Io sono abruzzese, ma amo Napoli. Forse è l’unica città, insieme a Genova, dove eventualmente sceglierei di risiedere senza problemi. Perché? Perché amo le città di mare e mi sento profondamente uomo del Sud.
Quindi, se muovo una critica a Napoli o ai napoletani, non se ne abbiano a male i nostri amici campani: lo faccio a fin di bene. Dunque, prendetela come un’osservazione da parte di un vostro parente o, se preferite, di un amico di famiglia. Ma, in certi casi, tacere rende complici del misfatto, e io non voglio essere complice di quello che sta per succedere, o che molto probabilmente potrebbe accadere, a Pozzuoli e in tutto il resto del Golfo di Napoli.
Quella è una terra bellissima, da sogno, baciata dal sole e dal mare, ma è anche una terra maledetta, perché in appena 30 chilometri di raggio vi sono un vulcano, il Vesuvio, che ha eruttato l’ultima volta nel 1944; una caldera attiva da almeno 100 mila anni, i Campi Flegrei; e un complesso sistema vulcanico che interessa il Golfo, dall’isola di Ischia all’isola di Procida, dove si possono contare almeno 20 vulcani monogenici.
E allora, con le conoscenze di oggi e le moderne tecnologie, dobbiamo avere il coraggio di dirci le cose in faccia, per quanto brutale e scomoda possa essere la verità: i comuni intorno ai Campi Flegrei dovrebbero essere tutti evacuati in maniera permanente. La popolazione, cioè, non dovrebbe più farvi ritorno e dovrebbe essere trasferita altrove, in quanto nel sottosuolo c’è una bomba a orologeria che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, causando non migliaia di morti, ma milioni.
Mettere la testa sotto la sabbia non servirebbe a nessuno: né alla popolazione che corre questo pericolo, né alle autorità, che sarebbero certamente chiamate a rispondere della loro incompetenza e del loro immobilismo.
Voglio ricordare a tutti che i terremoti non si possono prevedere, ma, con le moderne tecniche di costruzione, si possono ridurre di molto i devastanti esiti di un sisma, sia per quanto riguarda il numero delle vite umane salvate, sia per quanto riguarda la salvaguardia degli edifici e delle infrastrutture. I terremoti che si verificano nella caldera dei Campi Flegrei, però, non sono di origine tettonica, bensì bradisismica, cioè provengono dal “respiro” del vulcano: si parla di bradisismo positivo quando il terreno si alza, ed è questo fenomeno a generare i terremoti in questione; mentre si parla di bradisismo negativo, o subsidenza, quando il terreno si abbassa, senza generare terremoti.
Ma i terremoti non sono l’unico fenomeno che può essere generato dal bradisismo positivo: nei casi più rari si possono avere, dopo i terremoti, vere e proprie esplosioni piroclastiche, come quelle potentissime di 39 mila anni fa, la cosiddetta Ignimbrite Campana, e di 15 mila anni fa, quella del cosiddetto Tufo Giallo Napoletano, che insieme seppellirono il Golfo di Napoli sotto ben 100 metri di tufo, materiale successivamente estratto per costruire la città di Napoli — si pensi alla Napoli sotterranea — così come tutte le altre città limitrofe.
Ad onor del vero, negli ultimi 15 mila anni ci sono state circa 70 eruzioni e, di queste, solamente tre o quattro sono state violente come quelle sopra descritte. Ma un territorio così attivo non può pensare che, da qui a un tempo indeterminato, un’esplosione devastante non si verifichi più, perché questo è impossibile: non sappiamo dove di preciso, non sappiamo quando, ma prima o poi succederà di certo.
