In Sassonia-Anhalt l’AfD ha vinto. Senza se e senza ma. Ha vinto contro il sistema politico, mediatico e culturale che da anni la demonizza. Ha vinto alla faccia degli europeisti benpensanti e dei globalisti che continuano a scambiare i propri desideri per la realtà.
Così, mentre leggo i commenti dei giornalisti e dei cosiddetti esperti, torno a imbattermi nella solita spiegazione: certi partiti e certe formazioni sarebbero nati e cresciuti proprio grazie alla stampa e ai mass media che, parlandone continuamente — sia pure per attaccarli — avrebbero finito per regalare loro una formidabile pubblicità.
E, quasi per osmosi, il pensiero torna immediatamente alle cose italiane e al paragone, ormai inevitabile, con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.
Ma sono soprattutto le reazioni della nostra politica ad avermi fatto sorridere.
I parlamentari di Fratelli d’Italia e l’onnipresente Italo Bocchino, con notevole astuzia, si sono idealmente e retoricamente affiancati all’AfD senza mai nominare l’ex generale del Col Moschin. Il messaggio è piuttosto trasparente: i veri interpreti italiani della politica anti-immigrazione saremmo noi; in Europa continua a soffiare un vento di destra e quel vento, naturalmente, continuerebbe a gonfiare le vele di Giorgia Meloni.
Poi c’è Matteo Salvini.
Domenica mattina, quando ancora le urne non avevano pronunciato il loro verdetto, il leader della Lega aveva già inviato un messaggio ad Alice Weidel: un augurio, certamente, ma anche un segnale politico che guardava ben oltre i confini tedeschi. Basta utilizzare Alternative für Deutschland come uno spauracchio, il voto va rispettato. E, arrivati i risultati, Salvini ha potuto esultare: «Un’altra Europa è possibile».
Peccato per un piccolo particolare.
Appena due anni fa, nel maggio del 2024, proprio Salvini e Marine Le Pen furono protagonisti dell’improvviso strappo politico che portò AfD fuori dal gruppo europeo Identità e Democrazia. Il casus belli furono le dichiarazioni di Maximilian Krah sulle Waffen-SS. AfD provò persino a scaricare il proprio capolista, chiedendo che fosse lui soltanto a essere espulso dal gruppo. Non servì: il 23 maggio l’intera delegazione tedesca venne messa alla porta.
E Giorgia Meloni?
Anche lei, ben prima dello strappo della Lega e del Rassemblement National, aveva tracciato una linea rossa. Il 4 gennaio di quell’anno, infatti, interrogata sulla possibilità di un’alleanza europea con AfD, fu inequivocabile: «Mi pare evidente che con AfD ci siano delle distanze insormontabili, a partire dal tema dei rapporti con la Russia».
Distanze, si badi bene, non difficili da colmare: «insormontabili».
E oggi, come se nulla fosse, tutti sembrano voler beneficiare del risultato dell’AfD: un clamoroso 43,8% dei consensi e 39 seggi conquistati nel nuovo Parlamento del Land. Non abbastanza per raggiungere da sola la maggioranza assoluta, fissata a quota 42, ma certamente sufficienti per tentare di costruirne una.
Ed è qui che entrano in scena i cosiddetti «rosso-bruni» del BSW di Sahra Wagenknecht: una sinistra populista che, sull’immigrazione, sulla Russia e nella critica all’establishment, presenta punti di contatto sorprendenti con AfD. Alle urne il BSW ha ottenuto un buon 5,3% dei consensi, pari a cinque seggi.
AfD e BSW, insieme, arriverebbero dunque a 44 parlamentari: due in più dei 42 necessari per governare.
E allora la domanda diventa inevitabile: davvero possiamo continuare a raccontarci che, in tutti questi anni, in Germania non sia successo nulla? Che Angela Merkel sia stata una grande statista e che tutti i problemi tedeschi siano cominciati soltanto dopo la sua uscita di scena? Che il 43,8% dell’AfD e il 5,3% del BSW siano semplicemente il prodotto della propaganda, della narrazione dei social, dell’ignoranza degli elettori o, magari, dell’ennesima e immancabile “interferenza russa”?
Oppure quei numeri ci stanno dicendo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile da ammettere: che una parte enorme della Germania non crede più nel modello politico, economico e sociale che le è stato imposto e raccontato come l’unico possibile?
Ma d’altronde come potrebbe?
Per comprenderlo bisogna andare per ordine.
