LEONARDO, CINGOLANI E UN PAESE CHE, AL DI LÀ DELLE CHIACCHIERE, SI DISARMA DA SOLO

Roberto Cingolani è stato allontanato da Leonardo e, a quanto pare, la cosa non è stata digerita molto bene dai mercati. Questi ultimi, infatti, contrariamente al clima di grande insicurezza internazionale che, negli anni passati, aveva favorito il titolo della difesa italiana — tanto da portarlo, dall’intervento diretto della Russia in Ucraina nel 2022, a guadagnare un incredibile +900/1000% — hanno fatto registrare, nel giro di due giorni, tra fughe di notizie e conferma dell’addio del CEO, un calo di circa 10 punti percentuali. E come non dar loro torto?

Infatti Cingolani è uno dei pochi uomini veramente adatti a tutte le stagioni: dal governo Draghi, passando per Grillo, fino alla nomina diretta voluta da Meloni e, sempre per volontà di quest’ultima, allontanato. E, se è riuscito ad attraversare indenne tutte queste stagioni, è forse perché, oltre a essere uno dei pochi veri tecnici del settore, fisico di fama internazionale, è anche uno dei pochi che è riuscito a vedere per tempo ciò di cui, più di ogni altra cosa, ha bisogno l’Italia: un sistema di difesa antimissilistico integrato che metta insieme l’intelligenza artificiale, le capacità satellitari e le capacità di fuoco provenienti contemporaneamente dalle tre armi: Aeronautica, Esercito e Marina.

Nello specifico, questo sistema è stato chiamato “Michelangelo – The Security Dome”, in onore del realizzatore della Cappella Sistina e che, come la Cappella, deve ammantare e difendere magnificamente, in maniera capillare, un’intera area, cioè tutta l’Italia.

In altri termini, il “Michelangelo Dome” è la risposta italiana all’“Air Dome” israeliano e, per realizzarlo, non si è esitato a collaborare con la Turchia e la Francia, ma non con gli Stati Uniti; ed è stato forse questo il vero motivo per il quale la Meloni ha distolto il proprio sguardo benevolo dall’ex ministro di Mario Draghi. D’altronde, tale impegno, pur assorbendo notevoli risorse, va in contrasto con il senso del 5% del PIL da spendere in armi, poiché, sia ben chiaro, questi punti di PIL non possono essere spesi alla carlona, cioè con qualsiasi fornitore, purché si tratti di materiale atto alla difesa, ma con specifici fornitori USA: ciò è detto tra le righe.

Non è una questione di alleanza. È una questione di dipendenza. E la dipendenza, in geopolitica, ha un solo nome: subordinazione.

La nostra dipendenza non nasce dalla forza degli altri, ma dalla nostra incapacità di essere autonomi.

A tal riguardo, si ricordi come la Turchia di Erdogan, facente parte della NATO, per aver acquistato nel 2017 n. 2 batterie antiaeree S-400 Triumf dalla Russia, con relativi 200 missili, sia stata sanzionata nel 2020 dagli Stati Uniti in base alla legge americana CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act). Tali sanzioni sono ancora in atto e comprendono anche l’esclusione di Ankara dal programma F-35. Questo per dire quanto sia delicato il tema del rapporto con Washington e di come quest’ultima faccia pressione per tenere sotto scacco i cosiddetti alleati, al netto della presidenza Trump, che in tal senso non è altro che la prosecuzione della politica militare da Obama in poi.

Quindi, chi accusa il governo di essere prono al tycoon dovrebbe prima farsi un’analisi di coscienza, poiché è dall’8 settembre 1943 che l’Italia è in un rapporto di totale sudditanza con gli americani.

Ma se questo è un problema, parzialmente risolvibile con una strategia di lungo termine che preveda uno sganciamento dalla sfera americana, ciò che invece è irrisolvibile, perché dannatamente presente nel nostro DNA, è il pressapochismo e la mancanza di lungimiranza.

Infatti, voglio ricordare a tutti come, durante la Guerra di Spagna, l’Italia consumò una marea di risorse tra aerei, cannoni e scorte, a tal punto da rimanerne sfornita durante la Seconda guerra mondiale. Ebbene, lo stesso errore si è ripetuto, con una leggerezza quasi offensiva, nella guerra in Ucraina. A scapito della nostra sicurezza nazionale abbiamo svuotato i magazzini: M109L, FH70, Puma, M113, carri Ariete, sistemi SAMP/T. Non aiuti: disarmo.

E, se questo esempio non basta, voglio ricordarvi l’altra follia del Beretta MAB 38, uno dei migliori fucili mitragliatori prodotti durante la Seconda guerra mondiale, che, prodotto nel 1938, fu esportato in gran numero, prima dell’entrata in guerra dell’Italia, verso molti paesi sudamericani, lasciandone però stranamente sprovvisto il Regio Esercito che, fino al 1943, lo vide impiegato solo presso i paracadutisti della Folgore e alcuni reparti speciali dei Carabinieri, mentre tutti gli altri avevano ancora il famigerato moschetto 91/38.

Allo stesso modo, sempre sul finire degli anni Trenta, in pochissimi sanno che, al di là della favola che la Marina italiana fosse tecnologicamente arretrata, essa aveva anch’essa il proprio sistema radar denominato EC3/ter Gufo; solo che, per mille beghe interne, non fu utilizzato su larga scala prima del 1943, causando così danni irreparabili alla stessa condotta della guerra.

In Italia non è mai mancata la tecnologia. È sempre mancata la volontà di usarla quando serviva davvero.

Allo stesso modo, oggi, frenando su una nostra “Michelangelo Dome”, sistema non pienamente conosciuto dagli americani, compiamo un errore inimmaginabile, perché, fin quando compreremo armi dagli Stati Uniti, o sistemi d’arma a loro noti, saremo sempre sotto il loro dominio geopolitico.

Il primo passo per la vera indipendenza non è avere un esercito europeo, ma avere un esercito come quello iraniano, cioè un esercito che si costruisce da solo le proprie armi e ne custodisce segretamente pregi e difetti.

L’ottimo carro Ariete era, ed è, un esempio di questa giusta mentalità: la libertà non si proclama. Si costruisce. E si difende. Da soli.

Lorenzo Valloreja

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