NETANYAHU E IL RITORNO DEI GUELFI E GHIBELLINI

Nel capitolo 3 dell’Ecclesiaste si può leggere: “Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo… un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace”. E in questo momento è giunto anche il nostro tempo: non solo per criticare, come sempre abbiamo fatto per onestà intellettuale, ma anche per distaccarci da chi aveva destato in noi iniziali speranze e che, per scelte obbligate, sta praticamente gettando il bambino con tutta l’acqua sporca.

Nello specifico, sto parlando del Presidente Donald Trump, che con le sue dichiarazioni contro Papa Leone si sta letteralmente isolando, con grande piacere di Benjamin Netanyahu, croce e delizia della propria avventura politica.

Perché, se già in altri articoli avevo paventato l’ipotesi che l’unica cosa che potesse nuocere al sovranismo fosse l’accoglimento, nel proprio seno, dei sionisti messianisti, ora, con il bailamme sollevato dalla guerra in atto tra USA e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, ne ho l’assoluta certezza.

Infatti, se vogliamo dirla tutta ed essere franchi, all’amministrazione Trump, così come a tutte le altre precedenti amministrazioni, non gliene è mai importato nulla del fatto che l’Iran si dotasse o meno della bomba atomica: ciò che interessava a Washington è come questa eventualità potesse incidere sulla sicurezza e sull’equilibrio dei propri alleati e partner in quel quadrante, Israele in primis, perché con Tel Aviv chiaramente c’erano e ci sono legami culturali profondissimi, ma ancor più economici e strategici.

Dunque, siccome l’adagio “Parigi val bene una messa” non è una boutade estemporanea ma, al contrario, ha una valenza universale, se gli Stati Uniti avessero avuto un Iran dipendente e cliente degli USA per le proprie centrali nucleari, o per gran parte di esse, come infatti è stato ai tempi dello Scià tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso, nulla avrebbero avuto da dire sul programma nucleare iraniano, che, per inciso, era destinato, alla fine della fiera, alla creazione, allora come oggi, del primo ordigno nucleare di Teheran, giacché la Persia, dalla notte dei tempi ad oggi, è uno dei principali estrattori e fornitori di gas e petrolio mondiali, rendendo per questo inutile e fuori luogo la tecnologia nucleare civile.

Ed è per questa finalità, unita alla volontà dello Scià Mohammad Reza Pahlavi di avere il quarto esercito più grande al mondo, che gli Stati Uniti voltarono lo sguardo dall’altra parte nel momento in cui la Repubblica islamica prendeva il potere.

Dunque, per Washington, come abbiamo visto in precedenza a Caracas, con buona pace di Reza Ciro, l’uno vale l’altro: la variabile è data solo dal regime, a seconda che possa o meno fare gli interessi della Casa Bianca. In questo caso, oltre al nucleare, ciò che conta è una cosa sola: a chi l’Iran vende gas e petrolio. Non all’India. Men che meno alla Cina.

A questo serviva il cosiddetto avvicendamento tra le classi dirigenti dell’Iran. Ed è per questo che una qualsiasi amministrazione americana, al di là della vulgata odierna, avrebbe dato egualmente seguito alla follia israeliana.

Ma qui c’è un’aggravante.

Trump è politicamente vivo grazie ai sionisti americani. E per loro non solo ha dovuto accettare un’agenda, ma ha anche dovuto sacrificare la propria figlia, dandola in sposa a uno dei principali esponenti della finanza ebraica newyorkese e accettandone la conversione.

Un fatto che, per un presidente americano di un secolo fa, sarebbe stato semplicemente impensabile.

Ma, segno dei tempi, tutto questo è passato nel silenzio.

Così come è passato nel silenzio che il Likud sia entrato nel novero delle forze sovraniste.

Un tempo i presidenti del Nuovo Mondo si facevano massoni. Oggi, che anche quella struttura è in crisi, si preferisce altro.

E il caso dell’argentino Milei è la cartina di tornasole di quanto sta accadendo.

Così come lo è il silenzio dei partiti conservatori europei dopo il 7 ottobre: nessun dubbio. Nessuna critica. Neanche di fronte a umiliazioni o attacchi contro militari di Paesi alleati.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché?

Perché ciò che doveva essere fatto non è mai stato fatto.

Non convocare un ambasciatore. Ma sanzionare.

Non protestare. Ma reagire.

E invece nulla.

Così, un passettino alla volta, tutto diventa possibile.

Anche attaccare un Paese nel mezzo di un cessate il fuoco.

Anche ignorare mediazioni internazionali.

Anche forzare ogni limite.

Ma ai sionisti messianici questo non interessa.

Perché il loro scopo non è la pace. È il disordine.

Scatenare l’Armaghedon. Accelerare.

Forzare.

E la fretta, in geopolitica, è sempre una cattiva consigliera.

Soprattutto per Trump.

Irritato.
Pressato.
Convinto di poter piegare il contesto.

Ma senza coordinarsi.

E il risultato è evidente.

Francia e Gran Bretagna inviano navi nello stretto di Hormuz. Non per chiuderlo. Ma per tenerlo aperto.

In contrasto con Washington.

E se i gesti hanno un peso, allora qualcosa si è rotto.

Non siamo in guerra con gli Stati Uniti.

Non ancora.

Ma gli Stati Uniti non sono mai stati così isolati.

E questo isolamento non è solo geopolitico.

È anche simbolico.

Perché quando una potenza perde il controllo, finisce per colpire ciò che non può controllare.

Ed è qui che si arriva allo scontro con il Papa.

Non una polemica.

Un segnale.

Perché Trump può attaccare chiunque.

Ma quando attacca Papa Leone, cambia il piano.

Perché il Papa non governa.

Il Papa parla.

E dice la verità.

Anche quando disturba.

Anche quando scandalizza.

“Dio non ascolta le preghiere dei guerrafondai.”

“Fermatevi.”

Parole semplici.

Ma insopportabili.

E allora arriva la reazione.

Attacchi.
Insulti.
Delegittimazione.

Segno evidente che il problema non è politico.

È morale.

Perché quando il potere arriva a colpire il Vangelo, non è più forza.

È debolezza.

E se i gesti hanno un peso, la domanda è inevitabile.

Che cosa sta accadendo davvero?

Non siamo ancora in guerra.

Ma qualcosa si è spezzato.

E quando il potere perde il limite, diventa pericoloso.

E allora, richiamo storico per richiamo storico, la scelta è inevitabile.

Non sto con l’imperatore.

Sto con chi dice: fermatevi.

Mi dico, senza esitazione, guelfo.

Lorenzo Valloreja

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