Gli esperti concordano sul fatto che l’ipotesi più probabile nell’immediato sia quella di una nuova esplosione vulcanica come quella che fece nascere il Monte Nuovo, un evento classificato di medio-bassa intensità. Nelle notti che precedettero il 29 settembre 1538 si verificarono diverse scosse di terremoto nei Campi Flegrei. Poi, tra il 29 e il 30 settembre dello stesso anno, avvenne un’eruzione in loco talmente potente che, in pochissimo tempo, si formò un nuovo cono vulcanico, alto circa 130 metri, che prima non esisteva e che ancora oggi è lì, con il nome di Monte Nuovo.
E questa nuova collina non sorse certo senza provocare danni. Il piccolo abitato termale di Tripergole, che si trovava presso il lago d’Averno, venne sostanzialmente sepolto e distrutto dai prodotti dell’eruzione. Vi si trovavano edifici, strutture termali e un ospedale. Il Monte Nuovo sorse proprio nell’area precedentemente occupata dall’abitato. Ceneri, lapilli e altri prodotti piroclastici ricoprirono terreni agricoli, vigneti e coltivazioni, con depositi particolarmente consistenti nelle immediate vicinanze della nuova bocca eruttiva.
Le scosse che precedettero e accompagnarono l’eruzione, insieme alla caduta dei prodotti vulcanici, provocarono danni nell’area di Pozzuoli e nei centri circostanti. Cambiarono anche l’assetto della costa e l’idrografia locale. Fortunatamente, però, una parte consistente della popolazione si era già allontanata proprio a causa della fortissima attività sismica precedente. Le vittime attribuite alla fase finale dell’eruzione persero invece la vita dopo essersi avvicinate al nuovo vulcano, spinte dalla curiosità e dalla convinzione che l’attività eruttiva fosse ormai terminata.
Ebbene, oggi che le zone agricole si sono drasticamente ridotte a favore delle aree residenziali e degli insediamenti artigianali e industriali, le vittime e i danni non sarebbero certamente maggiori? Ma soprattutto, considerata la persistente attività dei Campi Flegrei e tenendo conto che quello del 1538 è stato un fenomeno di medio-bassa intensità, dopo quasi cinquecento anni dall’ultima eruzione e considerando che dal 2005 stiamo assistendo ininterrottamente, nell’area di Pozzuoli, al cosiddetto fenomeno del bradisismo positivo, che ha fatto sì che la zona epicentrale si sia alzata di ben 140 centimetri, non è ragionevole domandarsi se, prima o poi, un fenomeno simile possa verificarsi nuovamente?
E se questi sono i danni provocati da un fenomeno di medio-bassa intensità, che cosa mai potrebbe accadere nella peggiore delle ipotesi, cioè con l’esplosione di cui abbiamo parlato prima?
Secondo i dati acquisiti dal passato ed elaborati dai migliori vulcanologi, potrebbe verificarsi un’esplosione piroclastica, preceduta da diversi terremoti, che potrebbe dar luogo a una colonna di ceneri e vapori alta fino a 20 chilometri. A seguito del collasso della stessa, dovuto al raffreddamento in quota, si potrebbe verificare il cosiddetto fenomeno delle “nubi ardenti”.
Queste nubi ardenti possono avere un potere distruttivo notevole, perché possono viaggiare a diverse centinaia di chilometri orari, raggiungendo temperature di oltre 500 gradi. In questo caso, tutta l’area di Pozzuoli, Agnano, Quarto, Bagnoli e Fuorigrotta, e tutto ciò che si trova fino al rilievo di Posillipo, sarebbe invasa da questi flussi piroclastici. Le ceneri più sottili e leggere potrebbero essere trasportate dal vento per decine o centinaia di chilometri. In un’eruzione di media intensità, anche nella zona gialla, e dunque a Napoli, sui tetti potrebbero depositarsi fino a 30 centimetri di cenere, con il conseguente rischio di crollo degli stessi.
Si tenga altresì presente che, nell’eruzione che distrusse Ercolano e Pompei, il Vesuvio emise all’incirca 4 chilometri cubi di materiale vulcanico, mentre, nella peggiore delle ipotesi per i Campi Flegrei, il volume di materiale vulcanico emesso potrebbe addirittura raggiungere i 100-150 chilometri cubi.
