sul controllo, sul giudizio e sulla correzione degli errori altrui, spesso associato a punizioni punitive.
L’atteggiamento “Maestrina”. è caratterizzato da un approccio dogmatico, in cui l’adulto (o la persona che assume tale ruolo) si pone come unica detentrice della verità, inflessibile nel rispetto delle regole e propensa a umiliare o far sentire “sbagliato” chi trasgredisce.
Chi adotta questo comportamento spesso agisce con arroganza e scarsa empatia, considerando gli altri inferiori, il loro è un personale giudizio morale che gli consente di innalzarsi a giudice del comportamento altrui, dispensando rimproveri e giudizi censori, spesso arrivando a puntare il dito indice, un gesto comunicativo non verbale fortemente accusatorio e aggressivo, percepito come maleducato o minaccioso, utilizzato nel contesto di “dare e impartite lezioni” o ammonire.
Chi manifesta questa sindrome si sente superiore e guarda gli altri quasi con disprezzo, diventa un meccanismo di controllo, una correzione continua che mira a sottolineare ogni minima imperfezione o errore grammaticale o lessicale/comportamentale o di contenuto in modo assertivo e a volte umiliante.
A differenza della “disciplina” intesa come insegnamento costruttivo, la sindrome della maestrina si concentra sull’umiliazione dell’altro, non sulla crescita comune, chi adotta questo approccio tende a confondere la punizione (castigo) con la disciplina (insegnamento).
La “sindrome” descrive quindi uno stile educativo basato sulla “pedagogia nera”, che fonda il controllo sul castigo e sull’autorità, spesso evidenziando dinamiche relazionali problematiche.
Nel contesto Sociale/Lavorativo il comportamento è attuato.da adulti che si comportano come censori, spesso in contesti di comunicazione scritta (social media, email) o in ambienti di lavoro, puntando il dito contro le mancanze altrui per riaffermare la propria presunta competenza.
In contesti personali, chi soffre di questa “sindrome” tende a ergersi a giudice, correggendo forme, contenuti e comportamenti in modo pedante, proprio come una “maestrina”.Simultaneamente spesso parte l’azione di riduzione del valore delle azioni o opinioni dell’altro per imporre la propria autorità.
Uno dei punti chiave del comportamento da “maestrina” applicato agli adulti è che il soggetto si sente superiore, è convinto di avere sempre ragione, è scarsamente empatico e arriva a provare piacere nel notare gli errori altrui.
Il desiderio di “punire” o correggere gli adulti nasce da una necessità di controllo, e da un bisogno di riaffermare la propria autorità morale o intellettuale.
La dinamica manifesta si spinge alle “punizioni” inflitte: agli adulti, che più che fisiche sono psicologiche, si tratta di critiche costanti, giudizi severi, di atti che mirano a destabilizzare l’emotività della vittima (gaslighting), portandola a dubitare di sé, sentendosi inadeguata o facendo leva sul senso di colpa.
Questi comportamenti, se continuativi, possono portare la vittima a sviluppare ansia, depressione e bassa autostima, un atteggiamento manipolatorio nel quale l’obiettivo può essere quello di destabilizzare emotivamente l’altro, portandolo a dubitare di se stesso, creandogli un senso di inadeguatezza.
Proviamo a cercare di capire dove e quando nasce: le origini dell’atteggiamento.
Spesso nasce da una profonda insicurezza mascherata da un complesso di superiorità o dall’interiorizzazione di modelli educativi autoritari (la “pedagogia nera”). Secondo Alfred Adler, psicologo e allievo di Sigmund Freud, il complesso di superiorità può essere una forma di compensazione per i sentimenti di inferiorità intrinseca.
Le cause alla base del complesso possono variare da persona a persona e sono influenzate da diversi fattori psicologici e sociali.
Ad esempio, un ambiente familiare o sociale competitivo o che promuove un ideale di superiorità può contribuire alla formazione del complesso, questa emozione nei piccoli può nascere verso i 2-3 anni, quando il bambino scopre che le sue manifestazioni possono essere sottoposte anche a giudizio negativo.