1. La Germania, dopo essere entrata in recessione nel 2023 (?0,9%), vi è rimasta nel 2024 (?0,5%). Nel 2025 ne è uscita soltanto tecnicamente, con un impercettibile +0,2%, mentre l’industria manifatturiera ha continuato a contrarsi per il terzo anno consecutivo (?1,3%). In altre parole: dopo il 2022 la locomotiva industriale d’Europa si è sostanzialmente fermata.
2. I tedeschi se ne vanno. Nel solo 2025 ben 288.579 cittadini tedeschi hanno lasciato il Paese, contro 191.890 che vi sono entrati o rientrati: un saldo negativo di 96.689 persone. È il dato peggiore degli ultimi anni e non si tratta di un fenomeno episodico: secondo l’Ufficio federale di statistica, dal 2005 la Germania registra ogni anno un saldo migratorio negativo dei propri cittadini. Soltanto tra il 2022 e il 2025 oltre un milione di tedeschi ha lasciato il Paese e, anche tenendo conto dei rientri, la Germania ne ha persi per emigrazione netta circa 335.000.
3. La Germania invecchia. E lo fa nonostante decenni di politiche rivolte al sostegno della famiglia, alla conciliazione tra maternità e lavoro e all’occupazione femminile. E questo dovrebbe almeno indurci a mettere in discussione uno dei dogmi delle nostre società: che la denatalità sia essenzialmente un problema economico e che bastino più asili, più servizi, più occupazione femminile e maggiori trasferimenti alle famiglie per tornare a fare figli.
Evidentemente non basta.
Il problema sembra essere molto più profondo e investire il modello stesso delle società europee contemporanee: il modo in cui concepiamo la famiglia, il lavoro, la realizzazione personale, il rapporto tra le generazioni e, in ultima analisi, il futuro. Perché una società che diventa più ricca, più istruita, più emancipata e più protetta, ma continua a fare sempre meno figli, ci obbliga almeno a domandarci se la crisi demografica non sia, prima ancora che economica, una crisi culturale e antropologica.
4. La Germania ha distrutto il proprio modello energetico. Ha scelleratamente rinunciato al nucleare, spegnendo il 15 aprile 2023 le ultime tre centrali ancora operative proprio mentre l’Europa attraversava la più grave crisi energetica degli ultimi decenni. Ha rinunciato al Nord Stream 2, bloccandone la certificazione già nel febbraio 2022; ha progressivamente tagliato i ponti energetici con la Russia e, con essi, quel rapporto privilegiato che per anni aveva consentito all’industria tedesca di disporre di enormi quantità di energia a prezzi competitivi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Oggi la Germania, la patria della Volkswagen, della Mercedes e della BMW, ha la terza benzina più cara dell’intera Unione Europea: 2,24 euro al litro, dietro soltanto alla Danimarca e ai Paesi Bassi. Persino l’Italia, con 2,02 euro, costa meno. E sul diesel la situazione cambia poco: 2,23 euro al litro, quarto prezzo più alto dell’Unione.
5. La Germania ha messo in crisi la propria industria simbolo: l’automobile. Per inseguire la decarbonizzazione e la progressiva eliminazione del motore termico, Berlino ha accettato di mettere sotto pressione proprio quel patrimonio industriale, tecnologico e occupazionale sul quale aveva costruito buona parte della propria potenza economica.
Volkswagen, Mercedes, BMW, Porsche e l’immensa filiera della componentistica tedesca erano diventate giganti mondiali perfezionando per decenni il motore a combustione; poi la politica europea ha deciso che quella tecnologia avrebbe dovuto essere progressivamente abbandonata.
E il conto sta arrivando.
Nel primo semestre del 2026 gli occupati dell’automotive tedesco sono scesi a 691.500: 42.300 posti in meno in appena dodici mesi e il livello più basso registrato dal 2005, da quando esiste l’attuale serie statistica. La stessa VDA avverte che, proseguendo lungo l’attuale quadro regolatorio, entro il 2035 il settore potrebbe aver perso complessivamente circa 225.000 posti rispetto al 2019.
E non perché la Germania non sappia costruire automobili elettriche — nel 2025 ne ha prodotte la cifra record di 1,67 milioni — ma perché un’auto elettrica richiede meno componenti e meno lavoro, mentre una quota crescente della nuova catena del valore, dalle batterie alle tecnologie strategiche, vede l’Europa inseguire la Cina.
La patria dell’automobile ha insomma deciso di abbandonare la tecnologia nella quale possedeva un vantaggio competitivo mondiale per disputare una gara nuova nella quale il suo principale concorrente, la Cina, era già partito davanti.
