a verità giudiziaria sulla morte delle quaranta persone precipitate il 28 luglio di tredici anni fa a bordo del bus dal viadotto “Acqualonga” dell’A16 Napoli-Canosa nel territorio del comune di Monteforte Irpino (Avellino) è stata consegnata definitivamente nell’aprile dell’anno scorso dai giudici della Corte di Cassazione: nove condanne, a partire da quella a sei anni di reclusione per l’ex Ad di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, che in primo grado, nel processo di Avellino, era stato assolto.
Le vittime tornavano a Pozzuoli (Napoli), dove risiedevano, dopo una gita di alcuni giorni nei luoghi di san Pio da Pietrelcina.
Nel pomeriggio, le vittime saranno ricordate davanti al monumento eretto ai piedi del viadotto dai sindaci di Monteforte Irpino, Fabio Siricio, e dal sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni.
Oltre a Castellucci, sono stati condannati anche altri sei ex dirigenti della società: Nicola Spadavecchia (sei anni); Giulio Massimo Fornaci (sei anni); Paolo Berti (cinque anni e sei mesi); Michele Renzi (cinque anni); Bruno Gerardi (cinque anni); Gianluca De Franceschi (tre anni).
La condanna più alta è stata inflitta a Gennaro Lametta, il proprietario del bus alla cui guida trovò la morte il fratello Ciro: nove anni di reclusione.
Condannata a quattro anni anche Antonietta Ceriola, funzionaria della Motorizzazione Civile di Napoli che avrebbe falsamente attestato la avvenuta revisione del bus. Nella sentenza della Suprema Corte, in relazione alla posizione di Castellucci, si legge che l’ex ad di Autostrade “è ritenuto responsabile di una precisa politica aziendale carente sulla sicurezza per non aver inserito la riqualificazione e la manutenzione delle barriere del viadotto Acqualonga nel piano pluriennale approvato dal Cda nel dicembre del 2008”.