Se non riesce a tollerare la frustrazione che ne deriva o riceve dall’ambiente riscontri molto critici, nella crescita cercherà una risposta per sopravvivere a questo stato cognitivo intollerabile (il senso di inferiorità) e a emozioni indicibili (come paura, vergogna, umiliazione o invidia).
Entrano in campo anche le eventuali “Punizioni”, “Disciplina” e “Colpevolizzazione”, soprattutto se vissute come ingiuste, le punizioni severe, umilianti o la minaccia di punizioni possono creare ansia e risentimento.
Si può attivare o emergere, in particolare, nelle situazioni di confronto con l’altro o altri anche all’interno della famiglia e di competizione dove, se non si attivasse questa parte, il soggetto potrebbe avvertire emozioni inaccettabili per lui, quali la vergogna, che potrebbe sottendere appunto l’indicibile senso di incapacità, o di percepirsi peggiore, più brutto o di minore valore rispetto agli altri.
Nello specifico, tuttavia, le cause sono varie e diversificate, ascrivibili appunto all’ambiente familiare, al contesto socio culturale ma, anche ad alcuni tratti individuali: è qui che entra in gioco l’autostima e, inoltre, dall’osservazione e la valutazione da parte degli altri, dal bisogno di autoaffermazione e di sentirsi valorizzati.
Tra le risposte che allora si potrebbe trovare, ci potrebbe essere appunto il senso di superiorità che è strettamente correlato al modo in cui si è stati educati, amati e su come si è imparato a vedere sé stessi.
In definitiva alcune possibili cause includono la compensazione dell’insicurezza; il desiderio di sentirsi superiori agli altri può derivare da un senso di mancanza di valore personale o dal bisogno di accettazione, ma anche all’opposto da esperienze passate, come il successo continuo o l’essere costantemente elogiati o adorati da altre persone, queste possono spingere un individuo a sviluppare un senso esagerato di superiorità.
Queste esperienze positive come anche l’ambiente sociale.possono portare a una visione distorta di sé stessi e degli altri e può influenzare la percezione di sé.
La sindrome della maestrina e l’eventuale complesso di superiorità sono una manifestazione psicologica caratterizzata da atteggiamenti e comportamenti di supponenza e presunzione, dove il soggetto sente il bisogno di evidenziare gli errori altrui per sentirsi migliore o più competente.
Può essere una risposta per il solo temere di rischiare di non integrarsi nei contesti sociali, e in virtù di una risposta a tale sofferenza l’individuo potrebbe arrivare a esercitare il proprio potere sull’altro sviluppando un senso di superiorità, per trasformare la sensazione di schiacciamento e inferiorità in padronanza e potere.
Nella sindrome della maestrina, entra in gioco, quindi, un aspetto di difesa per cui, pur di non sentirsi inferiore, incapace, inadeguato o indegno e provare, di conseguenza vergogna, il soggetto può arrivare ad adottare strategie di evitamento importanti e/o a sviluppare strutture di personalità, connotate anche da quello che si definisce senso di superiorità.
Si tratta comunque di un complesso processo intrapsichico e di una risposta relazionale correlata al modo in cui si è stati cresciuti e amati così come allo sviluppo emotivo.
Da non dimenticare anche l’importanza del rango sociale vissuto sin da piccolo e soprattutto da adolescente, quando il gruppo assume per sua natura una funzione identitaria fondamentale.
Questo sistema definisce le gerarchie sociali secondo i ranghi di dominanza e di sottomissione che poi possono essere portati avanti diventando modi di vita, di essere, di comportamento, di atteggiamento nella scuola, nel lavoro, nel sociale, nei rapporti interpersonali e/o con il partner, tutto ciò può rappresentare un ostacolo alla creazione di relazioni e legami positivi, sani e soprattutto veri, sinceri e leali.