E lo ha fatto contemporaneamente alla rinuncia al nucleare, alla perdita dell’energia russa a basso costo e all’aumento dei costi di produzione.
Chiamarla semplicemente «transizione ecologica» significa raccontare soltanto metà della storia.
6. La Germania ha scoperto che l’integrazione non è soltanto una questione economica.
Per anni ci è stato spiegato che il problema dell’immigrazione fosse essenzialmente questo: accogliere persone in grado di lavorare, istruirle, insegnare loro la lingua, inserirle nel sistema produttivo e trasformarle in contribuenti.
E la Germania, bisogna riconoscerlo, ha investito enormemente in questo modello. Con l’arrivo di centinaia di migliaia di siriani e di altre popolazioni provenienti dal Medio Oriente, Berlino ha messo in campo corsi di lingua, formazione professionale, politiche di inserimento lavorativo e un gigantesco apparato di welfare.
E i risultati economici, almeno in parte, sono arrivati. Tra i profughi siriani giunti nel 2015, nove anni dopo circa il 65% risultava occupato, considerando dipendenti e autonomi. Molti lavorano ormai in settori qualificati, essenziali o caratterizzati da carenza di personale.
Eppure l’immigrazione continua a essere uno dei principali terreni di frattura della società tedesca.
Perché?
Forse perché avere un lavoro, pagare le tasse e conoscere la lingua sono condizioni indispensabili per integrarsi, ma non sono necessariamente sufficienti per sentirsi parte della stessa comunità.
Integrare non significa soltanto trovare un posto di lavoro a chi arriva. Significa mettere in relazione persone portatrici di religioni, costumi, concezioni della famiglia, del ruolo della donna, dell’autorità e della comunità che possono essere profondamente differenti.
E quando tutto questo avviene attraverso numeri enormi e concentrati in pochissimi anni, persino una macchina statale potente come quella tedesca può trovarsi davanti a tensioni che il denaro, il welfare e l’occupazione, da soli, non sono in grado di cancellare.
La storia, ancora una volta, avrebbe qualcosa da insegnarci. Regno di Napoli docet.
Per secoli nel Mezzogiorno sono arrivate popolazioni diverse: greci, albanesi, slavi e comunità provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico. Di quelle origini sono rimaste tracce profonde nei dialetti, nella cucina, nei cognomi, nelle tradizioni e, in alcuni casi, persino nel rito religioso. Ma l’approdo finale fu l’inserimento nella società del Regno.
L’integrazione, allora, non significava costruire indefinitamente società parallele. Significava assimilazione.
Chi arrivava poteva conservare nella propria casa una ricetta, una parola, una tradizione, la memoria degli antenati. Ma la lingua della vita pubblica e degli atti si uniformava progressivamente a quella delle istituzioni e del territorio; nomi e cognomi venivano adattati; l’appartenenza religiosa veniva ricondotta nell’universo cattolico — anche attraverso la conservazione, in alcune comunità, del rito bizantino — e, soprattutto, dopo alcune generazioni i discendenti degli immigrati cessavano di costituire un corpo estraneo alla società che li aveva accolti.
Lucera rappresentò l’eccezione estrema e terribile.
Federico II vi concentrò una consistente comunità musulmana deportata dalla Sicilia, permettendole di conservare per decenni la propria religione, le proprie strutture comunitarie e una forte separatezza rispetto alla popolazione circostante. Quell’esperimento, però, non produsse assimilazione.
Nel 1300 Carlo II d’Angiò decise di liquidarlo con la violenza: la Lucera saracena venne conquistata, la sua comunità musulmana distrutta, parte della popolazione uccisa, altri abitanti venduti come schiavi o dispersi e la presenza islamica organizzata nella città cessò di esistere.
Naturalmente nessuno potrebbe né dovrebbe immaginare di riproporre nel XXI secolo la brutalità di un sovrano medievale. Sarebbe assurdo persino pensarlo. Il punto storico è un altro: quelle società consideravano la permanenza indefinita di comunità separate, estranee alla cultura e alle istituzioni del territorio nel quale vivevano, come un problema; mentre l’integrazione delle altre popolazioni procedeva, nel corso delle generazioni, attraverso il loro progressivo assorbimento.
E non fu certamente una peculiarità del Regno di Napoli.