Questo, ribadiamolo, è lo scenario meno atteso. I Campi Flegrei, insieme al Vesuvio, sono tra i sistemi vulcanici meglio monitorati al mondo. L’ipotesi appena descritta si rifà a quanto accadde circa 4.500 anni fa con quella che, in gergo vulcanologico, viene chiamata eruzione di Agnano-Monte Spina: uno scenario estremo, di fronte al quale, nelle aree investite dai flussi piroclastici, non ci sarebbe possibilità di salvezza.
Ma che cosa prevede, invece, l’attuale Piano di evacuazione nell’ipotesi di un nuovo fenomeno del tipo Monte Nuovo? Prevede lo sgombero della zona rossa in 72 ore. Il problema è che oggi, in quella zona, vivono circa mezzo milione di persone, con qualcosa come 290 mila automobili. Organizzare un esodo di tali proporzioni in così poco tempo è qualcosa che si fa persino fatica a immaginare.
Con il bradisismo degli anni Ottanta è già suonata la campanella d’allarme. D’altronde, si verificarono ben 10 mila eventi sismici e, proprio in quegli anni, era ancora vivissimo il ricordo del terremoto dell’Irpinia e della Basilicata, che aveva causato circa 3 mila vittime. Poi sono trascorsi quarant’anni e, da parte delle istituzioni, non è stato fatto più nulla.
Nel 1983 furono evacuate migliaia di famiglie: alcune vennero trasferite in altre province della Campania, altre furono spostate in nuovi caseggiati, ma sempre all’interno della zona rossa. Quando poi la crisi passò, centinaia di famiglie tornarono nelle loro vecchie case come se nulla fosse accaduto. Ed è proprio qui che sta l’errore: questa storia non finirà mai.
Tutto questo è accaduto perché, benché il fenomeno del bradisismo a Pozzuoli fosse noto da secoli, si è continuato a costruire e a vivere come se non ci fosse un domani. Pozzuoli, negli anni Settanta, è passata da circa 35 mila abitanti a oltre 70 mila, mentre Napoli presenta una densità abitativa per chilometro quadrato elevatissima. Gli edifici abusivi intorno alla zona rossa rappresenterebbero circa il 20% del totale.
Ma non solo. Persino importanti opere pubbliche e strade attraversano antichi apparati vulcanici.
Eppure, a ricordarci da secoli la natura di questo territorio, ci sono persino le colonne del cosiddetto Tempio di Serapide o, se preferite, del Macellum di Pozzuoli, l’antico mercato pubblico della Puteoli romana.
Quelle colonne costituiscono una sorta di straordinario registratore geologico naturale. Su di esse sono ancora visibili i fori lasciati dai litodomi, meglio conosciuti come “datteri di mare”. Questi molluschi vivono nella fascia marina e, proprio per questo, le tracce della loro presenza sulle colonne testimoniano che quelle strutture, oggi emerse, in passato sono state raggiunte dalle acque del mare.
Morale della favola: laddove troviamo i fori dei litodomi, sappiamo che, in una determinata fase storica, arrivava il mare. È la testimonianza materiale del fatto che il Macellum convive con il “respiro” della caldera flegrea da molti secoli, subendo gli innalzamenti e gli sprofondamenti del terreno provocati dal bradisismo.
Fino al IV-V secolo d.C. le colonne rimasero sostanzialmente fuori dall’acqua; successivamente, poco alla volta, il terreno si abbassò rispetto al livello del mare, raggiungendo nel Medioevo una forte sommersione. Poi iniziò nuovamente la risalita, culminata nella grande fase di sollevamento che precedette l’eruzione del 1538. In seguito il terreno tornò a sprofondare, per poi ricominciare ancora una volta a risalire.
