Femminicidio e omicidio: la differenza che divide l’Italia

Ogni volta che si parla di femminicidio, il dibattito si accende. C’è chi sostiene che sia una categoria necessaria per comprendere una specifica forma di violenza e chi, al contrario, ritiene che un omicidio sia un omicidio e che aggiungere etichette significhi creare differenze artificiali tra le vittime.

La verità è che il confronto pubblico spesso si arena su un equivoco: si confondono due piani diversi, quello giuridico e quello sociale.

Dal punto di vista penale, l’omicidio è l’uccisione di una persona da parte di un’altra persona. La legge punisce il fatto. Il sesso della vittima, di per sé, non cambia la natura fondamentale del reato. Un uomo ucciso è vittima di omicidio. Una donna uccisa è vittima di omicidio. Su questo non esiste controversia.

Il termine femminicidio nasce però per descrivere qualcosa di diverso. Non indica semplicemente una donna che muore. Indica una donna che viene uccisa perché donna, oppure all’interno di una dinamica di possesso, controllo, dominio o rifiuto della sua libertà. È un concetto che cerca di spiegare il movente culturale e relazionale che sta dietro ad alcuni delitti.

È qui che emerge la differenza.

Se un rapinatore uccide una donna durante una rapina, siamo davanti a un omicidio. Se un ex compagno uccide una donna perché non accetta la fine della relazione, perché non tollera la sua autonomia o perché considera quella persona una proprietà da cui non può essere separato, molti studiosi e osservatori parlano di femminicidio.

La distinzione non riguarda il valore della vittima. Ogni vita umana ha lo stesso valore. Riguarda invece la comprensione del fenomeno.

Chi rifiuta il termine femminicidio teme che si costruisca una gerarchia del dolore, come se l’assassinio di una donna fosse più grave di quello di un uomo. È una preoccupazione legittima. In uno Stato di diritto la vita non può avere prezzi diversi.

Chi difende il termine, invece, sostiene che senza una parola specifica diventa impossibile riconoscere una realtà statistica e sociale precisa: una quota significativa di donne viene uccisa da partner, ex partner o familiari all’interno di dinamiche che hanno caratteristiche ricorrenti e diverse da molte altre forme di omicidio.

Il punto decisivo è comprendere che il termine non nasce per stabilire che una vittima valga più di un’altra. Nasce per identificare un fenomeno.

La lingua funziona così. Non inventiamo parole per creare privilegi, ma per descrivere realtà che altrimenti resterebbero indistinte. Esistono parole diverse per terrorismo, mafia, genocidio e strage non perché alcune vittime contino più di altre, ma perché le cause, le dinamiche e gli obiettivi dei crimini sono differenti.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere se ogni femminicidio sia un omicidio. Lo è, inevitabilmente. La domanda è se ogni omicidio di una donna sia un femminicidio. E la risposta è no.

Confondere i due concetti non aiuta né chi denuncia la violenza di genere né chi difende il principio dell’uguaglianza davanti alla legge. Serve invece una discussione più rigorosa, meno emotiva e più onesta.

Perché una comunità matura non ha paura delle parole. Ha paura soltanto della confusione.

E nel dibattito sul femminicidio, oggi, la confusione è diventata il vero problema.


SAVINO SARNO

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