Nell’Ottocento milioni di tedeschi attraversarono l’Atlantico e si stabilirono negli Stati Uniti, portando con sé lingua, cucina, religione, associazioni, giornali, tradizioni e persino interi paesi culturalmente tedeschi. Ma i loro figli, i loro nipoti e i loro pronipoti diventarono americani.
Un esempio, peraltro, è oggi conosciuto dal mondo intero. Friedrich Trump, nonno di Donald Trump, nacque nel 1869 a Kallstadt, nel Palatinato, ed emigrò negli Stati Uniti nel 1885. Tre generazioni dopo, il nipote di quell’emigrante tedesco sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti.
Può essere rimasta una ricetta tedesca sulla tavola, una parola nel dialetto familiare, un cognome, il ricordo del paese degli antenati. Ma nessuno avrebbe potuto sostenere che quella famiglia non fosse ormai americana.
Ed è precisamente questo il punto che l’Europa contemporanea sembra avere dimenticato: integrare non significa soltanto dare un lavoro, una casa e un sussidio a chi arriva. Significa trasformare, con il tempo, chi arriva in un membro della comunità nazionale che lo accoglie.
E perché questo processo possa avvenire senza spezzare la società ospitante occorrono almeno tre cose che l’Europa sembra aver dimenticato: tempo, numeri compatibili con la capacità di assorbimento e una direzione dell’integrazione ben precisa.
Non può essere la società che accoglie a dissolversi progressivamente nella cultura di chi arriva. È chi arriva che, generazione dopo generazione, deve diventare parte della società che lo ha accolto.
Conservando magari una cucina, una tradizione, un cognome, una memoria familiare o persino una lingua. Ma diventando, alla fine del processo, tedesco in Germania, italiano in Italia, americano negli Stati Uniti.
E forse è proprio qui che si comprende uno dei grandi errori commessi dalla Germania negli ultimi quindici anni: aver creduto che l’integrazione potesse essere soprattutto una questione di organizzazione, occupazione e denaro, quando è invece anche — e forse soprattutto — una questione di tempo, identità e appartenenza.
IL PARADOSSO MERKEL
E chi porta una parte enorme della responsabilità politica di questo sfacelo teutonico? Paradossalmente, proprio colei che ancora oggi viene celebrata come l’artefice del momento d’oro della Germania: Angela Merkel.
Per sedici anni la cancelliera ha governato il Paese e proprio durante quella lunghissima stagione sono state prese alcune delle decisioni i cui effetti la Germania sta pagando oggi.
Fu il governo Merkel, dopo Fukushima, a imprimere l’accelerazione decisiva all’abbandono del nucleare: nel giugno 2011 venne stabilita l’uscita definitiva dall’energia atomica entro il 2022.
Fu sotto Merkel che l’Energiewende, la grande transizione energetica tedesca, divenne uno dei pilastri della politica economica e industriale nazionale.
Fu Merkel a gestire la grande crisi migratoria del 2015, assumendosi la responsabilità politica di quella Willkommenskultur che avrebbe cambiato profondamente la Germania.
E fu ancora Merkel a gestire il difficilissimo rapporto con la Russia dopo il 2014.
Qui, però, la storia diventa persino più interessante.
Perché Merkel continuò, da una parte, a legare l’industria tedesca all’energia russa, sostenendo di fatto la realizzazione del Nord Stream 2, mentre dall’altra partecipava alla costruzione degli accordi di Minsk che avrebbero dovuto pacificare il conflitto ucraino.
“Avrebbero dovuto”.
Perché anni dopo, quando ormai non era più cancelliera, fu la stessa Merkel a pronunciare parole destinate a gettare una luce completamente diversa su quegli accordi: «L’accordo di Minsk del 2014 fu un tentativo di dare tempo all’Ucraina. Essa utilizzò quel tempo per diventare più forte, come si vede oggi».
E allora permettetemi una domanda: se un accordo presentato al mondo come strumento di pace servì anche a dare all’Ucraina il tempo necessario per diventare militarmente più forte, quale pace stavamo realmente costruendo?
Questa è la domanda che pongo io.
E la risposta che ne traggo è politica: mentre l’opinione pubblica europea veniva rassicurata attraverso la diplomazia, sotto la superficie si preparavano le condizioni di una contrapposizione sempre più dura tra Russia e Occidente.
Merkel ha successivamente difeso Minsk proprio sostenendo che esso avesse dato all’Ucraina il tempo per rafforzarsi e diventare capace di resistere meglio a un’aggressione russa. Mosca, al contrario, interpretò quelle parole come la confessione che Minsk fosse stato utilizzato per preparare Kiev allo scontro.