Su e giù. Giù e su. Per secoli.
Ed è precisamente ciò che sta accadendo ancora oggi.
Il problema, dunque, non è chiedersi se i Campi Flegrei continueranno a respirare. Lo fanno da migliaia di anni e continueranno a farlo indipendentemente dalla nostra volontà. Il problema è stabilire se mezzo milione di persone debba continuare a vivere sopra quel respiro.
La natura non conosce piani regolatori, condoni edilizi, campagne elettorali o interessi economici. Quando arriverà il momento, farà semplicemente ciò che ha sempre fatto. E allora nessuno potrà dire che non lo sapevamo.
Ecco perché occorrerebbe varare immediatamente un piano nazionale, vincolante, progressivo e irreversibile per il decongestionamento demografico delle aree maggiormente esposte dei Campi Flegrei. Un piano che dovrebbe partire da subito, non fra dieci, venti o trent’anni, pur nella consapevolezza che il completo trasferimento di una popolazione così numerosa richiederebbe inevitabilmente tempo.
Il principio dovrebbe essere semplice: da domani non una persona in più nella zona a maggiore rischio e, anno dopo anno, sempre una persona in meno. Stop a nuove costruzioni residenziali; progressiva acquisizione pubblica degli immobili lasciati volontariamente; incentivi economici realmente convenienti per chi decide di trasferirsi; graduale delocalizzazione di attività produttive, scuole e servizi; nessun nuovo investimento pubblico destinato ad aumentare stabilmente la popolazione residente.
E qui quello che appare come un problema potrebbe persino trasformarsi in un’opportunità. L’Italia è piena di territori che stanno morendo per spopolamento: il Molise, la Basilicata, la Sardegna interna, la Calabria e le aree interne della stessa Campania e dell’Abruzzo. Perché non offrire alle famiglie che decidessero volontariamente di lasciare la zona rossa abitazioni, incentivi, servizi e concrete opportunità di lavoro proprio in questi territori?
Ciò comporterebbe la riapertura, in quelle aree, di scuole, caserme dei Carabinieri e uffici postali, nonché la riattivazione o la creazione di nuove aree produttive. Insomma, consentirebbe non soltanto di salvaguardare la vita di moltissime persone, ma anche di rivitalizzare territori che stanno progressivamente perdendo popolazione, servizi e attività economiche.
Non sto proponendo di caricare domani mattina mezzo milione di persone sugli autobus e disperderle per l’Italia. Sto proponendo esattamente il contrario dell’immobilismo: cominciare domani mattina. Il risultato finale potrà richiedere decenni, ma ogni famiglia trasferita significherebbe alcune persone in meno da evacuare nel momento in cui dovesse arrivare un’emergenza reale.
Il tempo necessario per completare l’opera, dunque, non può diventare l’alibi per non cominciarla. Perché trent’anni passano comunque: la differenza è stabilire se, alla fine di quei trent’anni, avremo progressivamente ridotto il problema oppure avremo trascorso altri trent’anni a fingere che non esista.
Perché qui non stiamo parlando semplicemente di terremoti, i cui effetti possono essere contrastati attraverso un’edilizia più moderna e consapevole, ma di esplosioni vulcaniche che, per quanto raramente, nel corso del tempo si verificano.
Nessuno vive sulla caldera di Yellowstone, né si costruiscono città all’interno di un wadi soggetto a eventi distruttivi. Non si capisce, dunque, perché Pozzuoli e le altre città dell’area, pur conoscendo il rischio che corrono, debbano necessariamente rimanere lì.
Il territorio progressivamente svuotato potrebbe diventare un grande parco della memoria, con strutture turistiche facilmente evacuabili, ma nulla più.
E se non siamo disposti neppure a prendere in considerazione questa possibilità, allora vuol dire che non siamo sapiens, ma semplicemente giocatori di roulette russa.
Lorenzo Valloreja