Se l’individuo, in età adulta, non riesce a trasformare questo sentimento, che come detto nasce in infanzia, (anche a causa di condizioni educativo-ambientali carenti), avrà difficoltà a liberarsi da una concezione negativa di sé. Per compensare questi effetti dirompenti, rischierà di sviluppare uno smisurato senso di superiorità: più è schiacciato dal suo senso di inferiorità, più sogna onnipotenza e dominio.
Dunque, sia l’eccesso che la mancanza di autostima non sono indice di una buona e sana considerazione di sé, dal momento che entrambe le condizioni si configurano come modi rigidi e non adattivi per gestire la bassa fiducia in sé stessi.
La sindrome della maestrina e il complesso di superiorità può manifestarsi in vari disturbi psicologici, anche se è importante notare che non si tratta di una categoria diagnostica formale, anche se tuttavia, alcuni disturbi della personalità possono essere associati alla sua manifestazione e tra questi:
1. Il disturbo narcisistico di personalità: i narcisisti mostrano spesso un senso esagerato di importanza di sé, la necessità di ammirazione e mancanza di empatia.
2. Il disturbo antisociale di personalità: le persone antisociali possono manifestare un senso grandioso del proprio valore e una mancanza di considerazione per i diritti e i sentimenti degli altri.
3. Il disturbo borderline di personalità: le persone con questo disturbo di solito lottano con sentimenti di vuoto e instabilità nell’immagine di sé, possono anche sperimentare fluttuazioni tra sentimenti di superiorità e inferiorità.
4. Il disturbo di personalità paranoica: la paranoia può determinare diffidenza e sospetto diffusi verso gli altri.
Questi comportamenti possono far sentire gli altri inferiori o umiliati, creando un clima di negatività e conflitto anche tra amici, parenti o chi nutre dei sentimenti benevoli di affetto o di amore nei loro confronti.
È importante ricordare che il comportamento di queste persone non riflette necessariamente la realtà e che non si dovrebbe mai accettare un atteggiamento di superiorità come giusto o necessario.
Tornando alle punizioni inflitte agli adulti uno degli atteggiamenti attuali più diffusi è quello attraverso la “chiusura”, comunemente nota in psicologia come trattamento del silenzio o “silent treatment”, è una forma di manipolazione passivo-aggressiva e di abuso emotivo.
Questa dinamica relazionale si manifesta quando una persona interrompe deliberatamente il contatto verbale ed emotivo con un’altra, ignorandola o rifiutandosi di comunicare ai fini di esprimere rabbia o esercitare controllo.
È sicuramente una rievocazione di quando la mamma, a causa di un capriccio, non voleva parlare più con il bambino rifiutando il rapporto.
La finalità di questo comportamento è esclusivamente punitiva: il silenzio non è usato per riflettere, ma per ferire, manipolare e far sentire in colpa l’altra persona.
Il comportamento può provocare conseguenze sulla vittima, soprattutto se questa è particolarmente sensibile, chi subisce questa chiusura prova spesso un profondo senso di impotenza, invisibilità e insicurezza.
È da notare la sostanziale differenza del silenzio punitivo col distacco difensivo, il primo è una forma di cattiveria, di vendetta che mira a infliggere dolore, il distacco difensivo è una scelta consapevole e temporanea per autoproteggersi e gestire la rabbia in modo costruttivo.
Nei rapporti con queste persone serve soprattutto consapevolezza per gestire la cattiveria volontaria, sempre che si desideri continuare nel rapporto, tenuto conto che questa cattiveria può essere legata ad ambiente, cultura e contesti affettivi.
Spesso alla cattiveria si risponde con la malvagità, mentre basterebbe proteggere il proprio benessere psicologico, e per fare questo è fondamentale stabilire confini netti e definire limiti chiari e mantenere sempre la propria dignità.
La cattiveria non può ferire se non le si dà potere!Di base non serve reagire con la stessa moneta, perché la loro è una moneta falsa, inventata!
Buona riflessione
Roberto Kudlicka