Due interpretazioni opposte.
Ma resta quella frase, pronunciata dalla stessa Merkel.
E dopo Merkel arrivò il conto.
La Germania perse progressivamente il rapporto energetico privilegiato con Mosca, l’Europa armò massicciamente l’Ucraina, le sanzioni recisero buona parte dei rapporti economici con la Russia e Berlino si ritrovò contemporaneamente senza nucleare, senza il vecchio modello energetico russo e con un’industria chiamata a sostenere costi molto più elevati.
E volete davvero che, dopo tutto questo, il popolo tedesco continui a fidarsi indefinitamente della CDU e dei suoi sodali della SPD?
Forse è proprio qui che il voto all’AfD smette di apparire incomprensibile.
Perché a Berlino come a Roma, Parigi o Madrid gli elettori, al di là delle ideologie, chiedono da sempre essenzialmente tre cose: sicurezza, pace e sviluppo.
E cosa hanno ricevuto?
Insicurezza sociale e culturale.
Una transizione economica che, quando significa chiusura delle fabbriche e perdita di posti di lavoro, assomiglia terribilmente alla famosa “decrescita felice”.
E infine la guerra.
Non necessariamente combattuta direttamente dai soldati tedeschi, ma alimentata attraverso armi, finanziamenti, sanzioni e una politica internazionale che, anziché stabilizzare progressivamente il continente europeo, lo ha riportato a una contrapposizione militare che pensavamo appartenesse al Novecento.
E lo stesso ragionamento vale, a mio avviso, per il sostegno occidentale a Israele nel confronto con l’Iran: abbiamo davvero reso il mondo più sicuro oppure abbiamo semplicemente moltiplicato i fronti di guerra, mentre qualcuno — industria militare, finanza, grandi gruppi energetici — inevitabilmente guadagnava dalla nuova instabilità?
E qui arriviamo all’ultimo tabù: l’euro.
Per oltre vent’anni ci è stato spiegato che, se pure la moneta unica avesse penalizzato qualcuno, quel qualcuno certamente non sarebbe stato la Germania. La Germania sarebbe stata la grande vincitrice dell’euro, la macchina esportatrice che aveva costruito sulla moneta unica una parte consistente della propria prosperità.
Eppure oggi persino questa certezza comincia a vacillare, almeno agli occhi di una parte crescente dell’elettorato tedesco.
Perché una cosa è dire che l’euro abbia favorito l’apparato esportatore tedesco; altra cosa è domandarsi quanto di quella ricchezza sia arrivato davvero al lavoratore, al pensionato e al ceto medio tedesco e quanto quel modello sia ancora sostenibile oggi.
Non è casuale che proprio l’AfD — nata nel 2013 originariamente come forza critica nei confronti dell’euro — continui a considerare la moneta unica una costruzione fallimentare e a prospettarne il superamento. Nei propri documenti programmatici il partito sostiene l’uscita della Germania dal sistema dell’euro o, comunque, una consultazione popolare sulla permanenza nell’unione monetaria e il ritorno alle valute nazionali.
E allora forse quel 43,8% diventa improvvisamente meno misterioso.
Forse milioni di tedeschi non sono diventati improvvisamente ignoranti, estremisti, nostalgici, vittime dei social o agenti inconsapevoli di Mosca.
Forse stanno semplicemente presentando il conto.
Un conto che, a mio avviso, prima o poi arriverà con la stessa forza anche in Italia, in Francia, in Spagna e in Gran Bretagna. Perché ciò che sta accadendo in Germania non è un’anomalia tedesca: è il sintomo di una crisi molto più profonda del modello politico, economico e sociale sul quale l’Europa ha costruito gli ultimi trent’anni.
Resta soltanto da sperare che questo risveglio non arrivi troppo tardi.
Perché il prossimo 20 settembre la Russia rinnoverà la Duma di Stato, e proprio quella consultazione potrebbe rafforzare le componenti più dure del sistema politico russo, quelle che considerano ormai definitivamente fallita qualsiasi possibilità di ricomporre il rapporto con l’Occidente.
Se così fosse, mentre gli elettori europei cominciano a presentare il conto alle classi dirigenti che li hanno governati, potremmo scoprire che il tempo per evitare il terribile e inesorabile appuntamento con la Storia è già scaduto.
E allora non resterà neppure la consolazione di poter dire che non eravamo stati avvertiti.
Perché, come recita un antico proverbio, chi è causa del suo mal pianga sé stesso.
Lorenzo Valloreja
